Andrea Furcht

Demografia, occupazione, delinquenza, terrorismo: terzomondismo e luoghi comuni sull'immigrazione

Parte 4 di 8




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§3 Criminalità e terrorismo

Il principale motivo di ostilità nei confronti dell'immigrazione, almeno in Italia, non deriva dal mercato del lavoro, bensì dalla presunzione che questa sia criminogena[134]: la polemica sulla permissività verso l'immigrazione clandestina è in buona parte sostitutiva di quella sul lassismo verso la delinquenza; l'ostilità verso gli extracomunitari[135] in quanto tale è pertanto figlia della combinazione tra la doverosa avversione nei confronti del crimine, l'alone di ideologica visceralità che circonda l'argomento – cui si riferiva Eugenia Roccella, citata in nota 2 che ha ostacolato una disamina più meditata delle componenti dell'immigrazione), e una certa grossolanità nella categorizzazione mentale[136] (non solo da parte xenofoba).

 

§3.1 Immigrazione uguale criminalità?

Che l'esigenza di sicurezza sia sentita come fondamentale non sorprende: l'incolumità personale è infatti il bisogno primario per eccellenza. Ne seguono altri, quali la difesa dei propri averi da attacchi predatori e infine la liberazione dall'angoscia provocata da una sensazione di minaccia continua; uno stato d'animo, questo, che è più probabile affiori in quelle aree (penso in particolare ai centri minori del nostro paese) immuni fino a pochi anni fa da simili rischi, e che devono adesso confrontarsi con un repentino acuirsi del rischio criminalità associato ad una maggior presenza straniera[137]; agisce oltretutto un effetto di distorsione statistica, perchè gli immigrati che si notano sono quelli di norma quelli più vicini alle tentazioni criminali: chi lavora onestamente non sta sulla strada ed è quindi quasi invisibile (cfr. Furcht 1998, p.539).

La reazione più naturale – non forse la più accorta – è quella di una chiusura acritica nei confronti di mutamenti che si percepiscono come esclusivamente svantaggiosi. In questi casi la xenofobia può essere rinforzata dalla resistenza ai cambiamenti insiti nella modernizzazione, che abbattono radicate certezze[138]. Un ambiente socio-economico in rapida evoluzione offre enormi opportunità, ma è ansiogeno: questo vale in particolare per queste aree di benessere fino a ieri relativamente isolate, che da tale processo temono di avere più da perdere che da guadagnare[139]. Una simile chiusura si associa alla difesa di un benessere raggiunto solo di recente, e con fatica; questo vale anche per gli immigrati della penultima ondata[140], non necessariamente preda del deprecabile effetto "zelo del neofita": possono infatti sussistere numerose aree di conflitto di interesse con la nuova immigrazione, accentuate da una maggiore vulnerabilità sociale e dallo sforzo di tutelare l'immagine dello straniero agli occhi dell'opinione pubblica locale.

Anche per i nativi, non è affatto detto si tratti di fantasie paranoiche[141]. Quest'interpretazione si scontra però col fatto che alcuni gruppi etnici, anche decisamente lontani, non sono oggetto di pregiudizio in quanto non ritenuti aggressivi[142] (si pensi ai filippini[143]). Sul piano oggettivo si può invece constatare che la componente extra-comunitaria sul totale del crimine sia assai rilevante[144], specialmente in termini relativi. I maggiori problemi – dei quali si occupa ampiamente Sartori nel suo Pluralismo, multiculturalismo e estranei – vengono posti dall'immigrazione islamica[145]: basti pensare al terrorismo, cui è dedicato il §3.3 (ovviamente islamico non è sinonimo di terrorista, e nemmeno di radicale[146]). Va però anche considerato che le prospettive di allargamento ad est dell'Unione Europea potrebbero ridimensionare l'incidenza dell'immigrazione islamica[147] più problematica (Cossiga, intervistato nel 2004 da Pelosi, parla di "invasione arabo-africana" sulle nostre coste), e forse verrà per questo motivo accettato con maggiore convinzione: l'afflusso di bosniaci ed albanesi, pure in gran parte musulmani[148], è da questo punto di vista poco assimilabile a quello dell'immigrazione mediorientale, anche se le guerre che hanno accompagnato la dissoluzione della federazione jugoslava hanno aperto spazi ad alcune organizzazioni terroristiche islamiche (cfr. del Re e Gustinich, Carnimeo e Butrović, Nava 2001, Fusani, lo Speciale Tg1 del 14 novembre 2004 e Huntington cap. XI).

 

§3.2 Una politica per la sicurezza

 

Abbiamo parlato del clima di allarme sociale innescato, o forse solo catalizzato, dall'illegalità indotta da una parte dell'immigrazione. Lo stato, nel perseguire il bene collettivo[149], deve tenere conto dei criteri con i quali i cittadini stessi liberamente ponderano il proprio benessere. è però auspicabile che si muova assennatamente: l'apprezzamento di rischi difficili da quantificare gioca un ruolo fondamentale negli allarmi sociali, e distorsioni su questo piano (ad esempio, sovrappesare il fattore criminalità[150]) possono provocare un'allocazione sub-ottimale delle risorse; la paura, parente solo alla lontana della prudenza, è quasi sempre una cattiva consigliera. Detto questo, va constatato che la tendenza dell'azione legislativa e di governo è stata, almeno fino alla fine degli anni '90, piuttosto quella di sottovalutare i pericoli della delinquenza[151], in particolare di importazione[152].

Il timore del crimine è stato tradizionalmente considerato da componenti della sinistra un sentimento piccolo-borghese: sopravvive ancora oggi, seppure minoritario, il retaggio ottocentesco che considera le forze di polizia come strumento di oppressione verso deboli ed emarginati[153], quasi fosse composta da spietati Javert; in Italia vi è poi sempre stata – accanto all'ammirazione per la furbizia – una particolare vena di comprensione verso l'illecito[154]. Non mi riferisco esclusivamente ai comportamenti quotidiani: dalla letteratura al cinema (il piccolo malfattore è spesso un eroe), da una parte della sinistra (per ragioni populistiche, o per diffidenza verso il "sistema") a una parte della destra (che corteggia evasori fiscali, palazzinari e inquinatori) questo sembra uno dei tratti che accomuna una porzione importante della cultura nazionale.

Anche focalizzandoci sulla questione dell'immigrazione, è facile rendersi conto che il generale compiacimento verso l'illegalità pervade parte delle istituzioni[155]: non vi è solo la questione delle sanatorie ripetute, delle identificazioni-fantasma, della dolcezza di sanzioni e procedure, ma anche alcune sentenze – si pensi alla smaccata indulgenza di quella romana del febbraio 2001[156], ma anche a quelle milanesi di fine 2000, relative alle espulsioni degli irregolari[157]: teorizzare l'impunità per gli immigrati indigenti (vale a dire considerare l'illecito un giustificato motivo di soggiorno), equivale tra l'altro a gettare benzina sul fuoco della paura e della xenofobia[158] – si pensi a quanto detto nell'§1.4 a proposito dell'interpretazione delle immigrazioni come risarcimento.

È invece certo che sono proprio le fasce di popolazione meno privilegiate (anziani, stranieri, poveri – il discorso può applicarsi in misura minore a giovani e donne) ad avere maggior probabilità di subire reati[159]. Il fatto che gli stranieri siano vittime preferenziali del crimine si deve in parte alla contiguità – non necessariamente attiva – di alcuni col mondo dell'illegalità[160]; non è tuttavia possibile dimenticare quella maggioranza di stranieri del tutto onesti in posizione particolarmente scomoda, stretta tra il martello della malavita "etnica" (che contribuisce oltretutto a deteriorarne l'immagine presso gli autoctoni) e l'incudine della xenofobia, talvolta violenta. Un danno particolare per costoro deriverebbe una possibile attitudine dello stato ospitante a non "intromettersi" nelle questioni interne di particolari gruppi (come potrebbe suggerire un'accezione estrema del multiculturalismo, cfr. §4).

La via maestra per rompere l'identificazione immigrazione-criminalità è la più ovvia; vale a dire, contrastare la seconda con grande decisione (condotta in ogni caso doverosa). Se la criminalità è ben combattuta direttamente, la minaccia – vera o presunta – costituita da parte degli immigrati sarà svuotata di credibilità[161]: in caso contrario, le posizioni xenofobiche avranno dalla loro il fatto di costituire un argine ad una criminalità sostanzialmente incontrastata[162].

Questo si può fare in due modi: inasprendo le pene[163], in modo da aumentare la deterrenza (oltre che prolungare il periodo di astinenza forzata dal reato dopo la cattura – finchè l'isolamento funziona[164]) o elevando l'efficienza degli apparati investigativo e giudiziario[165].

Prescindendo adesso dal merito delle procedure penali, dei singoli provvedimenti e degli aspetti strettamente penitenziari, l'incremento delle sanzioni ha alcuni inconvenienti (in ogni caso aggrava le conseguenze degli errori giudiziari), ma può rafforzare la fiducia dei cittadino verso lo Stato[166], con ricadute positive anche nella propensione alla denuncia e alla collaborazione (nella fase di indagine ed in quella processuale); questo vale naturalmente qualora l'opinione generale sia quella di inadeguatezza dell'azione repressiva[167].

Assolutamente da perseguire invece l'aumento di efficienza[168], che tutela allo stesso tempo le potenziali vittime di reati e quelle di errori giudiziari[169], riducendo anche la necessità di innalzamenti di pena per scoraggiare il crimine[170]. Questo comporta da un lato assegnare più risorse alle forze dell'ordine (uomini, mezzi, addestramento, attrezzature), e saperle utilizzare al meglio; dall'altro, non meno importante, portare la rapidità dei processi (inclusi quelli civili) entro parametri accettabili[171]. Il raggiungimento di questi obiettivi sarà comunque agevolato dall'innovazione, specie dovessero cadere eccessive remore sul piano della privacy: penso in particolare all'informatica ed al riconoscimento biometrico, fondamentale per risolvere la questione delle false identità[172], ma anche alla telesorveglianza estesa ai luoghi pubblici[173]; questo vale a maggior ragione per il contributo che la tecnologia può dare nella lotta al terrorismo [174]; l'urgenza della prevenzione di attentati mi fa pensare non abbia tutti i torti Del Debbio nel giudicare lapidariamente "Tutte bischerate" (vedi Querzè 2005) tali remore in un momento come questo.

 

§3.3 La questione del terrorismo islamico[175]

Nell'intervento inviato al convegno di Teramo del marzo 2001 (cfr. nota 3) era già presente un preciso riferimento a questo pericolo[176], in un'epoca nella quale i mezzi di distruzione di massa possono venire prodotti con relativa semplicità[177] (tanto più con il sostegno di governi compiacenti[178]): è però chiaro che l'11 settembre 2001 rappresenta uno spartiacque storico.

Chi in tutti questi anni è stato cieco sulle potenziali conseguenze dell'eversione internazionale, sembra avere ancora difficoltà a rendersi conto della portata di quegli avvenimenti e soprattutto dell'urgenza di drastiche contromisure per estirpare questa minaccia sul futuro dell'umanità: gli interventi della Fallaci – così come in precedenza quelli contenuti in Netanyahu 1986a – costituiscono un monito appassionato[179].

È opinione diffusa che una delle radici del fenomeno sia la violenta reazione alla modernizzazione che si manifesta in molte società islamiche[180]: vedi Furcht 1999a, pp.136-7, ma anche quanto scriveva Vatikiotis già a metà degli anni '80[181]; nello stesso senso si esprimono Cotta-Ramusino e Martellini, Rossanda, Jean, Caruso, Baget Bozzo[182], Messori, Marramao, Pasquino (cfr. nota 216) e Fukuyama intervistato da Mastrolilli; cfr. anche la nota 330. In senso contrario invece Pipes, interrogato da Ferrara che invece sembra propendere per questa tesi: egli considera infatti accessorio questo elemento rispetto alla "civilizzazione della frustrazione".

Tale reazione, unita forse ai timori per le prospettive di declino delle rendite petrolifere[183], che si accompagneranno all'aggravarsi della penuria di risorse idriche[184]; certo, il fatto che la reazione islamista sia ispirata alla paura non suona poi molto tranquillizzante, visto che questa fu anche una componente fondamentale del nazifascismo[185]. Al timore diffuso del sovvertimento dei valori si aggiungano altri fattori, cui ho già accennato precedentemente: l'aggressività dei radicali islamici ha sì radici connesse anche all'acuto senso di deprivazione relativa sentito tra le masse[186], accentuato dalla composizione per età di quelle popolazioni; ma queste radici mi paiono soprattutto connesse all'impatto inebriante che arricchimento vertiginoso[187] e tecnologia contemporanea hanno avuto su èlites semifeudali[188].

In questo senso il rischio di rinforzare il terrorismo pare legato non tanto a interventi militari diretti a spezzarne la potenza[189] sconfiggendone mandanti e alleati (casi delle campagne di inizio secolo in Afghanistan e Iraq[190]), quanto ai successi "militari" che il terrorismo stesso potrà cogliere; si combatte infatti per raggiungere dei fini e con la speranza della vittoria; persino quando si è disposti a dare la propria vita senza speranza di sopravvivere, com'è il caso dei kamikaze, più spesso di quanto non si ritenga comunemente non lo si fa per vano sacrificio o puro odio, bensì nella prospettiva di ottenere risultati concreti: uno di tali vantaggi, a prescindere da quelli politici, è il generoso sostegno promesso alle famiglie dagli sponsor del terrorismo[191], mentre altre volte si è vittima di fortissime pressioni o veri e propri ricatti, che si innestano spesso su condizioni di labilità psicologica o marginalità nel gruppo di riferimento (sono noti casi di donne che hanno trasgredito il codice d'onore); si consideri inoltre che l'effetto trascinamento resta una leva molto potente in questo come altri casi, quali il "semplice" suicidio, i sassi dal cavalcavia, l'avvelenamento delle bottiglie di acqua minerale e via piacevolmente elencando. L'evento che più ha rafforzato la strategia del terrorismo suicida tra i palestinesi è probabilmente stato il ritiro israeliano dal Libano sotto la pressione sciita[192], che ha fatto ritenere vincente tale strategia (cfr. Olimpio 2003a, Nirenstein 2003, p.408, e Dershowitz p.161, ripreso da Cicchitto).

Chi teme la "rabbia delle masse islamiche"[193] propende invece per la ricetta "strutturale" che già si applica al crimine: il terrorismo verrà battuto solo eliminandone le (presunte) cause profonde, vale a dire la povertà che deriva dall'iniqua distribuzione internazionale della ricchezza. Questa linea, maggioritaria nell'opinione pubblica del nostro paese così come nel resto d'Europa, è stata largamente sostenuta anche in Parlamento (cfr. nota 41), e ha molti alfieri nel mondo della cultura: per lo spettacolo si pensi all'appello di Dario Fo e Franca Rame all'indomani dell'11 settembre[194]; nel giornalismo vorrei citare ancora Terzani, che scrive: "Più che rimuovere i terroristi e chi li ha appoggiati (forse ci sorprenderà sapere quanti personaggi, alcuni anche insospettabili, sono coinvolti [se li conosce, farebbe bene a denunciarli]), sarebbe più saggio rimuovere le ragioni che spingono tanta gente, soprattutto fra i giovani, nelle file della jihad e fanno loro apparire come una missione il compito di uccidersi e uccidere" (2001a; si veda anche il passo citato nell'§1.4). Posizioni come quest'ultima, affascinate magari dal richiamo antisistema dell'Islam[195], si rifanno generalmente allo schieramento che fu anti-interventista nella guerra del Golfo[196], e che ha i suoi due pilastri nel terzomondismo di una parte sia della sinistra sia del mondo cattolico[197]; mondo cattolico che anche nella sua componente maggioritaria e ben precedentemente al pontificato di Wojtila[198] ha avuto un rapporto perlomeno sofferto di adesione all'occidente[199], di cui è testimone anche la tradizione terzomondista e filo-araba della politica estera italiana[200], fino almeno a tempi recenti. Leggiamo nell'articolo di Zuccolini immediatamente successivo all'attacco alle torri gemelle: "Più critici di tutti nei confronti della futura risposta americana [ai massacri dell'11 settembre] sono la Rete Lilliput e il tavolo Intercampagne, che raggruppa alcune sigle cattoliche come Pax Christi e la rivista Nigrizia: "La violenza si isola solo praticando la non violenza e avviando politiche mondiali di lotta alla povertà. Altrimenti nessun attacco militare, nè degli USA, nè della NATO riusciranno ad arginare il terrorismo""[201]. L'invito a porgere l'altra guancia ha toni profetici, ma pensando al mancato attacco terrestre contro Baghdad nel 1991, e soprattutto alla parzialità delle prime risposte americane contro Bin Laden nel 1998, viene da chiedersi se non ci avesse visto meglio il laico, e mi pare più moderno a dispetto dei quasi cinque secoli di età, Machiavelli (fiorentino come Sartori, Fallaci e Terzani[202]): "non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perchè non la si fugge, ma la si differisce a tuo disavvantaggio[203]" (p.37)[204]. In quanto poi all'opportunità di azioni di ritorsione poco più che simboliche, c'è il terribile ammonimento – uno dei concetti centrali nel Principe – a non irritare inutilmente il nemico con mezze misure (si riferiva alle persone, ma si pensi a come fu trattata la Germania dopo la prima guerra mondiale): "Per il che si ha a notare che li uomini si debbono o vezzeggiare, o spegnere; perchè si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono; sì che l'offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema vendetta" (p.33). Nel merito della ricetta "strutturale" per la lotta al terrorismo, mi limito a citare (e condividere) le parole di Jean[205] e di Fejtö[206] o l'amara considerazione di Teodori: "Il tradimento dei chierici questa volta si manifestava con un irrazionale rifiuto della difesa del mondo occidentale" (p.27).

A mio avviso, il ragionamento riguardo la lotta al terrorismo va dunque imperniato su tre punti:

a)      Bisogna comprendere (non certo simpateticamente, come troppo spesso tocca sentire[207]) il fenomeno terroristico, ma solo per poterlo meglio combattere[208]: personalmente dubito fortemente che la lotta alla povertà sia determinante, anche a lungo termine, per sconfiggerlo[209], come invece viene spesso ripetuto senza pensare a controesempi del tutto evidenti: si prenda l'esempio del terrorismo europeo presente e passato, ad iniziare da quello basco per finire con quello di estrema destra; o, per converso, si pensi quanto poco la spiegazione volgare del terrorismo come lotta contro il "Nord del mondo opulento" si applichi a fronti caldi della violenza integralista come Algeria, Kashmir e Sudan (o, nel passato, Timor est).

La radice del terrorismo è, paradossalmente (per i populisti[210]), che certi stati sono diventati troppo ricchi, e troppo rapidamente: il pericolo quindi non è tanto la mancanza di sviluppo, quanto lo sviluppo senza democrazia e nel fanatismo; i proventi del petrolio (o della droga) sono oltretutto accentrati principalmente nelle mani di certe èlites, in paesi che non hanno avuto la formazione di una solida classe media od operaia nè, tantomeno, un processo storico di consolidamento democratico. Da un punto di vista operativo, i terroristi più pericolosi non sono i disperati, i "dannati della terra", perchè per agire efficacemente e soprattutto per organizzare e coordinare occorre un alto livello di sofisticazione tecnico-culturale[211], un capitale umano notevole[212]. Ronconi, direttore di Interpol Italia, ha ribadito – come risulta altresì chiaramente dai resoconti della stampa (si vedano Allam 2001a, Chiantaretto, e Coen, che scrive sul terrorismo palestinese[213]) – che i terroristi (perlomeno i quadri, che rappresentano il vero pericolo) sono colti[214], e vengono da famiglie abbienti[215]; del resto sono evidenti i legami di molti terroristi con la ricchissima Arabia Saudita[216]; in questo senso anche Bonino (2004b), che mette in rilievo come la teoria causale povertà→terrorismo sia una "bufala" e "sciocchezza".

Per dirla con le parole di Daniel: "… tendiamo a ripiegare, nella nostra sete di comprendere, sulle cause mobilitanti del passato; quelle di un terzo mondo ringiovanito al tempo della globalizzazione. La rivolta contro gli sfruttatori, gli indigenti contro i benestanti, i virtuosi contro i corruttori, i puri contro gli inquinatori. Evidentemente, gli jihadisti non chiederebbero di meglio che cristallizzare lo scontento e la rivolta di una parte del pianeta. Ma sarebbe solo un effetto secondario, dato che la loro santa ambizione è più ispirata alla volontà di dominio. E anche più satanica, nel caso di Osama Bin Laden. Oltre tutto, c'è da notare che i nuovi jihadisti e i loro migliori agenti non provengono certo dal mondo dei diseredati. Bin Laden e i suoi ostentano con orgoglio le loro ricchezze, indipendentemente dalla loro origine – che si tratti del petrolio saudita o dell'oppio dei Taliban – così come il loro livello culturale e il carattere scientifico delle loro strategie"[217].

Se si pensa alla lezione dataci dal XX secolo, si vede facilmente come i popoli più aggressivi sono stati quelli, magari frustrati nel loro nazionalismo[218], che ne avevano i mezzi: è stato infatti il decollo industriale a mettere le ali all'imperialismo tedesco e giapponese[219] (possiamo aggiungere, nel nostro piccolo, quello italiano). Ed è duro a dirsi, ma questi popoli sono approdati (o ritornati) alla democrazia soprattutto grazie alla constatazione delle catastrofi collettive cui il fascismo li aveva condotti.

b)      Il secondo punto riguarda da vicino il tema dell'immigrazione. L'eccessivo pressappochismo nel controllarla, dovuto forse anche a scrupoli ideologici, riguarda non più solo la delinquenza, bensì anche l'eversione islamistica, che proprio dall'emigrazione verso l'Occidente può trarre nuova linfa: un'idea di Huntington, autore più esorcizzato con l'etichetta "presunti scontri di civiltà"che compreso[220], è che i contatti con civiltà diverse (massimi con per gli emigrati) rischiano di esasperare i bisogni identitari individuali e quindi la contrapposizione[221]. Per quanto riguarda il nostro paese si vedano molti degli interventi di Allam, che almeno dal 2003 mette in rilievo il ruolo di alcune moschee nel reclutare gli estremisti; la cosa più preoccupante è che questa rete sembra avere il ruolo di avvicinare all'estremismo individui che originariamente ne erano estranei[222]. è insomma chiaro che l'auspicata (da molti, in nome del futuro luminoso avvenire di multi-culturalità) immigrazione islamica si traduce in termini pratici in un rilevante aumento di pericolo per molti cittadini italiani, specie dovessero avverarsi gli incubi relativi alle armi di distruzione di massa.

Combattere un nemico quale il terrorismo, costituito da una ristretta minoranza di attivisti (anche se sostenuti magari da un consenso più largo), comporta ovviamente una serie di gravi dilemmi di principio e anche svariate difficoltà pratiche[223]. Viene anzitutto spontaneo asserire che le misure invocate contro la criminalità comune siano ancora più urgenti nel caso dei terroristi, dato che la minaccia è senz'altro più grave. Vi sono però importanti differenze: è per esempio chiaro che la parte investigativa (in senso lato, comprendendo soprattutto la sfera d'azione dei servizi segreti) ha maggiore importanza rispetto a quella meramente repressiva, in particolare di fronte a degli aspiranti kamikaze[224]. L'azione repressiva in sè è comunque di estrema utilità[225] anche a prescindere dalla deterrenza: oltre a rimuovere terroristi dall'attività[226], può aiutare ad ottenere tempestivamente informazioni rilevanti, che fanno a volte la differenza tra la vita o la morte di una grande quantità di innocenti; soprattutto, le consuete garanzie giudiziarie potrebbero rivelarsi esiziali in casi nei quali non è in gioco solo l'eventuale eclissarsi del sospetto (come spesso succede nel caso degli irregolari), ma un possibile smantellamento di una rete clandestina.

Inoltre, gli elementi anamnestici forniscono un quadro più sfumato: la vicenda dell'11 settembre ha indicato chiaramente che un comportamento apparentemente irreprensibile nel tempo non è condizione sufficiente per garantire che una persona non sia in realtà un terrorista "in sonno". Non occorre poi sottolineare quanto sia essenziale una politica di controllo degli ingressi[227], assodato che nelle pieghe dell'immigrazione i terroristi[228] possano nascondersi[229] – è innegabile il fatto che una larga presenza islamica abbia di fatto una funzione mimetica per le cellule terroristiche – o, forse peggio, fare proseliti[230]: oggi paghiamo caro anche su questo piano i tanti errori Per quanto riguarda il nostro paese si vedano molti degli interventi di Allam, che almeno dal 2003 mette in rilievo commessi (non solo italiani, però); e le prese di posizione più rigide (per esempio, la proposta di Speroni dell'ottobre 2001 di chiudere le porte all'immigrazione musulmana[231]) sono le conseguenze delle troppe facilonerie del passato. Questo va detto a prescindere dal dilemma politico che la presenza di grandi minoranze islamiche pone a chi intenda attuare una linea di fermezza nei confronti della minaccia del terrorismo[232] .

Vorrei però sottolineare anche un altro aspetto, che già assume una certa rilevanza nel caso della criminalità: i danni enormi che queste presenze deleterie possono arrecare all'immagine dei loro connazionali (o, in alcuni casi, correligionari[233]); vi è oltretutto la possibilità che l'estremismo islamico inneschi violente ed indiscriminate reazioni da parte di singoli[234], come successe negli Stati Uniti all'indomani dell'11 settembre o in Olanda in seguito all'assassinio di Theo Van Gogh[235], un delitto che ricorda l'assassinio di Matteotti per il coraggio della vittima nell'affrontare il fanatismo. Se è vero che sarebbe desiderabile che il paese di accoglienza – non solo le istituzioni, ma la società tutta – sapessero discernere con attenzione in modo da evitare le ingiustizie, è ancora più importante che sia la comunità in questione a dar prova di lealtà verso la collettività che li ospita isolando e denunciando chi ha commesso, o sta preparando, gravi crimini[236]. Le dissociazioni solo verbali, quand'anche ci fossero (ed inequivoche, possibilmente), contano naturalmente meno dei fatti. Una precisazione è però doverosa: neanche il terrorismo, come la delinquenza, è forzatamente legato alla presenza straniera: a volte gli immigrati fanno anzi da capro espiatorio[237]. Quindi: sì ai controlli, ma non ossessivamente limitati agli stranieri – per non trovarci un domani assediati dai McVeigh (se non anche dai Quisling )[238].

c)      L'ultimo punto – sul quale mi sono già diffuso – concerne l'urgenza e la radicalità della controffensiva da mettere in atto, tenendo anche conto delle difficoltà delle democrazie nel difendersi: le armi non convenzionali sono in grado di causare – perlomeno a medio termine, se non si riesce ad impedirne l'accesso ai gruppi terroristici – anche milioni di morti nelle nazioni che ne verranno colpite[239]; in questo senso l'accorato appello di Wiesel: "Tutti però concordano su un punto: i Paesi democratici non possono più scegliere di temporeggiare; devono impiegare tutti i mezzi a disposizione per disarmare questo terrorismo, isolarlo e vincerlo. (…) Domani il terrorismo internazionalizzato potrebbe fare ricorso alla violenza ultima, che sarebbe l' attacco chimico o biologico. A quel punto la minaccia si farebbe più tangibile, più concreta: ci metterebbe tutti in pericolo. Domani sarebbe forse troppo tardi" (2004)[240].

Ad aggravare questo rischio il fatto che, almeno apparentemente, sia più difficile stabilire le regole della deterrenza nucleare, che salvarono la pace e forse la sopravvivenza del genere umano nei difficili anni della Guerra fredda[241]. è anche fondamentale che il ricorso al terrorismo non diventi premiante per i regimi[242] che ne sono complici o addirittura ispiratori[243] così come per le cause politico-nazionali, come purtroppo sembra essersi verificato dagli anni Settanta in poi, grazie da una parte alla risonanza ottenuta sui mezzi di informazione[244], dall'altra alla presenza nell'opinione pubblica – ma anche e soprattutto nei governi – di vaste aree di accondiscendenza verso il ricorso a tali metodi. Paragonare quindi il terrorismo ad un'arma disperata è fuorviante[245], perchè si tratta di un metodo insidiosissimo che sfrutta le vulnerabilità delle democrazie, che devono combatterlo "con una mano legata dietro la schiena"[246]; certo esiste anche un terrorismo – o comunque dell'opposizione clandestina armata – diretto contro regimi autoritari, ma le possibilità repressive di tali regimi[247] lo rendono un'arma quasi spuntata, come hanno dimostrato tra gli altri gli esempi siriano ed iracheno. In ogni caso non c'è motivo di ritenere che non venga usato razionalmente, in vista di scopi precisi, almeno ai livelli più alti (si veda in particolare la nota 242). Le democrazie rischiano invece di reagire appunto con una pericolosa debolezza[248], come ci ricorda Lewis: "I terroristi musulmani erano stati spinti da convinzioni simili [che l'America fosse una "tigre di carta"] anche in precedenza. Una delle più sorprendenti rivelazioni uscite dalle memorie dei protagonisti del sequestro che si protrasse dal 1979 al 1981 all'ambasciata americana a Teheran fu che la loro intenzione originaria era stata di sequestrare l'edificio e gli ostaggi per pochissimi giorni soltanto. Cambiarono idea quando dalle dichiarazioni di Washington capirono che non c'era il minimo pericolo di un'azione seria contro di loro. Quando alla fine rilasciarono gli ostaggi – spiegarono – fu solo per il timore che il nuovo presidente eletto, Ronald Reagan, potesse affrontare il problema "come un cowboy"" (2004). Esse sono oltretutto un obiettivo molto appetibile per il terrorismo, a causa dell'importanza dell'opinione pubblica (lo si è visto l'11 marzo 204 a Madrid); d'altra parte è pur vero che essere una democrazia comporta anche notevoli vantaggi, quali poter di norma contare su uno sviluppo civile che si traduce in potenza economica e tecnologica[249].

Per dirla con Oriana Fallaci, "trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio[250]. E chi crede il contrario è un illuso" (2001)[251].

La ricetta che ha funzionato bene per il lupo di Gubbio[252] ha poi trovato problemi di applicazione nella storia[253], con l'eventuale, luminosa, eccezione della decolonizzazione indiana (ma Gandhi aveva a che fare con una democrazia liberale, per quanto imperialista): lo stesso pacifismo vaticano sembra essere più convinto da quando i bersaglieri varcarono la breccia di Porta Pia. Hitler è stato fermato più da Churchill che dall'appeasement, che gli regalò anni per riarmarsi, l'Austria e la Cecoslovacchia. E, per essere più al passo coi tempi, la minaccia dei missili a Cuba venne rintuzzata dalla fermezza di Kennedy, così come quella dei missili strategici sovietici da quella di Reagan, ostacolata dai pacifisti europei, che agivano nel solco della tradizione dei "partigiani della pace" anni Cinquanta[254], anti-Nato e funzionali alla politica sovietica durante la Guerra fredda. [255]; il Kuwait venne liberato più da Desert Storm che dalle preghiere dei religiosi e le proteste dei terzomondisti[256], che paventavano lo scoppio della terza guerra mondiale mentre molti cittadini facevano incetta di olio e spaghetti nei supermercati; qualche rude intervento statunitense, infine, può aver contribuito al repentino ancorchè parziale rinsavimento di paesi quali la Libia[257].

È il successo la spinta maggiore per il terrorismo (cfr. nota 218): Parsi (2004b) spiega come una vittoria militare occidentale farebbe calare l'ardore degli aspiranti kamikaze; Molinari (2003b, vedi anche l'intervista del giorno seguente a Pipes) ci ricorda come l'ondata dei kamikaze abbia le sue radici nelle ritirate occidentali da Beirut e Mogadiscio, nella debolezza della risposta agli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (una salva di missili) o all'affondamento della USS Cole (addirittura nulla)[258]; Dershowitz, che ne fa il perno della sua argomentazione[259], è ancora più deciso nel denunciare la remissività occidentale (tra i responsabili – al pari di Nirenstein ne L'abbandono[260] – indica in particolare Europa, ONU e Vaticano[261]) come causa prima dell'incoraggiamento al terrorismo, con le ipoteche terribili che pone sul futuro dell'umanità. Sul ruolo del pacifismo in questa fase (detto "a senso unico")[262] si è detto molto; vorrei menzionare, tra le altre voci, quello alla vigilia della manifestazione al cimitero di guerra del Commonwealth di Rivotorto d'Assisi, organizzata dai radicali in contemporanea alla "marcia della pace" Perugia-Assisi 2001: Pannella[263] vi ricordava come i pacifisti francesi – a pochi giorni dalla caduta di Parigi – esortassero le truppe alleate a disertare[264] di fronte alla trionfale marcia degli eserciti nazisti[265] (in Germania nel frattempo, com'è ovvio, non vi fu neanche l'ombra di manifestazioni contro la guerra); quella con lo "spirito di Monaco", che preparò la rovina della seconda guerra mondiale, è un'analogia molto diffusa[266]­­ – sentita particolarmente in paesi come l'Inghilterra e ancor di più in quelli europei orientali, abbandonati nel 1938 al loro destino (cfr. rispettivamente Blair intervistato da Ashley[267] e le dichiarazioni di Geremek in Caprara 2003[268]), anche perchè l'analogia è veramente lampante.

Molti, pur costretti dall'enormità dei fatti dell'undici settembre ad ammettere l'opportunità di una reazione, sono portati da reminiscenze anticolonialistiche – e soprattutto dal desiderio di non lasciare campo libero agli stati Uniti ed ai paesi ad essi alleati – a caldeggiare estrema moderazione[269] ed avversare una supposta politica delle cannoniere[270] affidando la questione all'ONU[271] (che probabilmente annacquerebbe, se non addirittura insabbierebbe[272]); organizzazione verso la quale la perplessità tecnica su aspetti quali il meccanismo dei veti e della composizione casuale del Consiglio di sicurezza o quello di "Uno stato, un voto" rimpicciolisce di fronte alla constatazione di fatto che una buona parte dell'assemblea sia composta di stati tirannici, magari nominati anche alla presidenza di commissioni sui diritti umani. Certo non si tratta di un parlamento rappresentativo dell'umanità[273].

Non dobbiamo inoltre nasconderci che un altro pericolo, di segno opposto, incombe sulle democrazie: quello che un'inetta rassegnazione alle minacce islamiche (di un certo Islam, non di tutto: cfr. nota 145) inneschi in Occidente un meccanismo di rigetto forse persino peggiore del male[274], come successe all'inizio del XX secolo quando il fascismo sorse anche come risposta alla Rivoluzione d'Ottobre. Sarebbe esiziale, per le democrazie, dimostrarsi imbelli di fronte ai nemici che ne minacciano l'esistenza, e con essa quella dei propri cittadini: non va infatti dimenticato che il primo dovere di ogni sistema politico è difendere la vita degli appartenenti alla propria collettività. Se alcune democrazie – che già da questo punto di vista partono apparentemente svantaggiate, cfr. nota 245 – dovessero fallire questo compito primario[275], ne deriverebbero due conseguenze: che le società che le adottano vengano assalite da dubbi sull'efficienza di questo sistema (del resto in passato non ci si diceva, sbagliando sulla valutazione dei mezzi per essere più sicuri, meglio rossi che morti?)[276], e che quelle che vorrebbero avvicinarvisi non lo facciano.

Spesso si dice che se si restringeranno le libertà[277] il terrorismo avrà vinto. L'affermazione è sicuramente poco precisa, perchè non è questo l'obiettivo dell'islamismo radicale: certo però questo significherebbe comunque un arretramento, almeno temporaneo, della democrazia[278]. Non dimentichiamo ad ogni modo che tale sconfitta, che possiamo chiamare "interna", non è l'unica possibile. Esiste anche la possibilità della vittoria del terrorismo, la sconfitta "esterna" della democrazia, ciò che rischiava di avverarsi nel 1940 quando l'Inghilterra restò sola contro lo strapotere hitleriano; specialmente in epoca di armi di distruzione di massa, questo può tradursi anche nel fatto che le nazioni che l'adottano vengano semplicemente spazzate via. Più probabilmente, succederà ancora una volta che i popoli che, volenti o nolenti, affideranno le proprie sorti all'estremismo nichilista finiranno poi per pagarne più di altri le conseguenze. Come Hitler nel 1941, infatti, potrebbero rimanere prigionieri delle proprie allucinate convinzioni e farsi troppi nemici tutti insieme. Ci ricorda Lewis, con approccio huntingtontiano e implicito accenno al tema della "mano legata dietro la schiena": "Prima o poi Al Qaeda e i gruppi ad essa collegati si scontreranno con gli altri vicini dell'Islam – Russia, Cina[279], India[280] -, i quali potrebbero rivelarsi meno schizzinosi degli americani nell'usare la loro potenza contro i musulmani e i loro santuari" (2004)[281].

Chi oggi propugna una risposta arrendevole al terrorismo – così come chi si aggrappa ai luoghi comuni del politicamente corretto per non vedere la gravità del momento[282], e forse persino chi si è reso responsabile di un lassismo sul controllo dell'immigrazione (non la presenza di stranieri di per sè)[283] che ha costruito nelle nostre società un humus favorevole al proliferare di frange di intolleranza violenta[284] e anche peggio di cellule terroristiche[285] – rischia quindi di passare alla storia come il Facta, o peggio il Chamberlain, delle democrazie del XXI secolo.

Mettere la testa sotto la sabbia non allontanerà il pericolo del terrorismo: il wishful thinking di chi sogna un mondo multicolore e senza contrasti, esorcizzandone le tensioni geopolitiche, rischia solo di far avverare gli incubi peggiori.

Di fronte al sacrificio di sangue richiesto dal Minotauro gli ateniesi trovarono il coraggio di affidarsi a Teseo. Molti europei, ignari del fatto che è proprio la paura ad indicare le strade più pericolose, sembrano invece scegliere la strada di pascere la belva[286].



[134] Vedi ad es. De Marchi, Il successo di Le Pen in Francia, o La frattura etica, che discute l'omonimo libro di Ricolfi. Secondo la ricerca della Fondazione Nord Est, pp.2-3, è questo il motivo prevalente di rifiuto nei confronti dell'immigrazione nel nostro paese (42,8% del campione), cfr. anche nota 140. Naturalmente le cose non sono migliorate dopo il massacro delle Twin Towers (cfr. la nota 232).

[135] Si intendono qui, seguendo le indebite semplificazioni del linguaggio quotidiano, esclusivamente i cittadini dei paesi poveri tra quelli extra-UE; a dire il vero il discorso vale in particolare per alcune componenti, nell'ordine: arabi, balcanici, africani sub-sahariani (cfr. nota 142).

[136] Ho affrontato quest'aspetto in Furcht 1998, cui rimando.

[137] Si pensi all'eclatante fenomeno delle "rapine nelle ville".

[138] Sul rapporto tra modernizzazione e timore diffuso si veda questo passaggio di Bauman, pensatore oggi di moda il cui intervento è tuttavia per il resto estraneo al mio modo di vedere le cose: "L'incertezza circa il futuro e il senso doloroso di insicurezza provati nella vita pubblica e privata generano "scorte" di ansia che sempre più spesso sono difficilmente superabili. In mancanza di soluzioni possibili al problema, il flusso d'ansia generata da questa insicurezza esistenziale e dalla paura di un futuro incerto cerca più tangibili "estuari" – così da convergere su tematiche di sicurezza come quella del corpo, della proprietà, della casa, dei vicini " (p.92); torneremo ancora su questo rapporto (cfr. per es. il §4.4 o Pera in nota 181). Interpreto l'intervento della Sandercock, cui non manca il liturgico richiamo all'Altro ("culturale", per di più), su questa medesima linea di sottovalutazione della fondatezza delle preoccupazioni per la sicurezza – insistendo per esempio sugli aspetti sociali dell'ansia. Un paio di passi saranno chiarificatori: "le discussioni contemporanee sulla città sono pervase da discorsi intrisi di paura […] I discorsi di paura sono mappe di una realtà sociale percepita come problematica in momenti in cui non siamo sicuri della direzione da seguire: se lottare o fuggire, dove o come vivere, dove investire. La realtà della paura urbana è sempre mediata da questi discorsi o dalle sue rappresentazioni (…) [Questo] ha anche delle conseguenze politiche intenzionali, che vanno dalle retate della polizia all'aumento dell'hardware della sorveglianza, all'architettura e alla progettazione per la difesa". E poi: "Questa progressiva costruzione di città fatte di enclave si basa su particolari discorsi di paura che cercano di fare pulizia e di purificare la città intesa come ordine morale e, allo stesso tempo, di rendere la città un luogo sicuro per il consumo al fine di poter difendere l'ordine economico" – facile constatare come l'accenno alla difesa "dell'ordine economico" sminuisca indebitamente l'urgenza di tale esigenza, tanto più che l'aspetto economico è talmente pervasivo da identificarsi con le condizioni tout court dell'esistenza (si provi a trasferire l'esemplificazione sostituendo l'ambito sociale, ma anche solo quello culturale, a quello economico).

[139] La spiegazione è compatibile con la classica interpretazione del razzismo come proiezione di paure o invidie sul "diverso". Certo, in questo caso non è affatto detto che i timori siano infondati – specie in mancanza di adeguate politiche di repressione della criminalità.

[140] Cfr. ad esempio Daniele, pp.77-8

[141] Un atteggiamento in voga nel passato è stato ritenere tabù l'argomento della criminalità di importazione: nella fase iniziale del dibattito sull'immigrazione, fino ai primi anni '90, accennarvi era considerato blasfemo. Coglie quest'atteggiamento Peretz: "Anche l'Europa sta compiendo il disincantato viaggio per uscire dalla socialdemocrazia ma seguendo un percorso diverso. Le sue èlite non hanno previsto che un'immigrazione islamica incontrollata possa snaturare lo stato sociale e avvelenare la cultura di relativa tolleranza che, sin dal dopoguerra, ha accompagnato la vita politica europea. Le èlite della sinistra cullano gli elettori offrendo loro un falso senso di sicurezza: i nuovi arrivati – raccontano – stanno semplicemente facendo il lavoro lasciato a metà dalle precedenti classi povere del vecchio Continente. Ciò non comporterà nessun costo sociale o culturale. Il discorso è chiuso. In realtà le cose non sono così semplici. Mentre la produzione richiede nuovi lavoratori a ciclo continuo, le economie d'Europa sono frenate dalla necessità di dover offrire garanzie sociali a famiglie numerose che non sempre possono contare su di un membro che porta a casa lo stipendio. Così, persino nei più moralmente evoluti Scandinavia e Paesi Bassi, le rassicuranti storielle della sinistra non funzionano più".

Quando ci si è dovuti arrendere all'arida evidenza delle cifre, lo si è fatto in chiave negazionista: questo ha comportato il ricorso a disinvolte acrobazie logiche, come possiamo leggere nel Dossier statistico '95 della Caritas: "Negli anni considerati, colpisce l'aumento progressivo, registrato a partire dalla metà degli anni '70, salvo lievi oscillazioni, degli entrati stranieri nelle carceri(…) Tale consistente aumento sembra confermare l'ipotesi della funzione di pena-simbolo svolta dal carcere nei confronti di quei soggetti più discriminati dalla società in quanto ritenuti autori di reati che maggiormente generano allarme sociale" (p.207). Una tesi, quella dell'allarmismo infondato, cui pare accodarsi in tempi recenti anche la Fondazione Nord Est: "Ogni paese, peraltro, proietta sul fenomeno dell'immigrazione le sue specifiche tensioni [e] le sue specifiche paure: per la sicurezza e l'ordine pubblico in Italia; per l'occupazione, in Germania e in Spagna; per l'identità, in Francia e in Gran Bretagna" (p.10; dati un po' diversi su queste vocazioni nazionali alla diffidenza nella scheda di sintesi del Dossier Caritas 2003). Per quanto riguarda il caso italiano sono convinto che, pur potendo esistere una componente irrazionale, vi sia un fondo di motivata sfiducia verso politiche di contrasto della criminalità che si sono rivelate eccessivamente blande (riprendo questo argomento al §3.2). Un'ultima, doverosa, precisazione: l'equazione "sinistra=lassismo" non è affatto generalizzabile, così come non lo sarebbe quella "destra=rigore"; per limitarci al caso italiano, si pensi infatti non solo alla tradizione di certo azionismo (di cui a nota 276), ma anche alle posizioni di buona parte del comunismo italiano, rinverdite nell'autunno 2005 da un Cofferati sindaco di Bologna che mostra di sapersi battere per la legalità a costo di contraddire alcune frange della sinistra; in merito alla polemica sui centri per gli immigrati, vedi anche l'intervista di Piccolillo a Napolitano. Sull'autocritica di altri esponenti della sinistra (tra i quali Nando Dalla Chiesa, battutosi anche in precedenza contro la microcriminalità) vedi Porqueddu 2005a; ricordiamo che tale autocritica è stata innescata di alla gravissima ondata di violenze del maggio/giugno 2005. Tra queste un omicidio e diversi stupri (cfr Santucci), ma vedi anche episodi apparemente secondari quali quello riportato ne la repubblica online del 2 giugno, relativo ai rom ampiamente minorenni – oltretutto quindi discutibilmente impunibili per l'età – che hanno aggredito con acido sul volto dei coetanei rischiando di accecarne uno.

[142] In effetti, la criminalità degli stranieri si concentra in alcuni gruppi nazionali (cfr. Barbagli, pp.52-4, e il Dossier 2000 della Caritas, pp.199-200, che si rifà ad una ricerca dello stesso Barbagli; cfr. anche Iraci Fedeli 2000 e Melotti 1993).

[143] Scrive Sartori 2000a, p.48: "In concreto, oggi [vale a dire, prima dell'11 settembre 2001] in Europa la xenofobia si concentra sugli immigranti africani e islamici" ribadendo poi che "la xenofobia europea si concentra sugli africani e sugli arabi soprattutto se e quando sono islamici", in quanto portatori di una visione del mondo teocratica. Da notare però che, almeno fino al settembre 2001, tra i gruppi stranieri meno accetti in Italia ve ne erano diversi di provenienza balcanica.

[144] Cfr. Caritas 2000, pp.193-200 e Barbagli, cap.II.

[145] Si vedano anche Iraci Fedeli 1990 – specie il passo riportato in nota 313 – Chiti-Batelli pp.13-4, De Marchi 2001, Sacco, Fallaci 2001, Ronchey 2003d, Lewis 2004, Morris (intervistato da Shavit) e Mistri 2003, che all'analisi di Sartori mi pare particolarmente vicino. Molto più radicale – e persino eccessiva nell'appiattimento del mondo islamico sulla sua pur nutrita componente estremista – la posizione di Magli (2003); sempre sull'immigrazione islamica come arma di espansione vedi Baget Bozzo 2004. Tale posizione è accolta nella sostanza da De Marchi (Il problema immigratorio italiano ed europeo), che pur critica, condivisibilmente, alcuni suoi presupposti: egli rileva come non sia infatti corretto attribuire ai singoli immigranti musulmani l'intenzione soggettiva di colonizzare l'Europa (altre sono le spinte all'emigrazione), sebbene la demografia come arma di conquista sia stata non solo a più riprese sbandierata da capi arabi quali Arafat e Saddam Hussein, e le differenze nella dinamica demografica restino un dato di fatto oggettivo – circostanza questa che rendono un "capolavoro di insipienza" le nostre leggi "che garantiscono assegni familiari sontuosi alle famiglie numerose extracomunitarie". Un altro intervento di De Marchi sulla minaccia demografica islamica è in Il rapporto tra Occidente e Islam (2002), un commento alle analoghe tesi di Ronchey (Il potere delle Tv e il mondo islamico, Corriere della Sera del 24 aprile 2002).

[146] È questa seconda distinzione ad aver maggiore rilevanza politica secondo Pipes, che stima l'incidenza del radicalismo islamico nel 10-15% (da alcuni sondaggi, pur non così attendibili, sembrerebbe maggiore: cfr. Olimpio 2004h; Le eden, intervistato da Rocca nel febbraio 2006, valuta al 5% l'appoggia ad Al Qaida nell'opinione pubblica araba). Allam, nel dibattito televisivo del 29 ottobre 2003 – ribadirà poi queste affermazioni il successivo 10 maggio – concorda, ma puntualizza che l'incidenza nell'immigrazione in Italia è minore: la frequenza abituale nelle moschee è del 5% (su questo cfr. anche quanto afferma in Zecchinelli 2005a), e di questi solo una parte è radicale (per il rifiuto di appiattire la presenza islamica sulla componente radicale cfr. anche, per il caso francese, il passo di A.Glucksmann in nota 284).

A livello statuale vi è innanzitutto un blocco di paesi amici, o non nemici, dell'Occidente: tra quelli arabi, l'esempio migliore è quello della Giordania di Abdallah (cfr. ad esempio Ferrari 2004a, Zecchinelli 2005b, Cremonesi 2005c), cattivi sarebbero invece altri, quali l'Egitto (cfr. nota 357, e anche 193); sull'Islam riformatore cfr. Negri 2004e.

Sull'Islam moderato diffuso nella cosiddetta "società civile" – premiato dal Nobel per la pace a Shirin Ebadi nel 2003 – cfr. tra i molti anche Dershowitz, pp. 203 e 214, Panella 2002, per es. pp.11, 40-1 e 112), Lewis 2004, Spielberg in Farkas 2004a, Guolo e Armeni, e vari accenni in Nirenstein 2003, Bonino (anche nell'intervista di Buccini), Ferguson 2004, Vigna 2005, Sabahi e Rafat (anche nell'intervista di Reanda), Viano 2004b (con accenno ad una manifestazione di protesta all'indomani dell'assassinio di Van Gogh), Carioti 2005a sulla dissidente iraniana Djavann, sostenitrice dei diritti della donna; nello stesso giornale, oltre la fatwa anti-terrorismo emessa dall'Islam spagnolo, appariva la notizia della prima conduzione della preghiera del venerdì in moschea da parte di una donna, e del relativo acceso dibattito apertosi nell'Islam statunitense (Farkas 2005a). I siti web islamici non sono solo radical-terroristi, tra i più coraggiosamente liberali vedi http://www.amislam.com/ per l'Italia e www.metatransparent.com a livello internazionale (altri sono citati in Farkas 2005a); in Allam 2006a leggiamo del settimanale egiziano Rose El Yossef, portabandiera del pensiero liberale in quel difficile paese..

Allam, sulla scia del dibattito sulla rimozione del crocifisso dalle aule, fa notare (2003h, la stessa apparizione televisiva dalla quale si citava più sopra) che "Adel Smith [esponente dell'ala più radicale dell'Islam in terra italiana] è un cittadino italiano che nasce cristiano e si converte all'Islam in modo patologico. Interpreta l'Islam quasi fosse una missione punitiva nei confronti della sua religione di origine. Ma non è una patologia comune, non è diffusa tra i mussulmani che nascono mussulmani. tanto è vero che da una mini-inchiesta che ho fatto, che ho pubblicato sul Corriere della Sera, non ho trovato una sola voce tra religiosi e laici mussulmani in Italia, favorevole all'iniziativa di Adel Smith". Aggiunge qualche giorno dopo, sul Corriere, "anche prese di distanza e condanne significative. che fanno ben sperare sul riscatto della maggioranza musulmana rimasta troppo a lungo silenziosa": "A fronte di questi sermoni esplicitamente o implicitamente a favore del terrorismo islamico, va segnalato chi invece ha espresso una condanna netta. è il caso di Mahmoud Asfa, imam della Casa della cultura islamica, nota come la moschea di via Padova a Milano. "La religione musulmana è un anello di una catena che la unisce alle altre religioni. L'islam predica il rispetto delle altre civiltà e culture. L'islam vuole la pacifica convivenza con i cristiani e gli ebrei. L'islam è contro il terrorismo di Riad, Nassiriya e Istanbul", ha detto nel sermone pronunciato il 25 novembre, in occasione della celebrazione del Id al Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan. A proposito della strage degli italiani in Iraq, l'imam Asfa ha puntualizzato: "I soldati italiani sono messaggeri di pace". E dei massacri di Istanbul ha chiarito: "L'Islam rispetta le chiese e le sinagoghe allo stesso modo con cui noi musulmani rispettiamo le moschee" (…) Il dialogo con gli ebrei resta un argomento più che spinoso. Spesso un vero e proprio tabù religioso e ideologico. (…) Basterebbe prendere atto del fatto che nel Giorno delle sinagoghe aperte, sabato 22 novembre, in tutt'Italia due soli musulmani hanno accolto l'invito a stringersi attorno alle comunità ebraiche per manifestare solidarietà all'indomani delle stragi di Istanbul. Soltanto Ali Shuetz e sua moglie si sono recati nella sinagoga di Milano. Shuetz si è recentemente distaccato dall'Ucoii, ha denunciato le moschee colluse con il terrorismo e si è fatto promotore del dialogo con gli ebrei" (Allam 2003j – cito dall'edizione web); si ricordi anche lo sceicco Pallavicini che stringeva la mano a Yasha Reibman in diretta TV dopo avere condannato senza remore il terrorismo; cfr. anche le note 228 (vedi la LIIIª relazione semestrale al Parlamento dei servizi segreti), 235 e 237. Un passo fondamentale per l'Islam moderato in Italia è stato naturalmente il "Manifesto contro il terrorismo e per la vita", pubblicato sul Corriere il 2 settembre 2004 (Allam 2004b; cfr. anche Pisanu, Gasperetti e Allam 2004c – in generale cfr. molti degli interventi di Allam del 2004).

Non filo-occidentale, ma pieno di coraggio, è ad esempio l'appello di Farid Adly riportato anche sul Corriere, dal quale cito: "Continuare a lamentarsi solo delle colpe, passate e presenti, dell' Occidente alimenta il senso di frustrazione che gli arabi vivono ancora, a quasi mezzo secolo dall' indipendenza. Se abbiamo da recriminare, lo dobbiamo fare nei confronti delle nostre classi dirigenti che hanno fallito il loro compito. (…) Ridurci a osservatori silenti del collasso di ogni valore della nostra civiltà è una resa a chi vuole strumentalizzare l' Islam e la tradizione araba, rinnegando il richiamo alla pace e alla fraternità lanciati dal profeta Mohammed. Non lasciamo in mano a pazzi sanguinari l' eredità di 14 secoli di civiltà arabo-islamica!" (si vedano anche gli articoli di Zecchinelli e Nicastro apparsi sullo stesso numero del Corriere). Ancora Allam si occuperà di una nuova consapevolezza nell'intellighenzia araba, alla luce anche del diffondersi del terrorismo in quei paesi, di dover mettere mano alla questione dell'indottrinamento dell'infanzia: "Quando erano Israele e gli Stati Uniti a protestare e invocare una radicale revisione dei testi scolastici negli stati arabi, individuandovi una causa fondamentale della crescita della cultura dell'odio e della morte, i leader arabi insorsero contro quella che definirono un'inaccettabile interferenza nei propri affari interni, mentre le autorità religiose denunciarono addirittura un "complotto sionista-americano" contro l'Islam [sulla questioni dei complotti cfr. nota 63]. Tuttavia ora che il terrorismo colpisce meno Gerusalemme e New York, e molto più Bagdad, Riad e Kuwait City, i Paesi arabi si sono ravveduti" (Allam, 2005c). Si veda anche Tafwik all'indomani della strage del luglio '05 a Sharm el-Sheik e soprattutto l'atteggiamento di gran parte delle istituzioni musulmane britanniche dopo le stragi londinesi del 7 dello stesso mese (un accenno di Scaturro all'esultanza di queste comunità quando l'estremista Bakri ha lasciato la Gran Bretagna), poi ripresa da quelle francesi in occasione della rivolta dell'autunno 2005; profonda però l'obiezione di Allam (2005h e 2005i) al fiorire di fatwa antiterrorismo: non deve esisterne un riconoscimento giuridico, neppure quando il responso fa comodo; i musulmani devono essere contro il terrorismo, come tutti gli altri, per ragioni civiche.

Certo, da questi "non-radicali" ci si aspetta qualcosa di più che timide dissociazioni, come ha ribadito Panella 2004, che ricordava – con un filo di severità – come l'Islam moderato in realtà non faccia nulla contro gli jihadisti, e anzi se le vittime del terrorismo sono ebree approva (non certo osservatori di grande levatura morale come Magdi Allam, che ha preso posizioni nette a questo proposito: cfr. 2004e, f ed h). Si ricordi invece cosa seppero fare i nippo-americani (cfr. nota 235).

[147] Un'osservazione in questo senso era già contenuta in Furcht 1989, p.266.

[148]Lo stesso può dirsi di altri gruppi musulmani extra-europei, si pensi ad esempio ai senegalesi.

[149] Inteso come somma delle singole utilità individuali.

[150] Altre minacce alla nostra incolumità sono invece oggetto di rimozione o perlomeno palese sottovalutazione (salvo esplodere improvvisamente in misura magari eccessiva, come può essere successo con l'epidemia di "mucca pazza"); se non è facile quantificare i danni dell'inquinamento o di altri fattori altrettanto sfuggenti, è molto semplice invece contare le vittime causate dagli incidenti stradali (ma potremmo anche parlare di quelli sul lavoro): più di seimila morti all'anno, incomparabilmente di più di quelli causati da tutte le altre cause di morte violenta. Eppure nel nostro paese pochi allacciano la cintura di sicurezza (se non – col nuovo codice stradale – per non perdere punti di patente), prevenzione efficace e a costo praticamente nullo (su questo vedi anche Furcht 1999b, pp.153 e 157).

[151] Su questo punto si veda in particolare l'intervento di Zecchi.

[152] Cito da Martelli, p.58: "Il Ministro di Grazia e Giustizia ha trasmesso alle direzioni degli Istituti penitenziari una circolare esplicativa della legge, invitando a dare la massima diffusione alle informazioni concernenti le possibilità di regolarizzazione riguardanti, in particolare, gli immigrati detenuti, e la nuova disciplina del soggiorno".

[153] Per quanto riguarda l'esercito, illuminante un passaggio di Battistelli (2000, p.121): "All'esercito italiano viene affidata in quell'occasione [il brigantaggio nei primi anni post-unitari] una funzione – quella repressiva interna – che, pur frequente per le forze armate dell'epoca, viene eseguita a malincuore dall'ufficialità e, soprattutto, contribuisce fortemente a deteriorare l'immagine dell'esercito, percepito in seguito a ciò come "il braccio armato e brutale delle classi più abbienti (Bovio, 1996, p.73; v. anche Rochat e Massobrio, 1978)"" – molto opportunamente Battistelli ricorda in nota anche la sanguinaria repressione dei moti milanesi effettuata nel 1898 dal generale Bava Beccaris. I gravi fatti registratisi in occasione del summit di Genova del 2001 – non voglio qui giudicare nel merito di torti e ragioni – certo non hanno contribuito a un recupero di prestigio.

[154] Il che fa pensare che forse da noi qualche Javert in più non sarebbe così nocivo.

[155] Di questa idea anche Melotti, che scrive: "Del resto molti vengono in Italia proprio per svolgervi attività illecite, confidando nell'inefficienza o nella connivenza della polizia, nel garantismo delle sue norme penali e nell'irrazionale comprensione così spesso dimostrata nei confronti della criminalità degli immigrati dalle componenti "democratiche" e "progressiste" della magistratura " (2002). Si vedano anche quanto scrive Nirenstein 1990 (cfr. nota 1) e soprattutto quanto riportato in nota 155.

[156] Vale la pena di riportare un ampio stralcio della cronaca di Giovanna Cavalli: "(…) vendere cd contraffatti non è reato se chi lo fa vi è costretto dallo stato di necessità, ovvero dall'urgenza di mettere qualcosa sotto i denti. Così ha stabilito il giudice della V sezione del Tribunale di Roma, Gennaro Francione, assolvendo quattro extracomunitari sorpresi a smerciare un centinaio di compact disc falsi". Ma i veri colpevoli sono i truffati: "La sentenza non soltanto esprime comprensione verso chi diventa malfattore per "salvare se stesso dal pericolo attuale di un danno grave alla salute e alla vita rappresentato dal bisogno alimentare non altrimenti soddisfatto". Stabilisce anche una sorta di compensazione sociale. Sostenendo che vendere cd "taroccati" produce "un danno inesistente per analogia con la diffusione dell'arte libera e gratuita su Internet (il riferimento è al caso Napster, portale che offriva musica gratis, ora chiuso): poichè moltissime persone acquistano cd fasulli, questa consuetudine ha di fatto abolito l'illecito [e la sosta vietata, l'evasione fiscale, la calunnia, la corruzione, sono tutte lecite?]. Il giudice accusa poi le "oligarchie produttive di arte che impongono prezzi alti creando un'economia diseducativa per i giovani spesso privi di denaro per acquistare i loro prodotti preferiti". Comportamento contrario all'art.41 della Costituzione sulla iniziativa economica privata che "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, libertà e dignità umana". Dunque i quattro ambulanti non solo non hanno commesso reato ma rappresentano "una pirateria riequilibratrice", come dei Robin Hood dei dischi". Nello stesso giornale, solo 11 giorni prima, si leggeva la notizia (a firma Riccardo Rosa) della condanna del titolare di un negozio di dischi per il medesimo reato.

[157] Sui provvedimenti del magistrato Rita Errico cfr. Sartori 2000c.

[158] In questo senso anche Barbiellini Amidei 2005a, commentando il rilascio delle tre nomadi romene accusate di aver tentato di rapire una bambina di sette mesi a Lecco. Sull'ondata di riprovazione sollevata dalla sentenza di Maria Cristina Sarli (non entro nel merito della sussistenza effettiva della colpevolezza, in effetti poco chiara, nè nella questione di quanto di questi risultati siano ascrivibili al magistrato e quanto all'impianto giudiziario: ma il sistema così non funziona) vedi anche Mantovano (intervistato da Martirano 2005a), Greco (che riassume alcune proposte legislative della Lega: se l'azione dei giudici è corretta, c'è qualcosa che non va nelle leggi), Ravelli, Viscardi; a proposito di alcuni altri provvedimenti analoghi cfr. ancora su il Giornale del 10 febbraio 2005 Pasotti e un articolo senza firma. In nota 281 affrontiamo lo stesso tema in materia di terrorismo, ove i pericoli per la collettività sono di gran lunga maggiori.

[159] Cfr. Furcht 1999a, pp.129-30 e, per quanto riguarda specificamente gli stranieri, anche Barbagli p.29 e il Dossier Caritas 2000, p.199. Il 10 gennaio 2003 sono usciti due articoli indicativi sul Corriere della Sera (pagine milanesi); nel primo il magistrato Marco Ghezzi, intervistato da Ferrarella, dichiara "Ormai la maggior parte dei reati di strada commessi da extracomunitari hanno come parti lese altri extracomunitari più poveri, esposti, precari. Una nuova fascia di soggetti deboli, bersaglio di piccoli furti, aggressioni estemporanee, borseggi, rapine lampo, truffe a base di promesse. C'è una sorta di caccia al soggetto più debole, che diventa tanto più appetibile quanto meno è in condizione di sporgere denuncia"; a proposito di quest'ultimo aspetto, si veda il sondaggio sulle opinioni degli immigrati in Italia – Roma, per la precisione – riguardo al ricorso alle forze dell'ordine in caso di "eventuali problemi relativi alla sicurezza" (il 41,8% non denuncerebbe, e il 50,8% non ha fiducia nelle forze dell'ordine italiane), nel Dossier Immigrazione 2003 della Caritas. Nel secondo, a firma Marco Cremonesi, leggiamo tra l'altro: "Possibile che qualcuno sia entrato nell'appartamento nel momento stesso in cui ne stava uscendo la salma dell'anziana scomparsa? Possibile. L'occupante si rivela araba, con tre bambini. Interviene la polizia, la donna non se ne vuole andare. Due dei piccoli, si scopre, non sono suoi, ma di una connazionale che abita poco lontano, a sua volta abusiva. (…) Di sicuro, su molte delle innumerevoli occupazioni abusive del quartiere San Siro, qualcuno ci guadagna. (…) tra gli abitanti, la tensione è alta. Mercoledì il comitato San Siro ha scritto al prefetto (…): "Per segnalare il grave disagio di un quartiere, abitato per lo più da persone anziane, costrette a vivere nel terrore per la presenza costante della microcriminalità "". Cfr. anche Focarete 2004.

[160] Oltre che ad una generale maggior fragilità sociale che deriva dalla povertà, dalla discriminazione e dalla scarsa conoscenza del paese nel quale sono emigrati; a questo si aggiunge una minor facilità a sporgere denuncia (cfr. la nota 158) che deriva soprattutto dalla clandestinità.

[161] La filosofia dominante degli interventi dalla legge del 1986 alla Turco-Napolitano (e forse anche alla Bossi-Fini) è invece stata quella di combattere l'immigrazione irregolare facendola emergere a suon di sanatorie. Dal fatto che gli immigrati regolari delinquano meno dei clandestini si inferisce la conclusione che la regolarizzazione possa abbattere la propensione al crimine e soprattutto numero e gravità dei reati (mi pare di poter interpretare in questo senso anche l'intervento di Diamanti). Il ragionamento, che poggia sul presupposto che i regolarizzati abbandoneranno il crimine, non mi pare però corretto: in alcuni casi delinquere potrebbe anzi divenire più facile per chi già è orientato a farlo. In ogni caso le regolarizzazioni abbassano la qualità della presenza straniera regolare (si veda Barbagli, p.110), oltre che fungere da potente richiamo per nuovi afflussi clandestini (si veda su questo l'intervento di La Malfa, 1991). Ai molti che si sono espressi a favore della concessione della cittadinanza (tra di essi in bibliografia troviamo Ferrarotti, riportato in Iraci Fedeli 1990, p.98; oppure Corleone, in Zuccolini 2000; nel 2003 naturalmente si è aggiunto G.Fini, pur con opportune cautele) risponde Sartori (ma su questa specifica questione vedi anche Mistri 2003). Vale la pena di riportare le sue considerazioni, che penso siano in buona parte applicabili anche al caso delle regolarizzazioni: "… integrazione come? (…) Alle sempliciotte e ai sempliciotti che si occupano di questa partita in alto loco la soluzione del problema appare ovvia: è di trasformare l'immigrato in cittadino, cioè di ‘dispensare cittadinanza'. Dunque l'idea delle sempliciotte (che metto in rilievo perchè più numerose dei sempliciotti) è che la cittadinanza integra, e che quindi basta ‘cittadinizzare' per integrare. Davvero? Purtroppo no. A volte è così. Ma molte volte così non è. E quindi la politica della cittadinanza a tutti – senza guardare a chi – è non solo una politica destinata a fallire, ma anche una politica che aggrava e rende esplosivi i problemi che si illude di risolvere" (Sartori 2000a, p.98; per i rischi aggiuntivi riguardanti la lotta al terrorismo, cfr. Olimpio in nota 284). Il controesempio più notevole, con probabile meraviglia della maggior parte dei sempliciotti/e, è quello di Israele (cfr. nota 222).

[162] Si pensi alle proposte della Lega dirette sostanzialmente contro i rom (non tutti stranieri, ma in ogni caso affini agli extra-comunitari ai fini della presente discussione), cui accenna l'articolo di Greco già menzionato in nota 157. Come scrive esemplarmente Barbiellini Amidei (cfr. ancora nota 157): "Quelle due nomadi sciagurate buttano ancora un'ombra sul loro popolo, che tanto ha sofferto. La cronaca della piccola criminalità è oggi purtroppo popolata di nomadi che avviliscono lo slancio dei molti fra loro che invece patiscono immeritatamente il pregiudizio sociale che li bolla tutti come "ladri". è un motivo in più perchè quelle due ladre di bambini restino in carcere per un tempo credibile)" (2005a), e a pochi giorni di distanza: "Io credo che le prime vittime di questi buchi neri della sicurezza milanesesiano gli stessi immigrati regolari. 150mila milanesi d'acquisto che pagano il clima di tensione e di diffidenza creato dal degrado ambientale nel quale si muove questa piccola ma accanita minoranza che viola la legge sistematicamente. Ne patiscono anche i nomadi regolari, la cui integrazione diventa via via sempre più ardua via via che gli irregolari turbano l'atmosfera sociale e creano emergenza con il loro disordine esistenziale" (2005b).

[163] Intese in senso complessivo, comprendendo quindi aspetti accessori quali riduzioni o addolcimenti della pena.

[164] Si veda la nota 225.

[165] Per una formalizzazione degli effetti di simili provvedimenti sulla convenienza a delinquere, cfr. l'Appendice a Furcht 1996 (cfr. anche Furcht 1999a, pp.130-1). I principi-guida sono quelli espressi da Beccaria. Il primo: "Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano più rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque più forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitto. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene" (VI – Proporzione fra i delitti e le pene, p.53). Il secondo: "il fine delle pene non è di tormentare e affliggere un essere sensibile nè di disfare un delitto già commesso. (…) Il fine dunque non è altro che d'impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo di infliggerle deve essere prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione più efficace e più durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo" (XII – Fine delle pene, p.62). La tesi più in voga – che chiude gli occhi su diverse realtà storiche – è invece che la repressione non serva (si veda anche l'§1.3). Per esempio, Graziella Mascia scriveva nel 1999: "Il governo [Amato], a sua volta, lancia un ‘pacchetto sicurezza', cioè un disegno di legge che, tra l'altro, oltre a proporre più poteri alle forze dell'ordine, prefigura un sensibile innalzamento delle pene per reati di scippo e furto. Si accede così alla demagogica quanto pericolosa [per chi?] tesi che la sicurezza dei cittadini può essere garantita sul terreno di leggi emergenziali che portino più gente in carcere con pene più severe, pur sapendo tutti che le stesse non sono mai state in nessun paese un deterrente per la microcriminalità". Sul fatto che la funzione della repressione non sia solo quella della deterrenza si veda ancora la nota 225.

[166] Questo uno dei presupposti della politica della "tolleranza zero" del sindaco newyorchese Rudolph Giuliani; cfr. anche Netanyahu 1986c pp.223-5.

[167] Pare sia proprio questo il caso, dai troppi reati commessi da individui in semilibertà (clamoroso il caso Izzo) ai diversi modi di accorciare pene già piuttosto miti. Ricordo lo sfogo di Vincenzo Berdini, padre di Maria letizia, uccisa da teppisti che si divertivano a lanciare sassi dal cavalcavia, in occasione del ripetersi di un crimine analogo: "Abbiamo uno Stato che protegge i delinquenti, e basta. Invece di condannare questa gente all'ergastolo gli regalano il rito abbreviato, e quelli hanno pure il coraggio di fare ricordo in Cassazione. (…) Per come va questo Paese ho molta paura che quelli lì tra un po' saranno fuori. (…) Ho invece la certezza che se agli assassini di mia figlia avessero dato l'ergastolo, o trent'anni, qualcun altro forse ci avrebbe pensato prima di rifare un gesto simile" (dal Corriere della Sera del 14 agosto 2005). Cfr. anche, con specifico riferimento all'assassinio di Gianfranco Piras, Cirielli intervistato da Piccolillo.

[168] Il procuratore generale della Cassazione, Francesco Favara, nella solenne occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2004 ha dichiarato che l'80% dei reati rimane impunito (cfr. Martirano 2004a).

[169] Il caso è simile a quello della prova delle ipotesi in statistica; un'analogia esplicitamente introdotta in un manuale di molti anni fa (Wonnacott e Wonnacott, pp.210-1) e si trova anche in Dershowitz pp. 180-1 – segnalo anche un interessante approfondimento in Peccati 2001.

[170] I paesi sviluppati rischiano altrimenti di importare criminalità perchè mercato ricco per tale attività e soprattutto per le sanzioni più miti. L'innesto di componenti criminali provenienti da sistemi "duri" rischia infatti di far perdere l'equilibrio al sistema della giustizia: "Conchiudo con una riflessione, che la grandezza delle pene dev'essere relativa allo stato della nazione medesima. Più forti e sensibili devono essere le impressioni sugli animi induriti di un popolo appena uscito dallo stato selvaggio. Vi vuole il fulmine per abbattere un feroce leone che si rivolta al colpo del fucile. Ma a misura che gli animi si ammolliscono nello stato di società cresce la sensibilità e, crescendo essa, deve scemarsi la forza della pena, se costante vuol mantenersi la relazione tra l'oggetto e la sensazione" (Beccaria, XLVII Conclusione, p.118).

[171] Anche la riduzione delle garanzie a favore dell'imputato (o del sospetto), sia sul piano giudiziario che su quello del controllo dell'azione delle forze di investigazione, può avere ricadute positive sull'efficienza della repressione (in particolare per reati di terrorismo, nei quali è essenziale assumere tempestivamente le informazioni e non lasciare liberi gli individui oggetto di indagine); si veda ad esempio l'intervista rilasciata da Ashcroft a Newsweek (s.a., 3 dicembre 2001) e cfr. anche Kolakowski in nota 245. Si registra però un'antipatica conseguenza: nei paesi ove è basso il controllo sull'operato delle forze dell'ordine, queste tendono a somigliare pericolosamente a coloro che dovrebbero contrastare; si tratta quindi una leva da manovrare con la massima cautela.

[172] Sempre non vengano opposte obiezioni di principio, cfr. nota 226. In Gran Bretagna vi è un grande patrimonio di dati del Dna, molto utili per le indagini contro il terrorismo ma anche la criminalità comune (cfr. de Carolis 2006, Mottola 2006).

[173] Estremamente utile anche in contesti assai difficili, cfr. Nava 2005d. Notevoli sforzi per questo genere di sicurezza vengono compiuti specialmente in Gran Bretagna, cfr. De Carolis 2006.

[174] Vedi l'articolo di Pc Magazine (AA.VV. 2004) sulla biometria, con riferimenti al post-11 settembre, e gli articoli di Gaggi, 2004, e Romeo (caso USA), La Posta (ancora USA, e Francia), Ansaldo (il super-robot israeliano anti-terrorismo "Guardium"), Iotti (la rete europea contro le bio-minacce rivolte all'agricoltura), Kirkpatrick (il Lawrence Livermore National Laboratory), Leoni (progetto Ibm-Maersk per prevenire il terrorismo navale) e l'articolo non firmato de la repubblica del 3 marzo 2006 .

[175] Una definizione formale è stata data nella prima riunione del Jonathan Institute (Gerusalemme, 2/5 luglio 1979): "Il terrorismo è l'assassinio deliberato e sistematico che paralizza e minaccia l'innocente per seminare terrore a fini politici " (cfr. Netanyahu 1986b).

[176] Si veda anche l'accenno in Furcht 1990, p.667, e soprattutto quello in Furcht 1993, p.226: "Un altro elemento di inquietudine riguarda gli immigrati dai Paesi musulmani, specie arabi. La prospettiva internazionale è quella, sciaguratissima, di un duro confronto (se non di peggio) tra un blocco geopolitico occidentale ed uno islamico, dal Maghreb alle repubbliche ex-sovietiche dell'Asia centrale. Non è per fortuna uno scenario nè certo nè immediato nè privo (come quasi tutte le cose) di possibilità intermedie. Ma indubbiamente non si tratta di un puro parto di fantasia. Potrebbe allora risultare particolarmente imbarazzante la presenza in Europa di nuclei di popolazione che potrebbero venire (a torto o a ragione) additati come quinta colonna di un temuto avversario, o ricettacolo di terrorismo. Una situazione che ricorderebbe quella dei nippo-americani dopo Pearl Harbour [sull'illiberalità di questa esperienza molto critico Dershowitz, cfr. ad es. le pp.153-4 e 183-5], e della quale si sono già registrate alcune avvisaglie. Su questo punto si chiudono tutti e due gli occhi, perchè la materia è delicatissima da molti punti di vista. Ma la grande marcia degli arabi di Francia durante la guerra del Golfo è stata un segnale troppo clamoroso per venire trascurato". Tra le prime analisi sul terrorismo islamico cfr. Netanyahu 1986a, in particolare la sez. III (Lewis, Kedourie, Vatikiotis); si vedano le note 238 e 242.

[177] Questo era palese non solo dal momento dell'attacco col Sarin alla metropolitana di Tokyo (20 marzo 1995), ma anche da chiunque avesse un minimo di dimestichezza con letteratura e filmografia d'azione degli ultimi decenni, anche (anzi, specialmente) di terz'ordine – magari nella variante dello "scienziato pazzo" che ricatta il mondo. Non mancano naturalmente accenni più accademici, per esempio quello di Brown a proposito del nucleare (1980, p.104); si vedano anche la nota 177 e 238.

[178] L'"asse del male" che sostiene il terrorismo non è certo stato individuato per la prima volta dall'amministrazione Bush (jr.), come certi commenti superficiali potrebbero far credere: basti leggere gli atti del secondo raduno internazionale del Jonathan Institute (Netanyahu 1986a) – si vedano in particolare gli interventi di Schultz e Arens. Sulle armi NBC Netanyahu 1986b ("La prospettiva più sconcertante sarebbe che i principali Stati terroristici del medio Oriente – Iran, Libia e Siria – possano entrare in possesso di armi capaci di operare distruzioni di massa") e soprattutto il senatore democratico Cranston, che allarga il discorso a Iraq e, soprattutto, Pakistan: "Il Pakistan è uno stato islamico fondamentalista. Alla conferenza islamica del 1981 (ma anche prima di allora) esso aveva rinnovato il suo invito a una guerra "santa" contro Israele. (…) Al Pakistan è stata commissionata la realizzazione della prima ‘bomba islamica'. (…) A.O. Khan, il ‘padre' della bomba pakistana replicò in seguito che "la ‘bomba islamica' è un'invenzione sionista che è stata utilizzata dai paesi occidentali anti-islamici". Quando fu dichiarato responsabile da un tribunale olandese di aver sottratto informazioni segrete sulla progettazione nucleare, egli rispose che "tutte queste accuse erano pure macchinazioni orchestrate da elementi sionisti ed anti-islamici". Sappiamo com'è andata a finire.

[179] "Non sto parlando" bisognerebbe specificare, seguendo Oriana Fallaci (2001) "alle iene che se la godono a veder le immagini delle macerie e ridacchiano bene-agli-americani-gli-sta-bene. (…) L'Italia cattiva, stupida, vigliacca, delle piccole iene che pur di stringere la mano a un divo o a una diva di Hollywood venderebbero la figlia a un bordello di Beirut ma se i kamikaze di Usama Bin Laden riducono migliaia di newyorchesi a una montagna di cenere che sembra caffè macinato sghignazzan contenti bene-agli-americani-gli-sta-bene ".

[180] Abbiamo accennato nel §3.1 a un fenomeno analogo, per quanto assai più tenue, presente nelle società occidentali.

[181] "Le società tradizionali nel Medio oriente sono messe di fronte alla sfida del ventesimo secolo. La loro visione tradizionale dell'uomo e dell'universo si trova in conflitto con i tempi moderni. I tradizionalisti passionali rispondono con la violenza, confortati dalla consolazione del martirio. Ma l'influenza della modernità non scomparirà. Al contrario aumenterà. E questo potrebbe causare più violenza, più autocrazie, più tirannie. Queste reazioni non saranno probabilmente confinate al Medio Oriente" (p.95).

[182] Cotta-Ramusino e Martellini rilevano che "Non è in generale la diversità di valori che genera una nuova ondata di ostilità verso il mondo occidentale e il suo rappresentante par excellence, gli Stati Uniti. Quello che appare rilevante invece il livello di dominazione culturale ed economico a livello planetario che il mondo occidentale ha acquisito" (p.51). Così anche Rossanda, naturalmente in chiave antiamericana: "Il terrorismo islamico è semplicemente la violenta reazione di una parte del mondo arabo a quella che è chiamata la modernizzazione degli Stati Uniti… è la disperazione di vaste masse che trova la sua espressione nell'esasperazione religiosa e nazionalista" (in Teodori, pp.27-8). Jean (2001a, p.44) va oltre, mettendo con maggior franchezza l'accento sul fatto che molti, nei paesi islamici, hanno scelto o sceglieranno il modo di vita occidentale: "Va scartata, quindi, pur con tutti i benefici di inventario, l'ipotesi che Bin Laden e i suoi compagni combattano gli Stati Uniti per quanto fanno in Medio Oriente e non per quello che sono, cioè la potenza leader del mondo. Essi li considerano pericolosi anche perchè la loro superiorità dipende anche dall'attrazione del modello americano e non dalla sola potenza militare ed economica". In questo senso anche Caruso (2004: "Gli USA sono attaccati anche come esponente superiore della civiltà occidentale che penetra negli animi")e Lewis (2004): "Il titolo di "Grande Satana" che Khomeini diede agli Stati Uniti era eloquente, e per i membri di Al Qaeda sono la seduzione dell'America e il suo modo di vivere licenzioso e dissoluto a rappresentare la più grande minaccia per quell'islam che essi vorrebbero imporre ai loro compagni musulmani" (cfr. anche Gol in Appendice 1). Ancora più esplicito Baget Bozzo, intervistato da Vigna: "Ma insomma, lei pensa ancora che oggi l'Islam voglia soggiogare il mondo occidentale? "No, non credo che ci sia più nel mondo arabo una volontà di conquistarci con la forza". Nessuna paura, quindi. "La paura ce l'hanno loro. Nell'Islam oggi c'è una forte corrente occidentalista. Al punto che l'estremismo islamico nasce quando qualcuno arriva a temere che il modello occidentale prevalga anche da loro. Che possa accadere là ciò che è accaduto ai Paesi comunisti, che da Internet e tv sono stati stravolti". Un'invasione anche quella. Anche se – differenza fondamentale – non obbliga nessuno all'adesione. "Il loro timore più grande è che quei mezzi di comunicazione mettano in crisi il rapporto uomo-donna, il punto in cui l'Islam è più reattivo. Salterebbe tutto il loro sistema sociale. La loro è una religione dura e autoritaria, la tv mostra la vita libera e umana dei Paesi occidentali"". Altrettanto franca Emma Bonino, intervistata da Buccini durante il suo soggiorno egiziano: "… anche qui le donne scardineranno tutto, sono un fattore rivoluzionario. Ho detto mille volte che il femminismo è il ventre molle dell'islamismo"; su questo cfr. anche Bonino 2004b e Panella 2002, pp.69-70; una commovente quanto coraggiosa testimonianza quella di Shafiqa Danushwar; si legga inoltre del temerario esperimento (il primo imam donna) tentato da Amina Wadud a New York (Farkas 2005a), e delle critiche radicali di Chahdortt Djavann (Carioti 2005a).

Tra le minacce di fratture interne, molto importante anche quella rappresentata da una possibile contrapposizione generazionale, particolarmente insidiosa per lo status quo in popolazioni così giovani (si veda la nota 83), soprattutto in sistemi rigidi (cfr. nota 383) e in presenza di rivoluzioni tecnologiche e culturali.

Tale scenario di doppia rottura, di sesso e generazionale, si sta profilando in Iran, società molto più avanzata di quelle arabe, come portato all'attenzione dell'opinione pubblica anche dal Nobel concesso ad Ebadi; del resto anche gli indicatori demografici relativi alla fecondità indicano un'accelerata modernizzazione civile, non contrastata in questo caso dal regime (vedi ad es. Nicastro 200c).

Ledeen scrive "Ho sostenuto, ovviamente senza successo, che fosse necessario liberare l'Iran prima di entrare in Iraq. E questo per numerosi motivi. Per prima cosa, la liberazione dell'Iran non richiede alcuna forza militare. Oggi la liberazione dell'Iran, che rappresenterebbe la vittoria di per sè più importante da conquistare proprio su coloro che stanno conducendo l'attuale guerra contro di noi, richiede solo che l'Occidente tenga fede ai propri ideali e appoggi una rivoluzione democratica che è già in corso da tempo in Iran e che il popolo iraniano riconosce pubblicamente e senza esitazioni. Ed è davvero divertente leggere quello che succede ai giornalisti che entrano in Iran e tutto d'un tratto scoprono un intero universo di cui non avevano mai sospettato. La mia storia preferita riguarda una giornalista di Le Monde, inviata a Teheran subito dopo la caduta di Saddam Hussein, la quale girò per le strade di Teheran intervistando la gente e chiedendo: "Cosa ne pensate di tutti questi marines che vanno in giro per Bagdad?". Invece di sentire uno scoppio di insulti, si sentì rispondere: "Perchè si sono fermati a Bagdad? Perchè non sono qui? Ci piacerebbe molto avere dei marines qui. Ci piacerebbe vedere dei marines in Iran". Di fatto, quello iraniano è probabilmente il popolo più pro-americano al mondo. Molto più pro-americano del Massachussetts o di qualche altro Paese straniero. Se l'Iran fosse un Paese libero, sarebbe un Paese democratico, è fuor di dubbio. I professori e gli studenti iraniani sono gente molto colta e sono attualmente impegnati a scrivere bozze della Costituzione. Oggi, se si interroga un qualsivoglia professore che si reca in una qualsiasi università in qualsiasi parte dell'Iran nell'ambito di programmidi scambi culturali, ti dirà proprio questo. Conosco almeno una decina di professori americani o europei che si sono recati lì e sono rimasti allibiti nel vedere che si legge qualsiasi cosa, da Montesquieu ai Federalist Papers, alla Costituzione americana, al Bill of Rights e altri scritti sull'attuale dibattito intorno alla Costituzione europea. Si tengono aggiornati su tutto. (…) Oggi il tema più aspramente dibattuto in Iran non è se il regime dovrebbe rimanere o andarsene. Quasi tutti sono concordi nel dire che deve andarsene. Il tema più caldamente dibattuto in Iran oggi è se l'Islam sopravviverà alla caduta del regime di Teheran" (2004a); simili opinioni le espresse anche in un'intervista televisiva a Christian Rocca (23 febbraio 2006), cui accennò che secondo i sondaggi il 73% degli iraniani sarebbe favorevole (se ben interpreto il suo breve accenno) ad una democrazia di tipo occidentale. Si vedano inoltre Rafat, anche intervistato da Reanda; Nafisi, anche nell'intervista di Davidkhanian, la già ricordata Djavann, in Francia spesso paragonata ad Oriana Fallaci, sulla quale scrive Carioti (2005a), Afshin Molavi intervistato da Amè e gli articoli sulla vivace campagna elettorale del 2005 (Nicastro, Micalessin), pur finita con la vittoria dell'ala più trucemente radicale – quella di Ahmadinejad, autore del discorso sulla distruzione dello Stato di Israele, occasione della manifestazione del 3 novembre 2005 (cui è dedicata una puntata di Primo Piano con interviste che toccano anche la questione della società iraniana, una a Rafat e l'altra a Ferrara). Un sospetto amaro è a che tale caratteristica della società iraniana abbiano contribuito non solo la distanza etnico-linguistica e anche religiosa dal nazionalismo arabo, non solo l'esperienza di progresso sociale vissuta prima del 1979, ma anche una sorta di selezione – più culturale che biologica – dovuta al sacrificio degli individui più fanatici (per convinzione personale e/o scelta familiare) della generazione degli anni '70 sui campi minati di Saddam Hussein (vedi nota 310).

Per un'analisi del ruolo dei media, in questa comparazione tra mondi – anche alla luce dell'analogia con la dissoluzione del blocco sovietico) si veda l'incipit di Battistelli 2002. Si tratta in sostanza di quello che Pera attribuisce ai soli no-global, ovvero "il timore che ancora suscita l'affermazione dei valori della società aperta e, quindi, della libera concorrenza tra modelli culturali, ideologie, stili di vita" (2002, p.13). Certo quello islamico non è l'unico caso nella storia di resistenza alla modernizzazione; per non ricorrere agli scontati esempi europei di luddismo e sanfedismo, pur così diversi tra loro, possiamo ricordare quanto affermato en passant da Hartwell a proposito dell'Australia: "Per dottori e stregoni aborigeni l'industrializzazione significa rovina; non fa meraviglia quindi la loro opposizione spesso implacabile" (p.36, vedi anche p.45; già citato in Furcht 1999a, p.136).

Va qui menzionata la sottile, e logicamente ineccepibile, distinzione tra occidentalizzazione e modernizzazione che Huntington formula nel suo Lo scontro (vedi ad es. pp.131-40); a proposito dell'Iran si veda su questo Panella 2003, p.76. Sebbene a rigore si tratti di due fenomeni differenti, mi pare arduo prescindere da una delle tesi centrali di Rosenberg e Birdzell, ovvero il sistema occidentale sia di fatto il fulcro della "modernizzazione". Seguendo Huntington possiamo costruire ipotesi interessanti (e anche inquietanti) per il futuro: ma a patto di ricordare che applicare la tecnologia (dagli armamenti all'informatica) non equivale necessariamente a costituire un ambiente favorevole per l'innovazione scientifico-tecnologica, e anche sociale.

[183] Ricchezze che rischiano di attraversare le nazioni che ne godono come una piena che non sa generare prosperità duratura, come quella che nasce sull'avanzamento tecnologico, sulla vivacità culturale, sull'apertura economica. Questo successe nella Spagna del XVI secolo, abbacinata dal fiume dell'oro americano. Questo si verifica nei paesi arabi del petrolio, per esempio in Libia (cfr. De Marchi, 4 ottobre 2004, che mette in rilievo anche la vocazione burocratico-parassitaria delle società terzomondiali, e non solo quelle; un tema caro anche ad Iraci Fedeli). E questo pare succedere persino in paesi OPEC non musulmani: "Il Venezuela è un paese petrolifero e ciò frena lo sviluppo di altri settori. Siamo schiavi del petrolio. Il problema capitale è che nessun investimento ha un ritorno come quello della produzione petrolifera. E ciò abitua più alla rendita che al lavoro" (Polesel, già presidente della Confindustria venezuelana, intervistato da Da Rin).

Su questo argomento segnalao un efficace commento di Gialanella, scritto in occasione dell'impennata dei prezzi registrata nel 2004: "La ricchezza distorce i valori della gente che non lavora per conseguirla, era solito affermare uno dei padri dell'Opec. (…)E l'analisi delle serie storiche sottolinea come le elevate quotazioni del greggio porti pane per brevi periodi di tempo e fame per i periodi successivi. In questi mesi, l'Opec è tornata a gustare un deja vu che ha un sapore molto dolce nel presente e che potrebbe rivelare un retrogusto molto amaro tra qualche tempo. In passato, il prezzo del greggio ha sempre seguito delle traiettorie ripide caratterizzate da prezzi eccessivamente alti, seguiti da quotazioni che sono sprofondate fino a toccare record sempre più negativi. (…) La maggior parte dei paesi produttori nasconde una specie di polveriera socio- politica che non può certo trovare una soluzione pacifica se ogni volta che i prezzi del greggio salgono alle stelle si assiste solo ad un incremento esponenziale della spesa pubblica e delle folli spese delle famiglie che occupano le cabine di comando in questi paesi. I flussi di denaro in entrata sono stati solo raramente utilizzati per realizzare gli investimenti necessari a promuovere uno sviluppo economico sganciato dall'oro nero. (…)La OCDE ha calcolato che il prezzo odierno dovrebbe toccare punte di 80-90 dollari al barile per garantire lo stesso livello di entrate visto durante gli anni Ottanta. Il mancato ritorno ai fasti di venticinque anni fa, non ha però evitato che i petrodollari di oggi non siano stati utilizzati nello stesso modo di allora. La passione per il lusso e l'ostentazione di beni materiali continuano a pervadere l'animo di chi controlla tali ricchezze. Nel frattempo, l'impennata del prezzo ha raggiunto il 40% da inizio anno. Le conseguenze negative di tale trend possono essere facilmente riscontrate sia nel rallentamento della crescita percentuale del Pil dei paesi importatori, sia nello scarso deflusso di ricchezza che arriva nelle tasche della maggior parte della popolazione dei paesi produttori. (…)Al di là delle manovre di tipo valutario, il vero problema risiede nella totale assenza di politiche economiche in grado di aiutare i paesi esportatori a uscire dal sottosviluppo attraverso una progressiva riduzione del tasso di povertà e la costruzione di un modello economico stabile. La caduta del reddito pro-capite non è un fenomeno limitato ai soli paesi arabi. Un esempio calzante è dato dalla crescita della popolazione venezuelana che versa in condizioni di estrema povertà. La maggioranza delle popolazioni dei paesi facenti parte del cartello è povera. I nigeriani vivono con 448 dollari all'anno, gli irakeni con 789, gli indonesiani con 960. Ovviamente, c'è anche l'altra faccia dell'Opec rappresentata dagli abitanti del Qatar con 32.945 Usd, dagli Emirati Arabi Uniti con 24.244 e dal Kuwait con 17.942. Si tratta comunque di valori medi che nascondono differenze abissali tra le diverse fasce della popolazione" (2004a).

Aggiunge in un articolo di poco successivo: "Dal permanere di elevate quotazioni del greggio per lunghi periodi di tempo, derivano effetti differenti per categorie sociali differenti. Nella nostra società, i più penalizzati sono i consumatori che si recano quotidianamente presso i distributori di carburante. Altrettanto penalizzate sono le compagnie aeree che si vedono costrette a fare i conti con un incremento esponenziale dei costi. Nelle società dei paesi in via di sviluppo esportatori di petrolio, i perdenti sono i tanti poveri che non beneficeranno dell'incremento degli ingressi derivanti dall'attuale congiuntura del settore. Gli enormi squilibri nella distribuzione della ricchezza ascrivibili al mercato petrolifero determineranno una serie di danni difficilmente predeterminabili. Nei paesi ricchi, l'attuale trend permetterà sia alle compagnie petrolifere di mettere a segno risultati eccezionali, sia ai governi di incassare i benefici derivanti dalla tassazione dei carburanti. Nei paesi poveri, l'incremento degli ingressi permetterà a numerosi esecutivi di sperimentare politiche populiste che si scioglieranno come neve al sole non appena verranno meno gli introiti necessari a finanziarle" (2004b). Il petrolio potrebbe insomma giocare un "effetto-Shmoo" (vedi nota 100); la loro vicenda ha un epilogo degno della letteratura britannica (tra Shakespeare e quella cinico-morale del Settecento): "Ironically, the lovable and selfless Shmoos ultimately brought misery to humankind because people with a limitless supply of self-sacrificing Shmoos stopped working and society broke down. Seen at first as a boon to humankind, they were ultimately hunted down and exterminated to preserve the status quo" (http://www.lil-abner.com/shmoo.html).

[184] Spesso si evoca lo spettro delle "guerre per l'acqua", un argomento che Lomborg correttamente menziona, ma sul quale spende come altrove parole tranquillizzanti (pp.158-9). Una ricostruzione di un episodio quasi sconosciuto di antico (XVII secolo) contrasto per l'acqua in Stella 2004.

[185] Questo vale per molti dei grandi crimini collettivi; si pensi per esempio anche agli orrori nella guerra inter-etnica nell'ex-Jugoslavia: "In chiusura dell'udienza, Biljana Plavsić ha provato a spiegare il perchè di quella ferocia: "Il terrore di diventare vittime come nella Seconda guerra mondiale ci ha trasformato in carnefici. Non credo ci sia altra ragione. Perchè non mi sono accorta prima di ciò? la spiegazione sta tutta in quella parola [terrore, ndr] che può, come del resto è accaduto, rendere ciechi e spingerti a fare ad altri quello che temevi potesse esser fatto a te" " (Caprile 2002). Su questa tesi, e proprio appoggiandosi a questi due esempi, insiste anche Sachs.

In senso più generale, è questa la tesi di De Marchi, che vede nella paura della morte la radice dei fanatismi poltici e del totalitarismo. E Savater ci ricorda: "È stato proprio Lucrezio a notare per primo che l'immensa maggioranza dei nostri crimini deriva dal panico disperato di saperci minacciati dalla morte" (p.34).

[186] "Al momento stesso della rinascita dell'Islam, la spinta al ripristino del suo potere e della sua autorità assume un'importanza nuova per i credenti. Essa serve anche come mezzo di vendetta contro tutte le ingiustizie, reali o immaginarie, specialmente quelle associate all'Occidente infedele e dominante (Vatikiotis, p.94).

[187] Con le parole di Brown: "Solo negli anni settanta del nostro secolo (…) i paesi che controllano le risorse più vitali hanno acquistato improvvisamente una posizione di potere economico e politico nel sistema internazionale. La quadruplicazione dei prezzi del petrolio in termini reali ha condotto alla più massiccia ridistribuzione di ricchezza della storia. Oscurando il Piano Marshall, che aveva implicato il trasferimento di risorse tra paesi industriali, la ridistribuzione dell'OPEC è primariamente un trasferimento di risorse da società industriali a società preindustriali" (1980, p.182). Oppure, con quelle di Huntington (p.166): "La Rinascita islamica, è stato sostenuto, è stata anche "un prodotto del declinante potere e prestigio dell'Occidente… Via via che l'Occidente perdeva il proprio ascendente universale, il suo ideale e le sue istituzioni hanno perso attrattiva". Più specificamente, la rinascita è stata stimolata e alimentata dal boom petrolifero degli anni Settanta che ha enormemente accresciuto la ricchezza e il potere di molte nazioni musulmane e ha consentito loro di rovesciare il tradizionale rapporto di dominio-asservimento con l'Occidente. Come osservò a quell'epoca John B.Kelly, "i sauditi traggono indubbiamente un doppio motivo di soddisfazione nell'infliggere certe umiliazioni agli occidentali; esse infatti sono non solo una manifestazione di potere e di indipendenza da parte dell'Arabia Saudita, ma esprimono altresì, com'era loro intenzione, il disprezzo per il cristianesimo e la superiorità dell'islamismo" . Le azioni degli stati musulmani ricchi di petrolio, "se collocate nel loro giusto contesto storico, religioso, razziale e culturale, equivalgono nè più nè meno a un audace tentativo di assoggettare l'Occidente cristiano al pagamento di un tributo all'Oriente musulmano". I governi saudita, libanese e di altri paesi hanno usato il loro prezioso petrolio per finanziare l'ascesa musulmana. Il sopraggiunto benessere ha indotto nei musulmani un cambiamento da un sentimento di attrazione nei confronti della cultura occidentale a un profondo coinvolgimento nella propria cultura nonchè al desiderio di incrementare la presenza e l'importanza dell'Islam nelle società non islamiche. Come in passato il benessere occidentale era stato considerato prova della superiorità della cultura occidentale, così la ricchezza arrecata dal petrolio è stata vista come una prova della superiorità dell'Islam". Sulla questione più specifica del finanziamento al terrorismo vedi gli articoli di Negri 2003b e M.Monti.

[188] Sottoposte oltretutto all'influenza di un orientamento popolare non moderato dalla diffusione delle classi medie, non modernizzato dall'affermarsi di secolarizzazione e individualismo, non temprato dal radicarsi della cultura liberale (antidoti comunque solo parziali al totalitarismo, come l'Europa ha dovuto dolorosamente constatare in pieno XX secolo), e per di più plasmato da decenni di propaganda demagogico-estremistica, particolarmente rivolta all'infanzia (si vedano Nirenstein 2003, Dershowitz pp.53-4 e 57-8, Reibman intervistato da Magni, il documento del Center for Monitoring the Impact of Peace e quasi tutti gli interventi in AA.VV. 2003, l'articolo senza autore su il Foglio del 30 settembre 2004, e soprattutto il sito www.memri.org, che forse dovrebbe occuparsi anche della Francia: cfr. Nava 2005c), che rischia ora di ritorcersi contro chi l'ha fomentata. Istruttiva ad esempio la dichiarazione del premier malese dinanzi all'autorevole (dal punto di vista almeno della rilevanza ufficiale) Conferenza Islamica: ""Gli europei", ha detto Mahathir, il cui discorso ha sollevato aspre critiche da Israele, "hanno ucciso sei dei dodici milioni di ebrei, ma ora i superstiti dominano il mondo, e mandano gli altri a morire per loro conto"" (s.a., 16 ottobre 2003; cfr. anche 7 gennaio 2004). A queste parole, che non sarebbero risultate stonate in bocca a Joseph Goebbels, "i delegati [in rappresentanza di cinquantasette paesi islamici] si alzano in piedi e applaudono" (dall'articolo di Coppola, 2003, che riporta poi le dichiarazioni del "riformista" Khatami, che definisce "brillante, molto logico" il discorso). In termini generali, l'area islamica pare essere diventata la più razzista (di sicuro, la più antisemita – cfr. nota 193) del globo; si legga quanto scrive Vecchi: "In generale, dal 90% del Senegal al 42 del Pakistan, il "modello democratico" prevale su quello "forte". Però c' è anche l' altro lato. I cristiani non sono molto popolari, la visione "sfavorevole" prevale dalla Turchia (63%) al Pakistan (58), con qualche eccezione come il Libano (solo il 7). Va molto peggio agli ebrei, per lo più detestati con percentuali che arrivano all' 88% del Marocco e al 100% della Giordania" (2005a). Persino i "consiglieri" ingaggiati da Blair dopo le stragi di Londra del luglio 2005 hanno partorito tra le prime proposte quella di abolire il Giorno della memoria, istituito nell'anniversario della liberazione di Ausschwitz (del "comitato" fa parte del resto Iqbal Sacranie, che definì "legittimi" i kamikaze in Israele, distininguendosi poi per empito omofobico in un'intervista alla BBC il 3 gennaio 2006 – cfr. Bottarelli 2005).

Se gli ebrei sono l'esempio più eclatante, non bene va non solo ai cristiani, ma pure a minoranze pur musulmane come curdi (minoranza etnica) o sciiti (minoranza religiosa), cfr. Ajami 2005.

[189] Questa la tesi dei "demagoghi" (in particolare chi l'Occidente non lo ama poi troppo) cui accenna De Marchi in nota 241, che paventano che una reazione possa esasperare il risentimento anti-occidentale; tale risentimento deriva invece – è questa tra l'altro anche una delle tesi di Huntington (cfr. ad es. pp. 124 e segg., 139, 166) – dall'aumentata debolezza della civiltà occidentale, cui consegue una diminuita capacità di attrazione. L'ipotesi esista una relazione tra potenza ed egemonia culturale è molto interessante anche se non priva di contro-esempi, tra i quali due particolarmente evidenti nell'Evo antico e nel Medioevo: il rapporto tra cultura greca e latina da una parte, l'adozione del cristianesimo da parte dei barbari invasori dall'altra.

[190] Eccone i positivi effetti nelle parole del ministro Pisanu, intervistato da Allam (2003d): "…non credo che l' Italia oggi sia più a rischio rispetto a due anni fa. Lo dico per due ragioni essenziali. Innanzitutto perchè gli interventi militari in Afghanistan e in Iraq hanno fortemente indebolito le strutture portanti delle grandi organizzazioni internazionali, e poi perchè dopo l' 11 settembre la generale intensificazione delle attività antiterroristiche ha colpito duramente anche nel resto del mondo""; anche il giudizio di Molinari (2003a) è sostanzialmente concordante.

[191] Abbiamo citato Verne nell'§1.3 (cfr. nota 47), è il momento di farlo con Salgari per par condicio; il romanzo Le stragi delle Filippine si apre con una rievocazione delle stragi di civili ad opera dei juramentados – rievocazione romanzesca e quindi priva di pretese di obiettività, eppur interessante per le sinistre assonanze con le azioni dei kamikaze di oggi, le cui famiglie godono poi di sostegno economico da centrali estere: "Urla spaventevoli, che fanno agghiacciare il sangue, scoppiano dalla parte del ponte. Un istante dopo dieci o dodici uomini semi-nudi, color bronzo cupo, con gli occhi iniettati di sangue, con la spuma sanguigna alle labbra, si scagliano attraverso il ponte come una volata di uccelli rapaci. Non sembrano uomini, ma dèmoni sbucati dall'inferno. (…) Sembrano pazzi o in preda a un terribile accesso di furore sanguinario, stringono nelle destre quelle pesanti sciabole (…) che d'un colpo troncano la testa all'uomo più vigoroso. Corrono come cervi, con i lunghi capelli svolazzanti, con i visi contratti, tenendo le armi alzate. Nessuno può spaventarli: nessuno può arrestarli. Solo una scarica di fucili o la mitraglia di un pezzo di artiglieria potrebbe domare quelle tigri. Chi sono dunque quei formidabili uomini che non temono la morte (…)? Dei pazzi?… Forse peggio, poichè quei moros, come li chiamano gli spagnoli, hanno giurato sul Corano di uccidere e uccideranno, dovessero scagliarsi contro una selva di baionette o in mezzo ad una grandine di mitraglia. Non sono dei veri mori, ma (…) dei malesi infine, ma votati alla morte. (…) Le leggi del loro paese li avevano lasciati cadere in balìa dei creditori, i quali potevano venderli come schiavi insieme alla moglie e ai figli. I panditas, ossia i preti maomettani, uomini crudeli e fanatici, ne avevano approfittato per sfogare il loro livore contro gli infedeli, ossia gli spagnoli. Avevano offerto ai debitori il riscatto delle loro famiglie, ma a condizione che diventassero juramentados, ossia che giurassero solennemente di uccidere il maggior numero di nemici " (pp. 3-4).

[192] Cui va aggiunto l'enorme duplice attentato del 23 ottobre 1983, con 239 soldati USA e 73 francesi morti (una ricostruzione in Medio Oriente, pp.36-7).

[193] Verdirame comprensibilmente si chiede se le "masse arabe" non siano eccessivamente al centro dell'attenzione degli osservatori europei, che trascurano per contro un'opinione pubblica statunitense (questa sì che ha influenza sul proprio governo), sempre più fredda nei confronti di un'Europa che pare abbandonare l'alleanza nel momento del maggior bisogno. Come ricorda Ledeen: "Molti americani sono critici nei confronti di Bush, come lo sono stati di qualsiasi altro presidente, ma non vediamo di buon occhio il continuo e feroce biasimo per il leader che abbiamo eletto, soprattutto da parte degli europei che lo paragonano a Hitler o a Stalin. Sappiamo che senza gli Usa l' Europa sarebbe sotto la tirannia nazi-fascista, la Russia vivrebbe sotto il comunismo" (2004b). Il risentimento è comprensibilmente diretto in buona parte nei confronti della Francia (si veda ad es. il saporito sito web Fuckfrance; un accenno in Gaggi 2005).

[194] I due non escludono però che gli attentati possano essere stati organizzati da "sionisti pazzi", allineandosi in questo a posizioni quali quelle esposte da Ostenc, p.119: "Queste considerazioni [sull'imperialismo americano da parte della sinistra radicale] si affiancano in qualche modo alle tesi dell'islamismo più violento e assumono anche connotazioni antisioniste, tanto che alcuni anti-mondialisti hanno apertamente accusato i servizi segreti israeliani di aver fomentato gli atti antisemiti perpetrati in Francia e hanno paragonato la politica israeliana a quella dei nazisti. Una considerazione che ha condotto parte dell'estrema sinistra e parte dell'estrema destra a sostenere che la CIA e il Mossad avrebbero fomentato gli attentati dell'11 settembre 2001 affinchè potesse scatenarsi una conseguente persecuzione mondiale contro i musulmani" (su questa diceria cfr. anche Riotta 2005e, ed Abdallah in Cremonesi 2005c). Non prende invece le distanze da tali teorie, anzi le promuove, Maurizio Blondet, giornalista di Avvenire: "...oggi è rilevante un'alleanza triplice. La lobby ebraica (potentissima, ha tutti imedia, i cinema etc); il complesso militare industriale (aziende che no operano sul mercato ma aspettano la commissione del Pentagono); infine i petrolieri (come Cheney e Bush figlio). Quando ci sono queste tre forze unite non c'è un'alternativa che si possa opporre negli Stati Uniti. L'11 settembre, è sempre più chiaro, l'hanno fatto elementi del settore militare-industriale uniti probabilmente a esperti israeliani, con aerei teleguidati, per avere un pretesto per fare la loro "Guerra Mondiale dei 15 anni"" (vedi s.a., Un farneticante teorico di complotti scrive sul quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, Informazione Corretta del 16 novembre 2004).

Siamo così arrivati alle leggende, ispirate a I protocolli dei savi anziani di Sion (riproposti all'inizio del terzo millennio dalla televisione di stato egiziana) circolanti tra le stesse folle islamiche esultanti per l'attentato. Si vedano ad esempio Teodori p.29, o Muscau 2001: "buona parte della popolazione [yemenita] è convinta che gli attentati americani siano "un complotto sionista"". Nirenstein 2003 si sofferma inoltre in diverse altre pagine sull'estremismo razzista e spesso apertamente filohitleriano in molti paesi islamici, dalle leggende medievali sui riti di sangue alla negazione dello sterminio nazista (ripreso poi in pompa magna nel 2005 dal presidente iraniano Ahmadinejad); a p.540 riporta un passo della rubrica Mezza parola di al Akbar, giornale governativo egiziano: "Grazie a Hitler, di benedetta memoria, che al posto dei palestinesi ha vendicato in anticipo i crimini dei peggiori delinquenti della terra"; prosa che ricorda molto quella di Abu Hamza, che sosteneva che Adolf Hitler fosse venuto sulla terra per "occuparsi degli ebrei, a causa del loro luridume, blasfemia e predisposizione al tradimento" (Bottarelli 2005); sempre nello stesso articolo si ricorda la pedagogia del personaggio, anch'essa vicina a quella dell'ammirato uomo politico austro-tedesco: "In una di queste cassette Hamza predicava la necessità che "la donna islamica abbia come unico compito quello di aiutare il marito a educare i figli in modo tale che già all'età di 10 anni siano pronti e coscienti del ruolo di mujaheddin"".

Altri interessanti ragguagli su tale massiccia propaganda, capillare nelle scuole, sono reperibili in Internet, sul sito http://www.memri.org / . Sulla Siria vedi anche Novella; per l'Egitto, Allam 2004e e 2004f (cfr. anche 2005k): i giornali governativi egiziani fanno addirttura balenare responsabilità del Mossad nella strage di turisti israeliani a Taba (su questo la pagina di Mediawatch ospitata da Peacelink.org, con in particolare la reazione sdegnata del giornalista egiziano Mamoun Fandy a queste menzogne); ancora sull'Egitto, a proposito dell'attentato di Sharm el Sheikh del luglio 2005 Allam (2005i), riprendendo un articolo di Fiamma Nirenstein su la Stampa, denuncia la diffusa credenza popolare che gli attentati siano opera di Israele od America (per la Giordania cfr. Porqueddu 2005b, per lo Yemen – e ancora l'Egitto – vedi nota 193).

Tali leggende – ispirate alla psicosi del complotto, di cui si parla in nota 63 – portano l'impronta della propaganda nazista, spesso ispirata al blame the victim (a questo effetto pensava Battista, 2005b, nello scrivere del "complottismo che ribalta i ruoli e permette la larvata innocentizzazione dei massacratori veri e la rude colpevolizzazione di chi ne ha subito l'azione criminale"); si pensi all'affare, minore ma significativo, del caso Athenia, riportato da Cartier: silurato dai tedeschi nel 1939, vi morirono 28 passeggeri americani. "Il giorno seguente il "Völkischer Beobachter" lancia l'accusa: è Churchill che ha fatto affondare l'Athenia con un ordigno esplosivo, speculando vergognosamente sulla pelle di 1500 innocenti per creare un incidente fra la Germania e gli Stati Uniti"(p.43).

Sul mondo arabo in generale cfr. ancora Allam 2005b, alla luce di qualche tardivo tentativo di ravvedimento – sui quali vedi anche Allam 2005c e 2005d. Volendo aggiungere gli iraniani (non arabi, a parte una minoranza), va citata la curiosa leggenda di Edoardo Agnelli martire sciita (cfr. Battistini 2005b) – che stride col tentativo di far invece apparire come inesistenti fatti storici epocali come lo sterminio nazista degli ebrei (questa la tesi del presidente Ahmadinejad).

[195] In un altro passaggio del medesimo intervento si legge: "L'Islam si presta bene, per la sua semplicità e l'innato carattere di militanza, a essere l'ideologia dei dannati della terra, di quelle masse di poveri che oggi affollano, disperate e discriminate, il Terzo Mondo occidentalizzato". Facile notare l'assonanza col titolo (ma temo anche con lo spirito populista, irrazionale ed estremista) dell'opera di Fanon, diffusamente criticata da Iraci Fedeli (cfr. nota 57).

Sempre a Fanon si richiama anche Negri, particolarmente vicino a Terzani nell'analisi che segue, che ribadisce questa tesi: "Il terrorismo ha esportato quel senso di insicurezza e di paura che è il pane quotidiano, purtroppo, della maggior parte delle società e delle nazioni del pianeta che non fanno parte del club, numericamente modesto, dei fortunati: con sistemi politici stabili e democratici [si tratta di fortuna, o di scelte collettive?], strutture pubbliche e sociali ben radicate, economie affermate e vincenti. Sostanzialmente il terrore proviene dai popoli e dalle regioni del mondo che non hanno un futuro, nè immediato nè in prospettiva. (…) Probabilmente (…) dietro al terrore e all'estremismo islamico c'è davvero un amaro e tragico senso di rivincita: una volta tanto Davide ha messo in ginocchio Golia [il quale, però, ha le mani legate, cfr. nota 245] e questo fa piacere non soltanto ai musulmani ma anche ad altri milioni di persone frustrate e senza speranza. (…) In realtà dalle miserie del pianeta sono riemersi i dannati della terra di cui parlava un tempo Frantz Fanon. La differenza è che non chiedono più giustizia a un sistema politico locale e di relazioni internazionali che si è dimostrato deludente; semplicemente esercitano, a loro volta, una sanguinaria ingiustizia"(2004d).

Ritroveremo tra poco questo genere di posizioni. sposate anche da una parte maggioritaria del clero, senz'altro quella che fa riferimento alla struttura missionaria e alla linea terzomondista di Wojtila: cfr. nota 200.

[196] Che curiosamente è caratterizzato da una sensibilità quasi morbosa per gli accenni di razzismo nelle società occidentali – che pur è doveroso combattere; ma quando si arriva alla evidenti volontà genocida dell'islamismo radicale – per esempio nei confronti degli israeliani – tutto si giustifica come un moto di reazione.

[197] Montanelli già nel 1991 scriveva: "Questi pacifisti erano di due specie. Una erano i comunisti e i loro compagni di strada, per i quali la guerra è un obbrobrio quando la fanno gli americani, mentre è una misura igienica quando la fanno, in Ungheria o in Afghanistan, i sovietici. Gli altri erano i cosiddetti "integralisti" cattolici, per i quali gli impegni dello Stato non hanno senso in quanto, secondo loro, non ha senso lo Stato" (in Teodori p.43, da Oggi del 6 marzo 1991). Mistri poi annota: "simpatie verso l'Islam si manifestano in ambienti diversi, da quelli cristiani a quelli dell'estremismo anarcoide di sinistra. Per certi ambienti cristiani l'Islam potrebbe rappresentare un potente alleato contro il laicismo; per certi ambienti di estrema sinistra l'Islam potrebbe rappresentare un alleato contro la democrazia e la modernizzazione della società. C'è molta voglia di totalitarismo in alcuni ambienti europei, nei quali l'anti-semitismo, ad esempio, non è mai morto, e l'Islam potrebbe fornire le truppe per l'assalto al "palazzo di inverno" della democrazia" (2003, p.26). Si vedano anche le note 2 e 323.

[198] Sul cui carattere terzomondista – chiaramente rivelatosi in particolare in occasione delle due guerre contro l'Iraq – si vedano le considerazioni di Nirenstein 1990, pp.131-3, quelle di Galli Della Loggia (2003a), di Teodori, intervistato da Margiocco 2003, e naturalmente quelle di Fallaci 2003; cfr. anche Politi 2003, in chiave quasi apologetica, e Zizola (2003a), che ricostruisce i diversi orientamenti vaticani su pacifismo e "guerra giusta" (va però aggiunto l'atteggiamento sulla guerra civile che distrusse la Jugoslavia, e che fu da taluni giudicato nella sostanza, se non nella forma, guerrafondaio: per una ricostruzione, cfr. Huntington, pp.421 e seguenti).

[199] Sull'origine di questa avversione, importante anche l'ipotesi di Rumi, intervistato da Vecchi: "C'è da aggiungere un fatto specifico italiano: nell'ottocento il nostro ceto industriale era tutto liberale, garibaldino, e quindi nemico della chiesa. Non era diffidenza teologica, ma Risorgimento".

[200] Ricordo solo tre ex-ministri degli esteri: Colombo (cfr. Panella 2003a, p.178); Andreotti (si veda l'affermazione cui si accenna in nota 330; El Saadi Gheddafi lo cita con accenti da nostalgico: "Da quando Andreotti è scomparso dalla scena politica, voi non avete più una politica estera. Ma non stavate prima, quando c'era lui?", in Delera); Dini, che nel settembre 2003 non trova di meglio che definire "politica terrorista" le eliminazioni mirate di terroristi (questi sì) effettuate da Israele (che lungi dal provocare "fiumi di sangue" assieme al deprecato – dagli europei, cfr. anche Cremonesi 2005b – "muro" hanno fatto drasticamente scendere la cadenza degli attentati, cfr. nota 200: una lezione per il nostro continente), e si fa notare al ricevimento dato dall'ambasciatore iraniano (insieme a Malabarba e D'Onofrio) in piena crisi da riarmo nucleare: l'articolo che ne segnala la presenza (Caprara 2006a) esce per coincidenza nello stesso numero del motivatamente preoccupato editoriale di Ronchey Islamismo atomico (vedi anche Caccia 2006a). Ad essi si aggiunga Craxi, sodale di Arafat (cfr. ad es. Caprara 2006b): l'episodio più eclatante fu quello della "notte di Sigonella", nella quale – con l'opposizione determinata del solo PRI di Giovanni Spadolini – sottrasse agli americani Abu Abbas, responsabile del dirottamento dell'Achille Lauro (nel corso del quale era stato assassinato per motivi razziali un anziano paralitico). Così Vecellio commenta quegli avvenimenti: "Una brutta pagina della nostra storia recente, gabellata come manifestazione di indipendenza e resistenza a quelli che vennero definiti "i cervelli sciocchi" che avevano spinto l'allora presidente Ronald Reagan a cavalcare l'onda instabile dell'emotività popolare.

Balle. La verità è che avevamo per le mani un pericoloso terrorista, responsabile del sequestro di una nostra nave e dell'uccisione, su quella nave, di un cittadino americano. Potevamo consegnarlo agli Stati Uniti perchè questo pericoloso terrorista venisse processato; potevamo processarlo noi italiani. Si è preferito farlo fuggire. Come molti anni prima si facevano fuggire i killer che il colonnello libico Gheddafi sguinzagliava a Roma e Milano perchè uccidessero i dissidenti. Quando questi assassini venivano presi dalla polizia, li si scarcerava subito e li si rispediva a Tripoli. La politica del piede su due staffe: lotta al terrorismo internazionale di facciata, compromessi con i terroristi nella sostanza perchè "operassero" altrove. Abbiamo risparmiato al nostro paese qualche attentato, che invece è stato commesso in altre città europee. Ma non c'è nulla di cui essere orgogliosi per questo "manovrare", e non è così che si dimostra indipendenza e autonomia.".

Su questa tradizione si vedano – oltre a Pera pp. 5-9 e al testo di Fabei, se si vuole risalire al fascismo (a cominciare dall'anti-americanismo ante-litteram di D'Annunzio ai tempi di Fiume, pp.29-31) – Panebianco 1989, Nacci, Iraci Fedeli p.65, Romano 2001, Teodori, p.113-8, Cicchitto, Capuozzo 2004a e Ceccarelli 2003a; quest'ultimo ricorda anzitutto la "definizione che Indro Montanelli e Mario Cervi hanno dato della politica estera italiana: "Fedeltà generica e costante all'Occidente, però con sbandamenti terzomondisti e una inguaribile riluttanza ad approvare senza riserve i gesti di forza degli amici e deplorare senza riserve i gesti di forza degli avversari"". Torna poi sull'argomento all'indomani della strage di Nassiryia (2003b), con un'ampia ricostruzione: dagli anni di Mattei, via via ai giorni nostri, attraverso Gronchi, La Pira, Moro (citato con entusiasmo da Nicky Vendola che si ripropone di ricalcarne le orme, cfr. Taino 2005e), Fanfani, Taviani, Andreotti, Craxi; e poi, icasticamente: "… quella linea di politica estera sul Medio Oriente che una volta, con qualche fantasia in più degli alleati democristiani [essendo del resto di una coloratissima quanto purtroppo realistica definizione della politica], l'ex ministro Rino Formica ha così condensato: "Un terzo Helsinki, cioè neutralità; un terzo Vaticano, cioè universalismo; e un terzo Tangeri". Tangeri per dire quel brulichio di avventurose transazioni, sottigliezze inverosimili, doppie linee, tripli giochi, ammiccamenti, finanziamenti…". A questo si riferiva Sorgi, sulla medesima edizione del quotidiano: "Quel modo metà vaticano e metà andreottiano di convivere con la confusione araba mostrando un tasso di ambiguità superiore, perfino, a quello mediterraneo dei nostri interlocutori". Sulla Chiesa si veda la nota 200; su uno dei personaggi più emblematici del cattolicesimo populista antiliberale, La Pira, segnalo il trittico di articoli del Corriere della Sera del 3 gennaio 2004 (Accattoli 2004a, La Pira e Vecchi 2004a). I legami tra questa politica estera e quella energetica sono messi in evidenza da Romano (2004a): "I nostri governi, intanto, si sono ispirati a una vecchia massima di Agostino Depretis: "Quando all' orizzonte vedo una questione internazionale, io apro l' ombrello e aspetto che passi". L' uomo che è sembrato impersonare meglio di altri questa filosofia è Giulio Andreotti. Anche nei casi in cui Gheddafi è stato più imprevedibile e irresponsabile, il vecchio uomo politico democristiano ha rifiutato di ricorrere a condanne, sanzioni, sentenze inappellabili. E ha finito per recitare, accanto al leader libico, la parte dello zio tollerante e benevolo, sempre disposto a credere che dietro le intemperanze del nipote vi fossero meriti da riconoscere e qualità da coltivare. Ma Andreotti non è, come Depretis, digiuno di politica internazionale. Nella sua strategia libica vi è probabilmente una combinazione di elementi: una certa sintonia con gli interessi della Chiesa in Nord Africa e nel Levante, una sorta di pazienza ecclesiastica per i tempi lunghi delle questioni difficili, un occhio alle iniziative dell' Eni e agli interessi petroliferi nazionali, una spiccata allergia ai metodi forti della diplomazia americana. Per ragioni diverse e con diverso stile gli altri Paesi europei hanno fatto la stessa politica. (…) Ma l' Italia è stata molto più remissiva dei suoi partner europei. Da Moro, ministro degli Esteri nell' anno (1969) in cui Gheddafi prese il potere, a Berlusconi, tutti i governi hanno preferito essere pazienti e lungimiranti. Resta tuttavia un dubbio: che il fattore decisivo di questa politica sia stato il petrolio, vale a dire i 500 mila barili che l' Italia importa ogni giorno dalla sua vecchia colonia. Il no alla politica nucleare, pronunciato con il referendum dell' 8 novembre 1987, le ha vietato di concedersi il lusso delle grandi nazioni: la dignità e la fierezza".

[201] È ben vero che tra i vescovi italiani si siano levate anche voci assai diverse: sintomi più cospicui di una pur tardiva resipiscenza sono colti da Franco in un articolo scritto all'indomani delle stragi di Nassiriya e Istanbul (si pensi ad es. alla posizione prudente di esponenti di spicco quali il cardinal Ruini, o di monsignor Maggiolini; oppure alla querelle, forse più significativa agli occhi del clero, sul crocefisso nelle scuole; allo scarso entusiasmo, infine, per la linea zapaterista di fuga dall'Iraq); cfr. Bracalini, Accattoli 2004b e Franco 2004.

Questa sembra ad ogni modo la posizione prevalente della Chiesa, sancita da Wojtila in persona per esempio in occasione dei conflitti in Iraq (cfr. nota 197); ad esempio Renato Martino (lo stesso che è sembrato scandalizzarsi più per l'ispezione dentale a Saddam Hussein catturato che non per le sevizie letali da questo perpetrate ai suoi oppositori), allora osservatore permanente dello stato vaticano all'ONU, interveniva il 22 ottobre 2001 all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite con queste parole: "Le rappresaglie che colpiscono in modo indiscriminato degli innocenti, continuano la spirale di violenza e sono soluzioni illusorie che non portano all'isolamento morale dei terroristi. (…) Gli atti di vendetta non curano l'odio (…) Dobbiamo piuttosto rimuovere i più ovvi elementi che diffondono le condizioni di odio e violenza, e che sono contrari ad ogni movimento verso la pace. (…) [La] negazione della dignità umana, la mancanza di rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali, l'esclusione sociale, l'intollerabile situazione dei rifugiati, (…) l'oppressione fisica e psicologica (…) sono terreno fertile che attende solo di essere sfruttato dai terroristi" (in bibliografia il riferimento Internet alle pagine dell'Agenzia Internazionale Fides che ne riportano un sunto). Wojtila in persona è intervenuto più volte durante le due crisi irachene, per non parlare di quella arabo-israeliana: ricordiamo il "non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti!", quando fu edificato il muro di protezione, molto efficace nel frenare le azioni terroristiche (vedi tra l'altro l'intervista al terrorista Jamal, Gergolet 2004b, Cremonesi 2005b, Capuozzo 2005) – il testo del discorso in Asianews del 17 novembre 2003. Minore la loquacità della Chiesa sugli stermini ai danni dei cristiani, come quello passato sotto silenzio di Timor est, o quello sudanese.

Diverse altre simili prese di posizione di esponenti qualificati del mondo cattolico nell'articolo di Politi, ma si pensi anche al pittoresco padre Benjamin (finito con italiani quali "Frimigoni", un pacifista abruzzese, un petroliere, il presidente dell'associazione Italia-Irak, nella lista dei sospetti beneficiari di tangenti da "Oil for Food"; cfr. F.Gatti 2004b); su questo tipo di terzomondismo anti-USA si vedano soprattutto si veda il libro di Teodori, in particolare le pp.30-2 e il cap.VII (possiamo aggiungere la dichiarazione di Zanotelli a proposito di quello americano, definito "un sistema di peccato e di morte"– in Galli Della Loggia 2003a, e le esternazioni del cardinale Scola in Vecchi 2004e riportate in nota 335, vedi anche 204d), Panebianco 1989, l'intervento di Nacci, Giuliano Zincone (2004a; cfr. nota 116), Capuozzo 2004b e infine l'articolo di Ceccarelli già menzionato poco sopra (2003a), che contiene anche il passaggio: "Dopo tutto, Roma è importante perchè c'è il Vaticano. Petrolio & Preghiere è un binomio non del tutto sconosciuto ai governanti di ieri e di oggi".

Cossiga riserva una stoccata finale illuminante al ruolo vaticano, esternando le sue convinzioni sul candidato democratico alla Casa Bianca, il quale "lungi dall'essere quel pacifista che gli amici Rutelli e Fassino fan finta di credere, sarà molto più duro da un punto di vista dell'impegno militare all'estero di quanto non sia Bush. Il giorno nel quale l'utopia Kerry verrà meno e gli Stati Uniti si riaffermeranno nel loro ruolo di gendarme del mondo, gli ambienti pacifisti non potranno che sperare in al-Qaida e nella rinascita islamica in funzione antiamericana e, mi si perdoni l'abbinamento, nella Santa Sede" (in Pelosi 2004).

Non va naturalmente sottaciuto il fatto che la vulgata su origini e metodo di combattere il terrorismo sia comune anche ai laici; Scalfari ad esempio, pur pronunciandosi a favore della "fermezza" contro il terrorismo come fu ai tempi del rapimento Moro, scrive: "Perciò esiste una sola valida ricetta per combattere il terrorismo: prosciugare l'acqua che lo circonda [Bertinotti (2004) la chiama la ricetta "classica"] lasciandolo a secco e lì, una volta a secco, estirpare il fenomeno alle radici", specificando poi: "In che modo si prosciuga l'acqua in cui prospera il terrorismo? Con il dialogo, con la comprensione dei bisogni morali psicologici di quei popoli, etnie, nazioni nei quali il terrorismo cerca di metter radici perchè vi ravvisa un humus fertile dove le sue radici velenose potranno più facilmente attecchire"(2004). Come dire: "Avete delle cause da difendere? Volete ottenere qualcosa dalla comunità internazionale? Il metodo migliore è il ricorso al terrorismo" (come del resto confermato dalla fuga precipitosa di Zapatero dall'Iraq all'indomani dell'11 marzo). Torniamo su questo nel punto c di questo paragrafo.

[202] Molti anche gli interventi esterni attirati dalla dicotomia tra le posizioni specialmente degli ultimi due, in particolare nell'autunno 2002 in occasione del Social Forum di Firenze. Tra questi posso ricordare, su due lati contrapposti, quello di Scalfari e quello di Ostellino (2002b), con la sua coda intrisa di veleno: "Concludendo. Tiziano Terzani ha detto che la Fallaci è un "caso clinico" psicanalitico. Personalmente, non ho mai dubitato della buona fede di Terzani. Anche quando, in Cambogia, tifava per i khmer rossi; in Vietnam, per i vietcong; arrivando in Cina, manifestava ammirazione per il maoismo; e neppure ne dubito ora che, vivendo in India, va in giro vestito da santone indiano a predicare il pacifismo. Ma non mi sembra, il suo, il pulpito migliore dal quale parlare di casi clinici altrui. Auguriamoci allora che a questo straordinario Zelig del giornalismo non capiti mai di visitare un convento. Rischierebbe di uscirne suora a predicare la bellezza della clausura".

[203] Ledeen (2004b) sembra avere in mente questo passo quando commenta le esitazioni diplomatiche prima dell'attacco all'Iraq nel 2003: "Semmai,[l'amministrazione Bush] è stata colpevole di eccessivo multilateralismo. La sua ricerca di risoluzioni di sostegno da parte dell'Onu è costata molti mesi e forse molte vite, poichè ha dato ai nostri nemici nella regione l' opportunità di prepararsi alla guerra terroristica ora in corso".

[204] La lungimiranza consiste nel sapere agire per tempo. Quanto sia importante ce lo ricorda ancora Il Principe: "Et interviene di questa come dicono e' fisici dello etico [si riferisce ai tisici, non ai moralisti], che nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso del tempo, non l'avendo in principio conosciuta nè medicata, diventa facile a conoscere e difficile a curare. Così interviene nelle cose di stato; perchè, conoscendo discosto [in anticipo], il che non è dato se non a uno prudente, e' mali che nascono in quello si guariscono presto; ma quando, per non li avere conosciuti, si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è più rimedio." Probabilmente i Romani sarebbero stati più energici e soprattutto tempestivi degli occidentali di oggi nei confronti del terrorismo (Pompeo fece la guerra, vittoriosa, contro i pirati) – il passo continua infatti così: "Però e' Romani, vedendo discosto l'inconvenienti, vi remediorono sempre, e non li lasciarono mai seguire per fuggire una guerra, perchè sapevano che la guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio di altri; però vollero fare con Filippo ed Antioco guerra in Grecia, per non la avere a che fare con loro in Italia; e potevano per allora fuggire l'una e l'altra; il che non vollono" (Machiavelli, p.35).

[205] "A parer mio, occorre innanzitutto sgombrare il campo da taluni assunti che sono stati largamente ripresi dai media – e non solo da essi – nel commentare gli attentati. Il primo è che la risposta debba essere politica e che debba eliminare le cause profonde del terrorismo, anzichè combatterlo e vincerlo come forma di guerra. Quando si è attaccati, occorre prima sconfiggere l'aggressore e poi, eventualmente e se possibile, eliminare i motivi per cui ha aggredito. La seconda guerra mondiale è stata sicuramente motivata dalle inique condizioni imposte alla Germania a Versailles. A nessuno, beninteso, è saltato in testa di eliminarle prima di reagire all'aggressione nazista" (2001a, p.43).

[206] "Oggi vediamo che una parte importante dell'intellighenzia occidentale, in particolare di sinistra, si mostra incline a considerare l'islamismo, e la sua variante binladenista, un'alternativa seria alla globalizzazione promossa dagli Stati Uniti. L'efficacia tanto criticata, anche dagli alleati degli Stati Uniti, dei mezzi miliardari da questi ultimi impiegati per reprimere il terrorismo islamista, serve spesso come pretesto a molti pacifisti per predicare la soluzione politica del conflitto, vale a dire un dialogo e un compromesso con il binladenismo, considerato una radicalizzazione quasi giustificata dell'antiamericanismo e dell'antiglobalismo. L'eventuale compromesso, di cui per esempio gli ebrei d'Israele potrebbero fare le spese, prosciugherebbe le fonti del terrorismo, e gli ostacoli all'incedere della Storia verso un più equo ordine mondiale verrebbero rimossi". La conclusione è forse etnocentrica, sicuramente poco neutrale dal punto di vista valoriale – quanto mi pare opportuno in questo momento – e soprattutto di energia insospettabile in un novantaduenne: "Non perdiamo di vista il fatto che questo terrorismo, che afferma di prendersela con i "crimini della cultura occidentale" – da noi, in certi casi, ampiamente denunciati prima dei mullah – ha come vero obiettivo le sue conquiste più durature che a noi spetta come missione conservare a qualsiasi prezzo: la difesa istituzionale del valore della vita, la riflessione razionale e la solidarietà umana. La Storia non è finita: il binladenismo, benchè un avvertimento, ne è un episodio. Quanto alla civiltà occidentale, si ha torto a rinunciare alla sua pretesa di universalità e a voler capitolare nel suo nome di fronte a ciò che, in realtà, non è che demenza e barbarie". In questo senso anche De Marchi (per es. Il terrorismo islamico e la ricetta per sconfiggerlo, o La commemorazione di Michel Foucault), a cominciare dai rimproveri al piatto conformismo di molta intellettualità occidentale, Foucault in testa (vedi Conclusione).

[207] Dalle espressioni di Andreotti (cfr. nota 330) al "Sono una madre, e anche una nonna. E penso che se vivessi in quella situazione, potrei pensare di farlo anche io", riferito ai kamikaze palestinesi, dell'(ex-)deputato liberaldemocratico britannico Jenny Tonge (cfr. Altichieri), costretto immediatamente alle dimissioni.

[208] Come afferma seccamente a questo proposito Morris, intervistato da Shavit: "But when one has to deal with a serial killer, it's not so important to discover why he became a serial killer. What's important is to imprison the murderer or to execute him".

[209] Eloquente a questo proposito l'intervento di Carrubba, che recensisce la ricerca Educazione, povertà, violenza politica e terrorismo: esiste una connessione casuale? di Krueger e Maleckova. Su questo si vedano anche Jean 2001c, Panella 2002 62-3 (le 63-7 sono dedicate al blocco sociale dell'integralismo), Capuozzo 2004b e Taino 2004b, che dà spazio alle due posizioni.

Iraci Fedeli 1990, pp.114-7 – riporto un passo da p.116: "Esistono, indubbiamente, nel Terzo Mondo di oggi, focolai di irrequietezza e di rivolta. Ma non si vede come una redistribuzione internazionale del reddito potrebbe ridurli. Probabilmente le accrescerebbe, come dimostra l'esempio persiano. Supponiamo che l'Occidente voglia mostrarsi magnanimo, e, verso un piccolo paese, potrebbe farlo senza grande spesa, ed elevasse il prezzo del caffè esportato da El Salvador. Si ridurrebbero le tensioni? Probabilmente si accrescerebbero. La base della sovversione salvadoregna è più di emarginati (tra cui intellettuali falliti, studenti che non studiano, laureati che non lavorano, etc.) prevalentemente urbani e suburbani [cfr. su questo Panebianco in nota 57], che di contadini [a parere di Huntington questo vale anche per il fondamentalismo islamico, cfr. pp.159-61], e un aumento del reddito dei contadini non potrebbe che far sentire come ancora più intollerabili le condizioni delle masse povere e parassitarie". Iraci Fedeli conclude poi constatando che "l'esperienza ha dimostrato largamente che l'effervescenza di queste masse è stimolata da aumenti di reddito, che accrescono la sensazione di disuguaglianza. Gli strumenti con cui potrebbe realizzarsi una redistribuzione internazionale del reddito, aumenti di prezzi delle esportazioni primarie (per i paesi semisviluppati e per quelli produttori di petrolio),e "aiuti" (per i paesi infrasviluppati) per la distribuzione degli incrementi di reddito che inducono, per il tipo di pressioni che creano, per le aspettative che suscitano, non possono che accrescere le tensioni".

Su una posizione meditata, non così lontana dalla diffusa tesi del terrorismo figlio, seppur degenere, delle ingiustizie globali (ho già menzionato, in nota 41, un articolo di Petracca che la riecheggia) è Sofri, che rileva "È un equivoco l'idea che il terrorismo internazionale possa essere prosciugato da una minore iniquità dei rapporti internazionali di ricchezza e dominio. è vero però, ed essenziale, che ridurre l'ingiustizia del mondo vuol dire ridurre il consenso attivo o la simpatia rancorosa per le gesta e il linguaggio dei terroristi" (2002a). Oz ci riporta a riflettere sulla grande potenza della deprivazione relativa , di cui già si è già parlato nell'§1.4, cosa diversa dalla miseria: "Ma il male del regime di Saddam, come il male di Bin Laden, è profondamente e ampiamente radicato nelle immense distese della miseria, della disuguaglianza e della mortificazione. Forse affonda le radici ancora più in profondità nell'invidia violenta e spaventosa che l'America ha suscitato per molti anni – non solo nei Paesi del Terzo Mondo, ma anche nei bei viali della società europea".

[210] Tipica in questo senso l'interpretazione di Negri (cfr. nota 194), che è pur osservatore attento ed informato. Citiamo ancora Cardini, che sottolinea la necessità di "eliminare tutte quelle situazioni di ingiustizia e sofferenza che – dall'Iraq alla Palestina alla Cecenia – inducono tanti disgraziati a simpatizzare con il terrorismo" (2004; l'artticolo è citato più ampiamente in nota 251).

[211] Interessante su questo l'articolo di Kepel 2001. Una conferma all'inverso viene dall'imperizia dimostrata dagli attentatori suicidi di Modena (sinagoga, 2003) e Brescia (McDonald's, 2004), cui va aggiunto il convertito che tentò un attacco al metrò di Milano (gli ultimi due ricordati da Dambruoso, 2004c). Non è però da minimizzare la minaccia rappresentata da questi cani sciolti, spesso ai limiti della fragilità psicologica, in quanto mobilitabili sulla base di semplici proclami, ignoti ai servizi di sicurezza e in sostanza imprevedibili: si vedano ad es. Allam 2004e l'allarme di Pisanu in Martirano 2004c.

[212] Luttwak (2001) lodava a questo proposito l'incisività della politica israeliana di eliminazione dei capi terroristi più capaci (con probabile scandalo dei molti giornalisti RAI in testa che paiono esecrare maggiormente queste operazioni che non l'assassinio deliberato di civili innocenti): gli attentati quindi sono ridotti a un livello tecnico, e quindi di pericolosità, piuttosto modesto.

[213] "Quanto alla provenienza sociale, già da tempo si era notato che i kamikaze erano stati reclutati nelle fila della media borghesia e non in quelle dei disperati" (Coen 2003a); in un riquadro relativo all'articolo successivo (Coen 2003b) si legge che i kamikaze hanno livello d'istruzione medio-alto (ben il 47% ha formazione universitaria); lo conferma anche Della Pergola, per quanto riguarda il terrorismo palestinese. Del resto ciò è anche funzionale alla qualità degli attentati – scrive infatti Olimpio (2003d): ""Ma caro Abu Omar, non è la quantità, ma la qualità. Anche se ce ne sono 10 è sufficiente". Le parole, carpite da una intercettazione, rammentano quelle pronunciate dalla vedova di Yehya Ayyash, il padre degli attentatori suicidi palestinesi. "Non dobbiamo sprecare i nostri giovani, dobbiamo farli studiare, perchè quando saranno ingegneri o chimici potranno preparare bombe più sofisticate", ci ha detto un giorno nella sua casa di Nablus".

[214] Allam (2005e) opta per l'idea illuministica che la sconfitta dell'analfabetismo porterà con sè quella del terrorismo.

[215] Vedi anche l'inserzione della European Security Advocacy Group (Esag), intitolata Alcuni fra i peggiori terroristi del mondo provengono dalle migliori famiglie (si citano gli esempi di Osama Bin Laden, del fondatore egiziano della jihad Islamica e dei membri della Baader-Meinhof).

[216] Annota Cecilia Zecchinelli, a conferma delle ipotesi riportate in nota 19 (si rilevi anche la consonanza con l'analisi sociologica – pur riferita a tutt'altro contesto – di Iraci Fedeli in nota 208): "È seduta sopra un vulcano, la monarchia saudita. E l'eruzione, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere vicina. (…) è certo che il vulcano esiste e si sta risvegliando. Sul fronte interno, prima di tutto: la profonda crisi economica in cui si trova da anni (…) ha creato, insieme al boom demografico (+4% annuo) una generazione di giovani diplomati senza lavoro nè speranze (25-30% la disoccupazione maschile stimata)". Aggiunge Panella (2003b): "L'Arabia Saudita (…) esempio da manuale di come il terrorismo islamico nasca non dalla miseria, ma dalla frustrazione dei ceti medio-alti dei paesi arabi petroliferi" (2001). Sull'Arabia Saudita si vedano soprattutto Panella 2002 (in particolare le pp.21-5), che – al pari di Kristol critica le indulgenze americane in particolare del passato, e Ledeen (2004a) che la inserisce a pieno titolo tra gli "stati-canaglia"; cfr. anche Malsano, Pipes 2003a, C.Gatti 2003a (che ne sottolinea la vicinanza ad Al-Qaeda, almeno fino a quella data), Taino 2004a, Ferrari 2004b, Olimpio 2004p, Martelletti 2005, il Foglio dell'8 marzo 2006.

[217] Così anche Pasquino: "Parliamoci chiaro: non si può dire che i terroristi siano disperati, i "dannati della terra" alla Franz Fanon. Questo è il disegno terrorista di un miliardario, un progetto politico con un potentissimo sostegno ideologico e religioso. L'obiettivo è distruggere l'Occidente perchè è modernità, prosperità e democrazia" (in Vecchi 2004b). Sembra una risposta (in realtà l'articolo uscì prima) all'interpretazione di Negri, cfr. nota 194: una risposta pragmatica, da parte di un attento osservatore che milita a sinistra, a tesi fondate su un immotivato senso colpa; cfr. anche l'intervista rilasciata a Gorodisky – per la sinistra americana vedi invece nota 238 (e Meli per quella italiana, più riluttante a staccarsi dalla componente radicale). La dicotomia destra/sinistra si dimostra fuorviante in merito alla guerra al terrorismo (come in merito a quasi tutti gli ambiti) anche per quanto riguarda la destra: ci torniamo nel §4.2.

[218] Sul tema invece del revanscismo arabo-islamico, già presente in Huntington, si sofferma Panella (2002, pp.19-20); si veda anche Vatikiotis in nota 185.

[219] Insieme ai primi successi del loro espansionismo. Scrive ad esempio Huntington, con più generale riferimento all'aggressività internazionale: "Per gli americani e gli occidentali in genere, l'Afghanistan fu la vittoria finale e decisiva, la Waterloo della Guerra Fredda. Per i nemici dei sovietici, tuttavia, la guerra afghana fu qualcosa di diverso: (…) fu combattuta come jihad,(…) fornì un incredibile spinta propulsiva al senso di autostima e al potere islamici [in questo senso anche Panella 2002 pp. 60-1 e Lewis, 2004 e in Nirenstein 2003 p.532]. Il suo impatto sul mondo islamico è stato paragonabile a quello sortito sul mondo orientale dalla vittoria giapponese sui russi del 1905 [l'esempio pertinente per la Germania può essere costituito dalle vittorie bismarckiane del 1866 e soprattutto 1870] " (pp.364-5). Rumsfeld infine fa riferimento all'esperienza USA a Beirut nel 1983: "Nel giro di sei mesi dal primo attentato, la maggioranza delle truppe americane si ritirò dal Libano. Da quell'esperienza i terroristi hanno tratto una lezione utile: che il terrorismo è relativamente poco costoso, molto difficile da contrastare, e può far conseguire risultati considerevoli con pochi rischi e spesso senza nemmeno conseguenza negative". Vedi anche Olimpio in Appendice 1.

[220] De Marchi, che lo ha letto, lo critica invece – insieme alla Magli e molti antropologi novecenteschi – per il relativismo culturale congiunto ad una certa freddezza verso i valori occidentali, in primis la validità universale della formula democratica.

[221] Cfr. per es. pp.86-8 e 212 – in un certo senso qui è concordante l'analisi di Ambrosini, cfr. pp.22 e 38-42; cfr. poi Daniele in nota 330.

Del resto è evidente, come mette in rilievo Ottolenghi, 2003b, che i più celebri radicali islamici, a cominciare da Osama Bin Laden hanno studiato in Occidente (cfr. anche Panella 2002, p.76). Huntington, analizzando le basi sociali della Rinascita islamica, evidenzia del pari che queste siano costituite dai ceti intellettuali (cfr. n. 208) – vedi ancora l' interessante analisi di Panella già indicata in nota 208 e le dichiarazioni di Lo Jacono a Zecchinelli.

[222] Scrive Allam: "Da una lettura attenta di queste trascrizioni affiora con forza il ruolo che la moschea riesce a colmare in assenza di una presenza attiva e efficace delle istituzioni dello Stato nell'assistenza e nel processo di integrazione degli emigrati. Quando il tunisino Jelassi Adel Bougatef dice "abbiamo imparato la nostra religione all'Istituto" (la moschea di viale Jenner, ndr ), afferma un concetto preoccupante. Questi giovani arrivano nel nostro Paese sostanzialmente laici. Ed è qui in Italia che si convertono all'integralismo islamico. Perchè finiscono per essere lasciati in balia di moschee e di guide religiose fanatiche. Il caso di Mohammad Atta, l'egiziano prescelto da Osama Bin Laden per guidare il commando di terroristi suicidi dell'11 settembre, deve rappresentare un monito. Atta era uno studente modello, tranquillo, moderato, incensurato, intelligente, di successo. Eppure, a seguito di una crisi di identità che l'ha portato a scontrarsi e a rifiutare il sistema di valori dominanti in Germania, dove ha conseguito con il massimo dei voti un dottorato in Architettura, Atta ha fatto propria l'ideologia estremista e violenta di Al Qaeda" (2003f). Si leggeva nell'intervista a Pisanu (Allam 2003d): ""Sì, ne abbiamo discusso e siamo pervenuti alla conclusione che il fatto costituisce un' inquietante novità sulla scena del terrorismo islamico in Europa, perchè a parte ogni altra considerazione, contribuisce oggettivamente ad innalzare il livello della minaccia. Nei casi da lei citati l'unico fattore scatenante del terrorismo è quello religioso. Non il fattore economico o sociale. Ed è purtroppo quasi sempre nelle moschee che avviene la conversione all' estremismo islamico. Quindi lo dico chiaramente: o le moschee rispettano la legge o chiudono"". Cfr. anche Allam 2004d e 2004g.

Sentiamo cosa scrivono i servizi segreti: "A preoccupare gli esperti dell'Antiterrorismo sono i cosiddetti free lance "soggetti nati o comunque residenti in Occidente e qui "guadagnati" alla causa dell'islamismo internazionalista", ma anche "le donne kamikaze, talvolta di origine europea". Il reclutamento, avvertono gli analisti, avviene non più esclusivamente nei luoghi di culto, ma "negli esercizi commerciali come phone center o macellerie halal, nelle scuole coraniche e nelle carceri" dove altissima resta la presenza di extracomunitari islamici, soprattutto maghrebini" (Sarzanini 2006a in merito alla relazione semestrale resa pubblica nel febbraio 2006).

[223] Vi sono dei precedenti, come quello delle comunità italiana e giapponese negli USA durante la seconda guerra mondiale. Oppure, ma non si tratta più di piccole minoranze, vi sono gli esempi a noi contemporanei del terrorismo basco, irlandese, palestinese, ceceno. Una nota di parziale ottimismo, che depone contro l'irriducibilità delle contrapposizioni etniche, viene proprio da uno degli epicentri delle tensioni mondiali, Israele: la consistente minoranza arabo-israeliana non è ancora stata sostanzialmente compromessa nell'ondata di terrorismo (vedi ad es. D. Frattini 2004a; vedi però le note più pessimistiche di Nirenstein, 2003 pp. 469 e 502, e soprattutto il pur "radicale di sinistra" Morris intervistato da Shavit (commento italiano di Danani): "The Israeli Arabs are a time bomb. Their slide into complete Palestinization has made them an emissari of the enemy that is among us. They are a potential fifth column."). Eppure tutto li unisce agli abitanti dei cosiddetti "territori": lingua, etnia, religione, storia (fino al 1948), financo legami familiari; possiamo pensare siano questi gli effetti, nonostante le tensioni, di un elevato standard di benessere e libertà – unite forse a quell'affinamento della sensibilità civile che è spesso indotto dall'esser minoranza; la comparazione socioeconomica alla base del sentimento di privazione relativa funzionerebbe in questo caso nel senso opposto a quello consueto, giacchè il paragone – sicuramente lusinghiero sia sul piano dei diritti civili sia su quello delle condizioni di vita – verrebbe fatto con gli altri paesi arabi. Per quanto riguarda i palestinesi in particolare, si pensi a quanto scrive Mieli (2004d) riportando un saggio di Guglielmo Verdirame pubblicato su il Foglio: "Nei paesi arabi si manifesta a favore dei"fratelli" palestinesi oppressi dagli israeliani, mentre decine di migliaia di palestinesi nati in Libano si vedono negati i diritti fondamentali: non possono esercitare le professioni libere, non possono iscriversi all'università, non possono ereditare (molti palestinesi lasciano i loro beni in eredità ad amici libanesi con la promessa, spesso non mantenuta e priva di valore giuridico, che diano poi i loro lasciti ai parenti)".

Come annota Borioni: "Con l'unica democrazia del Medio Oriente che governa la più diversificata società multietnica e multiculturale dell'area, che garantisce a tutti gli stessi diritti di cittadinanza, di pratica di culto, con un partito arabo in Parlamento, con una Miss Israele palestinese etc."; questo per tacere del destino non solo delle donne ma anche di altri gruppi il cui comportamento può irritare la plumbea, per quanto a volte ipocrita, cappa dell'ortodossia islamica. Sentiamo Reibman, intervistato da D.Frattini (2005a): "Lei è andato a una manifestazione per i diritti degli omosessuali con la bandiera di Israele e gli autonomi gliel'hanno squarciata. "È uno dei paradossi che si vive a sinistra nei confronti di Israele. è l'unico paese del medio oriente dove i gay non rischiano niente, gli omosessuali palestinesi scappano dai teritori e cercano rifugio a Tel Aviv. Eppure nel corto circuito causato dai sensi di colpa europei per il colonialismo e la shoah gli israeliani sono i nuovi nazisti""; sugli omosessuali palestinesi costretti a fuggire in Israele per salvarsi la vita si vedano anche gli articoli di Scalise e ancora Frattini (2004b); in quanto a quelli egiziani basti consultare il sito di Amnesty International, www.amnesty.org (cfr. anche la notizia Ap nel City del 2 marzo 2004). Per quanto riguarda l'islamismo radicale in Europa, leggiamo Bottarelli 2005 su Sacranie (cfr. nota 187), e quanto scrive Kureishi dal "Londonistan": "… a quell'epoca [gli inizi degli anni ‘90] era un susseguirsi di invettive polemiche contro l'Occidente, gli ebrei e – argomento preferito – gli omosessuali" (tra l'altro, può sembrare normale l'invettiva contro gli ebrei: ricalcando il witz che vuole si risponda all'affermazione "Hitler perseguita i ciclisti e gli ebrei" con un "Ma perchè i ciclisti?"). Curioso quindi Coen scriva: "[il rapper Tamer Nafar] per la prima volta ha dato voce a furia di decibel ad una larga parte di una popolazione palestinese di cittadinanza israeliana che per cinquant'anni è stata condannata al silenzio e alla sottomissione" (la Repubblica, 9 gennaio 2004), quando il destino di minoranze o peggio dissenzienti nei paesi circonvicini è ben chiaro: basti pensare ai genocidi baathisti in Siria – forse 20.000 morti (comunque diverse migliaia) ad Hama, rasa al suolo nel 1982 in seguito ad un'insurrezione di integralisti, cfr. ad es. Panella 2002 p.198 o Negri 2004a – od in Iraq, ove Saddam iniziò impiccando ebrei per finire gasando curdi e massacrando sciiti, a centinaia di migliaia); o Landolfi, che ricorda "Ciò che ci colpì [parla della dirigenza del PSI negli anni ‘70] particolarmente delle conquiste sociali del paese era l'estensione delle garanzie per tutti i lavoratori, cittadini israeliani, ebrei ed arabi che fossero". Dershowitz, p.122, aggiunge: "In effetti, l'unica corte in tutto il Medio Oriente in cui un arabo [si riferisce anche a quelli senza la cittadinanza israeliana, come appare chiaro dalla sentenza citata in nota nel testo] possa aspettarsi di ottenere giustizia contro un atto repressivo proveniente dal governo è proprio la Corte suprema israeliana") (vedi anche Ingrao). Del resto, Della Pergola confermava come una sorta di inaspettata contaminazione sembra verificarsi persino nei palestinesi dei territori soggetti all'ANP nei confronti di aspetti della società israeliana quali la secolarizzazione, il rispetto dei diritti individuali, la democrazia, la capacità di auto-ironia (più importante di quanto non si pensi).

[224] Anche se resta fondamentale la deterrenza da esercitarsi su fiancheggiatori, finanziatori e mandanti – quindi anche sulle cause da essi sostenute, come già messo in rilievo all'inizio di questo paragrafo; questa è l'idea centrale di Dershowitz, si vedano per es. pp.36-7 e il passo sui kamikaze a p.162, unitamente ai paragrafi seguenti.

[225] In questo senso sembra orientata l'amministrazione americana, si veda ad esempio l'articolo Newsweek-Repubblica del 3 dicembre 2001.

[226] Vi è un certo pudore a parlare degli effetti delle pene nel contrastare il crimine (in questo caso, il terrorismo). Solitamente si discute sul merito della capacità di recupero dell'apparato della giustizia. Al più, della capacità di deterrenza (probabilmente meno rilevante, abbiamo detto, nel caso dell'eversione che in quello della criminalità). Ma non possiamo sottacere di un terzo effetto delle pene, che è quello della rimozione del condannato dall'operatività fintantochè dura la condanna (secondo le modalità con le quali viene scontata). Tale rimozione diminuirà o meno la criminalità complessiva? La risposta politicamente corretta, se pure esiste, è un implicito "no" (in realtà non sta bene porsi la domanda – penso ad esempio manchi un'analisi degli effetti sulla microcriminalità della mortalità legata alla droga, in particolare l'epidemia di AIDS dalla metà degli anni '80: una considerazione simile, a proposito dei basji iraniani, in nota 181). Un'analisi più fine rivela però che l'effetto finale dipenderà dal tipo di reato: a volte siamo in presenza di una sorta di "domanda di mercato" (prostituzione e spaccio di droga, per esempio) che tende a ricostituire l'offerta, e allora è probabile che nuove leve criminali possano rimpiazzare chi non può più delinquere; ma negli altri casi il crimine dovrebbe diminuire (si veda Barbagli, che all"ipotesi della sostituzione" dedica le pp.63-72).

[227] Il 6 ottobre 2001 il ministro tedesco degli interni, Schily, ha proposto che a tutti gli immigrati vengano prese le impronte digitali (si veda l'articolo di Paolo Valentino). Quando il sottosegretario Brutti, esponente dei DS, aveva formulato la stessa proposta (per tacere di quando, nel 1995, questa era stata avanzata dai leghisti Boso e Peruzzotti – si veda l'articolo di Muscau), si era registrato un coro di critiche scandalizzate (si vedano gli articoli del 18 novembre 2000, e Sartori 2000c); con tali critiche concordo tuttavia su un punto: l'identificazione informatica va estesa a tutti, cittadini italiani compresi (non solo per equità ma anche per esigenze di sicurezza). Un approfondimento in Dershowitz, pp.189 e seguenti.

[228] Coinvolti oltretutto nell'organizzazione degli ingressi clandestini, cfr. ad esempio Ronchey 2003b, F.Gatti 2004 e Greco.

[229] Pisanu, intervistato da Allam (2003a), dichiara: "In Italia e altrove si agita lo spettro di una "Riconquista" islamica dell'Europa che, secondo molti, procederebbe sulle gambe degli immigrati, senza trovare resistenze adeguate nella cultura giudaico-cristiana e nelle istituzioni democratiche. Ha detto un autorevole leader musulmano: "Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo, grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo [parole di mons. Bernardini, arcivescovo di Smirne: l'intera dichiarazione è reperibile sul web, cfr. bibliografia; in alternativa vedi: Antonio SOCCI, I nuovi perseguitati, Piemme, 2002]". Gaiani, intervistato da Oppi, pensa in particolare ad una specifica categoria di immigrazione: "In passato, il punto di debolezza degli USA è stata la facilità con cui si poteva accedere al territorio americano per il quale non è difficile ottenere un visto turistico o studentesco. In Europa c'è un altro punto debole, che consiste nell'avere spesso dato asilo politico a profughi e perseguitati politici. Questi elementi, dapprima organizzati in gruppi che in patria si opponevano ai regimi dominanti se ora si sono collegati alla rete di Al Qaeda rappresentano un problema. Non sono pochi quelli che lo hanno fatto e in Italia ce ne sono diversi".

In Sarzanini 2003 leggiamo le seguenti dichiarazioni ufficiali: ""Una capillare azione di vigilanza dichiara il prefetto [Gianni De Gennaro, capo della polizia] – deve essere compiuta per prevenire il pericolo che attraverso i canali del traffico degli esseri umani o dell' immigrazione clandestina possano infiltrarsi in Italia soggetti sospettati di militare in organizzazioni terroristiche". Il pericolo viene bene illustrato dall' ammiraglio Eugenio Sicurezza, comandante delle Capitanerie di porto. "Per arrivare in Europa – spiega – ciascun immigrato paga cifre che superano anche di dieci volte il reddito pro capite dei Paesi di provenienza, ed è davvero improbabile che una persona riesca ad accumulare così tanto denaro. L' impressione è che da un lato vi sia chi ha facilità di risorse e si fa carico di pagare il viaggio agli immigrati clandestini per poi poterli utilizzare per propri fini e dall'altro chi sfrutta questi canali per spedire qui i terroristi"". Ancora Pisanu diventa più esplicito all'indomani della strage di Madrid: "[i terroristi] possono trovare interlocutori e complici nelle frange estreme dei 17 milioni di immigrati islamici già presenti [in Europa]" (in Fubini 2004a); così poi la LIIIª relazione semestrale al Parlamento dei servizi segreti: "all'interno della comunità musulmana, nella sua essenza moderata e la cui integrazione resta un fattore di arricchimento reciproco [espressione onnipresente], non mancano centri propulsori dell'attivismo militante" (Ferrarella 2004, vedi anche Guolo). L'assassinio di Van Gogh, che ha messo il dito anche nella piaga dell questione delle seconde generazioni, ha messo finalmente sull'avviso anche la fiduciosa Olanda: "Le accuse più pesanti sono per ora quelle contro Mohammed B.: il giovane, dalla doppia nazionalità marocchina ed olandese, è accusato, oltre che del delitto, di aver tentato di uccidere un poliziotto, di "omicidio preterintenzionale nei confronti di uno o più passanti" e di violazione della legge sul porto d'armi. Ma i capi di accusa più preoccupanti sono altri: "partecipazione a un'organizzazione criminale a scopo terroristico" e "cospirazione a scopo terroristico per uccidere Theo van Gogh, Ayaan Hirsi Ali" (…) Durissima la reazione delle istituzioni: "Il governo – così il vicepremier Gerrit Zalm – ha dichiarato guerra al terrorismo, che verrà sradicato fino ai rami". Oltre all'introduzione di misure radicali antiterrorismo, è stato annunciato il potenziamento dei controlli di polizia nelle strade e dell'azione dei servizi segreti. Nuovi fondi saranno stanziati per ampliare i programmi di protezione (Van Gogh stesso era stato messo sotto scorta, ma l'aveva rifiutata). Per finire con l'espulsione dei militanti islamici con doppia nazionalità sospettati di crimini perpetrati in Olanda. (…) Novità clamorose, per un Paese che della tolleranza e del rispetto della privacy ha fino ad oggi fatto la sua bandiera." (Viano, 2004a). Vedi anche Allam, 2004g. Si vedano anche Kepel 2003, Olimpio 2004f e Bianconi 2004b; riprendo l'argomento alla nota 284.

[230] Leggiamo in Olimpio 2004o: "Negli scontri di queste settimane sono morti due francesi di origine araba, mentre sarebbero molti i combattenti arrivati dalla Gran Bretagna. Secondo una valutazione dei servizi francesi Londra, il Nord Italia, alcune periferie francesi sono i "vivai della Jihad" dove i reclutatori scelgono i loro uomini".

[231] O la vittoria delle destre xenofobe danesi: si veda l'intervento di De Nicola (2001).

[232] Sul problema della crescente influenza elettorale di minoranze antisistema, sostenute da un'impetuosa crescita demografica, cfr ad es. Mistri 2003, p.22. Una conferma di tale tesi nell'articolo a firma G.S., nel quale leggiamo: "Massimo D'Alema, per esempio, si è detto perplesso poichè con questo genere di politiche [si riferisce all'espulsione dell'imam di Carmagnola] l'Italia rischia di mettersi contro la comunità islamica che è consistente. Criminalizzarla – ha chiosato – è un pericolo che il nostro paese non può permettersi". Su questo torna Ferguson: "La seconda ragione per cui è improbabile che l'Occidente torni ad unirsi è data dalla differente valutazione di Europa e Stati Uniti rispetto al pericolo del fondamentalismo islamico. (…)Di fatto (…) il comportamento di molti europei ha dimostrato che la soluzione più opportuna alla crescente minaccia del terrorismo islamico appare il distacco dell'Europa dagli Stati Uniti. Perchè? La risposta non va cercata lontano. A seguito dello sviluppo dell'immigrazione dal sud e dall'est, ora ci sono almeno quindici milioni di musulmani all'interno dell'Unione Europea, e c'è chi parla di venti milioni, ossia tra il 3 e il 5 per cento dell'intera popolazione. E queste percentuali sono quasi sicuramente destinate a crescere a causa dell'invecchiamento della popolazione europea e dell'ulteriore sviluppo migratorio" (2005a).Cfr. anche l'Appendice 1 e la nota 175.

[233] Si vedano gli articoli di Mannheimer; meno negativo, almeno per l'Italia, il risultato del sondaggio commentato in Allam 2005a.

[234] Scrive Allam, commentando il rilascio di Torretta e Pari: "Chiunque senti tra i musulmani d'Italia ti confessa che la prima reazione è stata un profondo sospiro di sollievo. Perchè, nessuno lo nasconde, la paura era tanta per l'eventuale esito negativo del sequestro delle due Simone. Si temeva che potesse scatenarsi la caccia all'islamico " (2004d).

[235] "Nove moschee e due scuole islamiche profanate o incendiate (insieme peraltro a cinque chiese)" (Cerretelli 2004); per le conseguenze sul pubblica olandese cfr. anche Allam 2005a e Ferguson 2005b, e la nota 228.

[236] Si vedano Jean 2001b p.29 e gli articoli di Rumiz, Fertilio 2001, Allam 2001b e 2003e – questa è anche la posizione dei liberal americani – Walzer in particolare – come riassunta verbalmente da Molinari, 2003a. Del resto Mueller ha elogiato ufficialmente il comportamento della comunità arabo-americana (per inciso: la minoranza giapponese, cui si accennava in nota 175, ha fornito il reggimento più decorato della seconda guerra mondiale, attivo nella campagna d'Italia). Anche in Italia questo atteggiamento si è rivelato importante: si veda l'articolo senza autore sul Corriere della sera del 3 marzo 2004, nonchè – ma si tratta una prova meno cruciale – l'atteggiamento tenuto in occasione del rapimento delle "due Simone".

[237] Inutile ricordare, per quanto riguarda la cronaca nera, i casi di reati anche gravissimi (alcuni molto noti) nei quali gli autori hanno commesso l'infamia supplementare di accusare dei loro crimini fantomatici albanesi. Vedi inoltre le dichiarazioni di Pomarici e Dambruoso riportate in nota 284.

[238] Già ai tempi della guerra in Afghanistan tra i membri di Al-Qaeda catturati o uccisi ve ne furono di occidentali (si vedano anche l'articolo di Bonini e la nota 229); va anche aggiunto, d'altra parte, che non mancano esempi anche in Italia – magari poco pubblicizzati dai mezzi di informazione – di esponenti musulmani su posizioni non solo democratiche ma anche apertamente filo-occidentali (vedi sempre nota 145). Il problema dell'humus terroristico in Occidente riguarda ovviamente in primo luogo la popolazione già musulmana, immigrata (ce ne siamo occupati in questo paragrafo al punto b) o spesso anche residente o naturalizzata: è appena il caso di ricordare i casi olandese e francese (nota 283), mentre erano cittadini britannici sia Richard Reid sia i due attentatori di origine pakistana del Mike's place di Tel Aviv (29 aprile 2003, cfr. http://israele.net/prec_website/analisi/03063git.html). Si vedano anche, tra i tanti, Le cellule "dagli occhi azzurri" gli agenti europei di Bin Laden (la Repubblica, 22 ottobre 2001), gli articoli di Maria Grazia Cutuli e Guido Olimpio (2001), Olimpio e Sarzanini 2005 e ancora la citazione da Sarzanini nel §4.2, l'intervista di Guastella a Pomarici, le dichiarazioni di Frattini a Porta a porta del 3 dicembre 2001 (vedi anche quelle rilasciate a Fregonara), o quelle del magistrato antiterrorismo francese Bruguière a Bianconi (2001): "In Bosnia abbiamo trovato tracce di giovani europei, sicuramente dei francesi, ma anche di altre nazionalità, convertiti all'islamismo, che hanno scelto di combattere l'Occidente. Per certi versi i neo-convertiti sono il pericolo maggiore, perchè diventano i più radicali e i più decisi nel compiere azioni" (cfr. anche Roy 2006). Eclatanti i casi di Josè Padilla (per il quale l'accusa si è poi ridimensionata) e Richard Reid (ambedue, e non si tratta di casi isolati, con precedenti penali: per un loro profilo cfr. Morgan), grazie al cielo poco efficienti nel portare a termine i propri progetti. Ayaan Hirsi Ali, coautrice di Submission con Van Gogh, parla all'intervistatore de die Welt delle minacce di morte di cui è fatta segno e rivela "ne ricevo molte, soprattutto da ragazzi giovani. A volte anche da ragazze, spesso olandesi convertite all'Islam" (Coppola 2005b).

Estremamente inquietante quanto riportato da Olimpio, nel seguito del pezzo citato in nota 284: "Come anticipato sul Corriere di ieri, gli estremisti si sono concentrati sul reclutamento degli insospettabili.L'ideale sono i seguaci in possesso di un passaporto occidentale: possono passare più agevolmente i controlli e spesso sono più determinati. lo si desume da un colloquio, intercettato dalla Digos di Milano nel giugno del 2002. Abu Omar (…) parla con un complice (…) Abu Omar: "Anche se sono stranieri [non arabi, ndt]?" Uomo: "Non è importante. Abbiamo bisogno anche di stranieri, abbiamo albanesi, svizzeri, inglesi… basta che siano di alto livello culturale" Abu Omar: "Abbiamo notato che loro sono molto entusiasti e partecipi" " (2004b); si vedano anche le dichiarazioni di Mueller. A questo proposito un promettente bacino di arruolamento paiono essere i figli (o meglio, i nipoti) degli immigrati islamici: "… l'Italia non ha al proprio interno [circostanza giudicata positivamente nelle analisi dei servizi segreti] gli "islamici riconvertiti di terza generazione" al contrario di Spagna e Gran Bretagna. Si tratta di giovani nati in Europa che possono muoversi con gli stessi diritti degli altri cittadini, gente sotto i trent'anni con con regolari documenti d'identità, più difficili da monitorare" (Bianconi 2005a); si vedano anche le considerazioni in Appendice 1, punto 4.

Segnalo ancora un puntuale intervento di Panebianco (2002a), e la stima di Pisanu (in Allam 2003a), secondo il quale i convertiti – tra i quali naturalmente molte persone assolutamente perbene e magari parte del cosiddetto "Islam moderato" cui si accenna in nota 145 – assommerebbero a diecimila sul territorio nazionale; certo è che normalmente la conversione si verifica in presenza di una motivazione particolarmente forte (non stupisce quindi quanto riportato in Paci 2005). Si veda poi soprattutto l'altro, preoccupatissimo, articolo di Allam (2003b). A tutto questo si aggiunga la segnalazione apparsa su il Sole-24 Ore del 21 agosto 2004 (Le Monde: conversioni all'Islam nella mafia italiana), relativa a rivelazioni dell'esperto antiterrorismo francese Eric Denecè.

[239] Vedi ad es. Huntington in nota 242, Panella 2002 (pp.204-6), Silvestri 2003, Nirenstein 2003, Morris (intervista di Shavit), Gaiani (in Oppi 2003), Lèvy, Dershowitz (pp.13-4, 16-7 e 214), Ronchey 2004a, l'articolo firmato R.E. (agosto 2004), De Marchi (4 ottobre 2004), Novak, Nativi 2005, Introvigne 2005a e Giddens (da un suo discorso) e soprattutto l'accorato appello di Wiesel apparso sul Corriere della Sera in occasione del terzo anniversario dell'11 settembre. Per quanto riguarda le istituzioni italiane ricordo le dichiarazioni di Martino al Casd (per gli ultimi due cfr. l'Appendice 1), De Giovannangeli, la preparazione ad attacchi NBCR (cfr. per es. Capponi 2005a) e la LIIIª relazione dei servizi segreti, così riportata da Ferrarella 2004: ""Da tempo è vivo l'interesse del fronte jihadista" per l'impiego di sostanze non convenzionali, si dice, "ma l'avversario non ha palesato ancora capacità di gestione della tecnologia necessaria in relazione a componenti chimico-batteriologiche o radiologiche. Permane, peraltro, la possibilità che si tenti di far ricorso ad azioni contro obiettivi (i depositi, ndr) in grado di trasformarsi essi stessi in strumenti di propagazione chimica o batteriologica ". Sull'allarme per bombe radiologiche cfr. anche Ronchey 2006a e Sarzanini 2006a, che riprende il rapporto semestrale dei servizi segreti: "Il rischio maggiore, dicono gli 007, resta quello del "ricorso alla tattica suicida soprattutto in danno di soft target , vale a dire metropolitane, stazioni, aeroporti, sedi di compagnie aeree e banche, centri commerciali e le catene di ristorazione straniere come i McDonald's". Ma questo non esclude "il versante del cosiddetto cyberterrorismo e soprattutto quello concernente il settore non convenzionale collegato all'impiego di sostanze chimico-biologiche con attenzione particolare alla realizzazione di ordigni radiologici che, pur non provocando gravi perdite, potrebbero ugualmente conseguire devastanti effetti psicologici"".

Allam, attento osservatore, sottolinea che questo allarme non rivesta ancora particolare carattere di attualità, cfr. 2004e: resta però un fatto che allarmi di questo genere si susseguono (anche in Italia erano del resto già stati approntati piani per emergenze sanitarie legate ad attacchi condotti con armamenti non convenzionali), e pochissimi giorni dopo otto terroristi arrestati a Londra vengono accusati di preparare attentati con bombe sporche (altri arresti nei mesi successivi, cfr. la notizia senza firma sul Corriere della Sera del 26 settembre 2004); per gli Stati Uniti si è rivelato molto sovradimensionato l'allarme relativo al tentativo di Padilla, cfr. anche Biondani 2004.

Il generale Wayne Downing, capo delle Forze speciali americane nella prima Guerra del Golfo e dall'ottobre 2001 fino al giugno 2002 responsabile presso la Casa Bianca del coordinamento della lotta al terrorismo dichiara in un'intervista rilasciata a Claudio Gatti nel settembre 2003: "Mi aspetto un attacco della portata di quello dell'11 settembre – se possibile addirittura anche più violento e letale. Se infatti al-Qaida riuscisse a mettere le mani su armi chimiche, biologiche o addirittura su un dispositivo di natura nucleare o radiologica, e sta attivamente cercando di farlo, userà senza dubbio queste armi ". Se ci fosse bisogno di una conferma: ""Dio sa che se avessi quelle armi (chiniche, ndr) non esiterei un secondo a usarle per colpire le città israeliane come Eilat o Tel Aviv". Parole, pronunciate qualche mese fa, dal terrorista giordano Abu Musab Al Zarkawi" (Olimpio, 2004m); lo stesso, sia detto per inciso, che è accusato nell'estate 2004 dal governo giordano di aver macchinato un attentato ad Amman che, qualora riuscito, avrebbe potuto provocare decine di migliaia di vittime.

Jacchia, 2004, riferisce di aver trovato esponenti del Congresso e della sicurezza statunitensi "terrorizzati" dalla prospettiva di un futuro attacco con armi di distruzione di massa; certo, ci si può aspettare che l'amministrazione americana possa accentuare questi pericoli anche in funzione elettorale: ho infatti riportato in bibliografia non solo esternazioni in questo senso di alti esponenti governativi quali Mueller per l'FBI, Tenet per la CIA (sugli scenari elaborati dalla CIA cfr. Riotta 2005a, che si riferisce allo scenario Cycle of Fear consultabile all'URL http://www.cia.gov/nic/NIC_globaltrend2020.html), Rumsfeld (vedi anche Caretto 2005a: prevenire la diffusione delle armi di sterminio è, comprensibilmente, uno dei cardini della sua dottrina di difesa) e Cheney (intervistato da Leibovich), Ashcroft (intervistato da Fubini e Taino), il Dipartimento di Stato (cfr. Caretto 2004d), gli stanziamenti per prevenire attacchi con armi NBCR (ad esempio i 200 milioni di dollari per il rilevamento di materiale radioattivo, cfr.Lipton e Wald), il Pentagono (Conti 2005a) ma soprattutto il discorso di Bush del febbraio 2004. Alcune delle voci che mettono in guardia contro questi pericoli sono però avverse a Bush (è il caso di Dershowitz, cfr. ad es. Molinari 2004a, che al pari di Berman coniuga una profonda avversione all'amministrazione repubblicana con la consapevolezza di dover lottare con metodi estremamente duri contro il terrorismo); Johan Alexander (direttoredell'International Center for Terrorism Studies di Washington, intervistato da Farkas, 2004b – si veda l'Appendice 1) dà un giudizio sfavorevole sull'opportunità dell'intervento in Iraq. L'argomento della convenienza è però ribaltabile su chi può avere un simmetrico interesse a minimizzare questi pericoli, che a mio modo di vedere sono di gravissima portata. Inoltre l'allarme è continuato oltre le elezioni (cfr. Farkas 2004c sulle istruzioni "natalizie" sul sito www.ready.gov); l'intervento radiofonico di Bush segue di mesi un assai allarmante rapporto ONU del 2003 (cfr. Buongiorno), e di giorni altrettanto allarmanti voci che attribuiscono ai terroristi il possesso di bombe atomiche di provenienza ucraina, contemporaneamente alle rivelazioni di Rashbaum e Miller sull'allarme NBCR a New York (Roland Noble di Interpol con toni analoghi nnel marzo 2005); seguirà la rivendicazione di Ayman Al Zawahiri al suo biografo pakistano Hamid Mir: abbiamo l'atomica – cfr. la notizia TgCom e Corriere del 21 marzo 2004, nonchè Ronchey 2004d; un'ulteriore rivendicazione su web nel novembre sucessivo, cfr. Olimpio 2004n e s.a. il Sole-24 Ore, 12 novembre 2004a; poco prima Basayev minaccia la Russia, dopo Beslan, di attacco con armi chimiche. A Londra nel gennaio 2003 ne è stato sventato uno con la ricina, così come a Francoforte uno con il gas nervino a Parlamento europeo (cfr. De Carlo).

Si accennava agli allarmi da parte dell'ONU, organizzazione tutt'altro che vicina alla politica estera di Bush jr.: eppure ha preso assai sul serio la possibilità che la minaccia terroristica si coniughi con armi catastrofiche (si veda soprattutto Annan 2005); in Olimpio 2005a troviamo la posizione di El Baradei dell'Aiea, che parla di "corsa contro il tempo", e dei servizi segreti francesi e tedeschi, tutti in posizione simile a quella delle Nazioni Unite nei confronti della strategia antiterrorismo dell'amministrazione Bush jr..

[240] Similmente Sartori, che non perde la sua verve neppure parlando delle catastrofi che ci attendono dietro l'angolo. Riporto ampi stralci del suo intervento (2004a; ma cfr. anche 2004b): ""La condizione umana è piccolo cervello, grandi problemi" (Charles Lindblom). La guerra irachena ha scoperchiato un immenso problema che i nostri micro-cervelli non danno mostra di afferrare: il problema di come impedire che un terrorismo davvero terrificante disponga di armi di sterminio di massa. (…)La cosa da capire, che evidentemente sfugge ai micro-cervelli, è l' enormità del pericolo. La minaccia non è tanto che Paesi inaffidabili - come la Corea del Nord e l' Iran - arrivino a possedere armi nucleari. Una bomba non è tascabile, mentre le armi chimiche e batteriologiche lo sono. Il che le rende pressochè incontrollabili. La ferocia dell' assassino jihadista (una ferocia che supera di gran lunga quella dei terrorismi nazionalisti e laici) è, a tutt' oggi, artigianale; fa saltare in aria un numero contabile di persone (da qualche decina a qualche centinaio) e sgozza in televisione un agnello sacrificale alla volta. Ma se diventasse una ferocia a livello industriale? Questa ferocia - una ferocia che esulterebbe per lo sterminio di milioni, o anche centinaia di milioni di infedeli, di nemici di Allah - è ormai servita da una tecnologia a portata di mano. Le armi chimiche in questione sono le mostarde solforose, il VX, il sarin (già adoperato nella sotterranea di Tokio), la clorina, il cianuro idrogenato, salvo se altro. Le armi biologiche e batteriologiche in questione sono il botulino e tutte le infezioni generate da virus di recente scoperta e di facile disseminazione. E non è davvero il caso di far finta di niente. Per fare un solo esempio, è stato calcolato (spero sbagliando) che un mezzo chilo di tossina botulinica possa sterminare un miliardo di persone. Di tutto questo i cieco-pacifisti che appendono bandiere e dimostrano in piazza non sanno ovviamente nulla. Non sanno che i dieci grammi di tossina botulinica li possono mandare tutti al cimitero. Concedo che anche Pecoraro Scanio, Strada e Agnoletto non ne sappiano niente (gli si legge in faccia). Ma non ne sanno niente neanche Bertinotti, neanche Mussi e il correntone Ds? Sono anche loro dei microcefali? Mi ostino a credere e sperare di no".

[241] Non è detto, naturalmente, che non ci si debba porre il problema. Opinione pubblica e mass-media certo non lo fanno, anche se si spera che perlomeno i responsabili dei governi si pongano il seguente semplice quesito: se ci fosse un attacco terroristico con armi di distruzione di massa (che comportasse per es. la distruzione di una grande città), cosa si dovrebbe fare? Kerry (sul quale vedi anche Cossiga in nota 200) non si sottrae, e "assicura che "se l'America venisse attaccata con armi non convenzionali, reagirei con forza schiacciante e devastante"" (Caretto 2004b). Qualcosa si sta muovendo in questo senso; leggiamo infatti in Conti 2005a: "La decisione di usare l'atomica nella guerra preventiva, naturalmente nei casi estremi, risale al dicembre del 2002, quando la Casa Bianca ammonì che avrebbe reagito con "forza schiacciante" ad attentati con armi di sterminio".

È la teoria della deterrenza a dettare questa linea di condotta: chi può realizzare un attacco di questo genere deve sapere, ex-ante, che questo comporterebbe inevitabilmente conseguenze devastanti per i suoi interessi, che verrebbero colpiti con strumenti di portata comparabile. Ex-ante, naturalmente, è condizione fondamentale. Corollario di quanto detto è che, finchè non si ponga con chiarezza questo rapporto di causa-effetto con una risposta proporzionale (non importa se l'interlocutore sia o meno uno stato), un attacco devastante resta molto più probabile; e tale evenienza incombe comunque assai maggiormente su quelle collettività prive della capacità di tale risposta, quali quella cui noi italiani apparteniamo.

[242] "Tutto l'Occidente a mio parere deve domandarsi se sia praticabile indefinitamente la politica dell'apertura e del dialogo nei confronti di certi paesi islamici che non hanno dato prove concrete di collaborare alla repressione dei gruppi terroristici all'interno e all'esterno dei loro confini. Contrariamente a quanto sostengono i demagoghi del dialogo a tutti i costi, il solo modo per indurre i governi islamici, o perlomeno certi governi islamici, ad abbandonare la loro doppiezza sta infatti nel dimostrare che il terrorismo non è più un mezzo efficace di fiancheggiamento occulto delle politiche ricattatorie" (De Marchi 2003, Israele).

[243] Su questi legami insistono molti: cito qui Dershowitz, Nirenstein 2003, Powell, Ledeen (2004a), De Marchi (ad es. Il fanatismo e la minaccia di Al Qaeda), Novak e quasi tutti i contributi in Netanyahu 1986a (cfr. per es. nota 177). In particolare questa l'ipotesi del curatore di quest'ultimo volume, espressa in uno dei suoi interventi: "Perchè gli Stati si sono rivolti al terrorismo? A partire dalla fine della seconda guerra mondiale e all'alba dell'era nucleare, il dichiarare guerra è diventato sempre più rischioso. (…) Il terrorismo fa parte di una più vasta tendenza verso la guerra ‘per procura'" (Netanyahu 1986b, p.22; cfr. anche D'Avanzo 2004b e Hoffmann). Huntington torna sul tema, inquadrandolo nella sua ipotesi di fondo di un declino dell'occidente – in questo caso sul piano della deterrenza militare: "Storicamente il terrorismo è l'arma dei deboli, vale a dire di quanti non possiedono capacità militari di tipo convenzionale. A partire dalla Seconda guerra mondiale, le armi nucleari sono anche quelle con la quale i deboli compensano la propria inferiorità convenzionale. In passato, i terroristi potevano esercitare soltanto un livello limitato di violenza: uccidere ogni tanto qualcuno o far saltare per aria qualche edificio. Per applicare una violenza massiccia c'era bisogno di imponenti forze militari. Prima o poi, tuttavia, basterà un pugno di terroristi per esercitare un alto grado di violenza e provocare distruzioni di massa. Singolarmente presi, terrorismo e ordigni nucleari sono le armi dei deboli non occidentali. Se un giorno queste armi verranno utilizzate congiuntamente, i deboli del mondo non occidentale diventeranno forti " (p. 272; cfr. anche pagine precedenti). Quagliariello aggiunge, 18 anni dopo. "Il problema epocale che l'11 settembre rendeva ineludibile era l'esistenza di identità armate che, attraverso il terrorismo suicida, si volgevano contro entità statuali: da qui l'asimmetria della nuova guerra; da qui anche l'inefficienza degli strumenti tradizionali del diritto internazionale, ad iniziare dall'Onu, che non contemplano nè tale asimmetricità nè le loro conseguenze concrete. Da qui, infine, la necessità prioritaria nella lotta al terrorismodi spezzare i legami tra i fondamentalisti privi di stato e i cosiddetti "stati canaglia" senza il cui apporto sfide alla portata di quella andata in onda l'11 settmbre non sono neppure immaginabili".

[244] Cfr. il §5 (Krauthammer, Schorr, de Borchgrave, O'Sullivan, Chalfont) ed il simposio finale di Netanyahu 1986a; una trattazione aggiornata alla situazione post-11 settembre – e comunque differente per accenti – in Battistelli 2002 e l'articolo a firma R.E. (agosto 2004); cfr. anche Mieli 2004b e Bettetini. Questo vale del resto anche per forme di violenza decisamente minori rispetto all'eversione islamica. Leggiamo ad esempio quanto un anonimo frontista (di liberazione della terra) scrive su www.earthliberationfront.com: "con poche azioni mirate [e soprattutto violente], Elf è riuscito a dare visibilità importante a temi ambientali come neppure dieci anni di volantinaggio avrebbero mai potuto" (in C.Gatti 2004a). Già Giorgianni aveva notato lo stesso fenomeno a proposito del terrorismo post-sessantottino: "Il terrore fu instaurato in mille modi: prima con la "spranga" (…) poi con le "gambizzazioni" e infine con gli omicidi che diventarono sempre più feroci, affinchè la stampa desse ogni volta un maggior risalto " (p.89; cfr. anche pp.109-10).

[245] Ricordo Igor Man che in un intervento televisivo chiamava i kamikaze "l'atomica dei poveri" (per un indiretto riscontro cfr. http://www.forza-italia.lodi.it/newsletter/newsrassegna.htm). Battistelli (2002) a sua volta scrive: "Delle tre situazioni possibili del rapporto strategico – quella del forte che attacca il forte (o ciò che è lo stesso, del debole che attacca il debole), quella del forte che attacca il debole e infine quella del debole che attacca il forte – il terrorismo configura (quando è agito da un'entità non statale che si pone contro un'entità statale) la terza situazione". Ora – a prescindere dalla suggestione di solidarietà che l'idea del debole contro il forte può evocare, alla Davide contro Golia – va considerato che il caso del terrorismo incoraggiato da stati (o perlomeno da forti gruppi di potere all'interno di essi) è la regola, non l'eccezione; inoltre non sempre non essere un'entità statuale è necessariamente sinonimo di debolezza.

[246] Si tratta della tesi centrale di Dershowitz, che riprende (p.10) la metafora da Aharon Barak, presidente della Corte suprema di Israele (vedi nota 246). Ma questo era chiaro perlomeno fin dalle prime analisi sull'ondata moderna di terrorismo – in Nethanyahu 1986, cfr. ad es. i contributi di Nethanyahu, Schultz, Decter, Laxalt, Revel e Kolakowski; quest'ultimo annota: "L'apertura delle società democratiche, al contrario, non solo permette un facile accesso ai terroristi, agli armamenti e ai documenti illeciti, ma consente loro anche una relativa libertà di movimento; la professione dei terroristi diventa meno pericolosa: se vengono catturati, raramente subiscono delle torture o vengono giustiziati" (p.63). Scrive poi Oriana Fallaci (2001): "Ma la vulnerabilità dell'America nasce proprio dalla sua forza, dalla sua ricchezza, dalla sua potenza, dalla sua modernità. (…) Nasce anche dalla sua essenza multi-etnica, dalla sua liberalità, dal suo rispetto per i cittadini e gli ospiti". Chiti-Batelli aggiunge: "Il pericolo è tanto maggiore, in quanto la libertà e la tolleranza di cui i musulmani godono in Occidente – impensabile nei loro paesi – non ha, per dir così, effetto contagiante, almeno per i più: non viene cioè intesa come un valore da imitare, ma piuttosto come una manifestazione, come uno degli aspetti di degenerazione di un mondo d'infedeli, che non crede più a nulla, nemmeno a se stesso: libertà, dunque, non da assimilare, ma da sfruttare" (p.13); oltre alle dichiarazioni del ministro olandese Verdonk (cfr. nota 283) si vedano anche Pisanu in nota 228 (o in Martirano 2004b: "le nostre società aperte sono anche società vulnerabili"), Huntington p.318, i contributi di Menotti, Olimpio 2003b, Allam 2004d e 2004g, Bottarelli 2005 e, per quanto riguarda la Germania, del Re. Si aggiunga poi a tutto questo un ultimo elemento di fragilità, particolarmente rilevante in questo momento: la riluttanza delle democrazie a prendere le armi foss'anche per autoconservazione, se non quando il pericolo è conclamato; a dire il vero questo rappresenta normalmente un grosso vantaggio, perchè in tal modo si evitano guerre inutili, e si esperisce la via della diplomazia. Ma contro nemici determinati ed fanatici, come lo furono i fascismi e come lo è il radicalismo islamico, questo può far perdere tempo prezioso per approntare le proprie difese (si veda ancora Machiavelli nel §3.3, con le note 203 e 203): l'esempio canonico è naturalmente quello della conferenza di Monaco (cfr. nota 265), con le accoglienze entusiastiche per Chamberlain e Daladier al ritorno in patria. In questo senso Quagliariello cita un libro del 1934 (Renfro Knickerbocker, Ci sarà la guerra in Europa?, riscoperto in chiave discutibilmente critica da il Sole-24 Ore del 28 marzo 2004): "Consisteva in un'indagine condotta nelle capitali europee dopo l'avvento al potere di Hitler. L'autore, conscio del pericolo che quell'avvenimento rappresentava per la democrazia e, più complessivamente per il futuro della democrazia occidentale, sosteneva la guerra preventiva, utilizzando specificatamente questa espressione. La sua diagnosi era, però, negativa. Riteneva che, in scoperto conflitto con la razionalità del problema, le classi dirigenti europee fossero sprovviste della forza morale necessaria e del sufficiente appoggio delle opinioni pubbliche per intraprendere un conflitto che in quel momento avrebbero probabilmente vinto, ponendo così le premesse per una guerra futura che avrebbero probabilmente perduto".

La suggestione è quella del declino della civiltà occidentale, e a Spengler – che pure non è necessariamente un pensatore democratico, benchè sia un progenitore di Huntington – si rifà Zecchi per appellarsi alla difesa del nostro sistema di libertà, senza che questa diventi un ostacolo alla sopravvivenza del sistema e ricorrendo anche alla forza: "Mi permetto di scomodare il filosofo tedesco Oswald Spengler che nel suo celebre libro Il tramonto dell'occidente sosteneva che le civiltà declinano quando non reagiscono ai pericoli esterni che le minacciano, perchè ritengono di essere sufficientemente forti da non dover ricorrere alla forza perchè considerano la minaccia esterna nulla più che una contingenza non in grado di modificare l'assetto sociale esistente. (…) Spengler individuava come costante da una parte questa illusione di una civiltà di continuare a vivere nella sua potenza, dall'altra la presenza di società, di gruppi carichi di simbolicità e di fede in apparenza irrazionale e barbarica. Questi ultimi finivano immancabilmente per annientare la civiltà che si riteneva più forte e in grado di dominare il pericolo continuando a vivere come se nulla ci fosse di tanto rischioso da poter condizionare la sua normalità. Se oggi, di fronte alla minaccia islamica, provassimo a riflettere sul pensiero di Spengler? Se invece di invocare la normalità ci convincessimo di essere entrati in una fase storica di assoluta precarietà, di minaccia reale della nostra civiltà libera e democratica? Se volgessimo indietro lo sguardo e riflettessimo sul tramonto di civiltà non meno grandiose della nostra e cercassimo di capire che le ragioni della loro fine potrebbero essere idealmente simili a quelle che incombono sulla nostra? Se avessimo l'umiltà di accorgerci che i principii sui quali si basa la nostra civiltà – la tolleranza, la libertà, la democrazia – oggi sono usati contro di noi? Se mettessimo da parte la presunzione di essere così potenti da non dovere usare la nostra potenza per difenderci? " (Zecchi 2005).

[247] Naturalmente essere una democrazia comporta anche notevoli vantaggi, quali poter di norma contare su uno sviluppo civile che si traduce in potenza economica e tecnologica (cfr. per es. Ferguson in nota 68; vedi anche la recensione di Riotta (2004h) a The Democracy advantage di Siegle, Weinstein e Halperin).

Ripetendo le parole usate dalla corte suprema israeliana nel censurare i metodi più duri di interrogatorio, già richiamate in nota 245: "Una democrazia a volte deve combattere con un braccio legato dietro la schiena; anche così, però, ha a sua disposizione la sua mano più alta. Alla fin fine, la legge e la libertà individuali fortificano il suo spirito e questa forza le consente di superare le difficoltà" (da Stella 2004).

[248] Che si somma ad un'ulteriore vulnerabilità, rilevata da coloro che si sono occupati di terrorismo (cfr. molti degli interventi in Netanyahu 1986, Dershowitz, Battistelli): le democrazie sono un bersaglio più appetibile sia per la risonanza che si otterrà sui mezzi di comunicazione (con gli ulteriori pericoli segnalati in nota 250), sia perchè per questa via si può tentare di influenzarne l'opinione pubblica, in particolare in occasione di scadenze elettorali, come è successo a Madrid (cfr. Appendice 1).

[249] O perlomeno un freno alla miseria, come ricorda Riotta: "E chi, oggi come 50 anni fa, ha a cuore i paesi poveri deve tenere a mente la morale severa: è la democrazia, non la propaganda "terzomondista", il vaccino contro la fame" (2005b).

[250] I fiduciosi tentativi di dialogo del presidente USA con gli invasori messi alla berlina in Mars attack, in onda nella televisione italiana – per capriccio della sorte – proprio alla vigilia dell'11 settembre.

[251] Questo anche perchè la finalità di comunicazione insita nel terrorismo, cui si accennava poc'anzi, richiede un'escalation di violenza; annota un fin troppo chiaroveggente Netanyahu: "…l'opinione pubblica talvolta si abitua alla violenza terroristica e solo nuovi e più efferati crimini possono colpirne la sensibilità; un tempo ai terroristi bastava dirottare un aereo, ora arrivano ad uccidere gli ostaggi. Che cosa accadrà in futuro? se lasciamo via libera al terrorismo, questo raggiungerà livelli di violenza e di minaccia difficilmente immaginabili" (1986c, pp.242-3). In questo senso, nel 2004, anche Romagnoli, che riporto con iniziale citazione da John Gray, Al Qaeda e il significato della modernità: "" …L'attacco alle Torri Gemelle dimostra che Al Qaeda ha capito che le guerre del XXI secolo sono scontri spettacolari in cui la diffusione delle immagini da parte dei media è una strategia centrale." (…) Conoscono ritmi e codici della fiction. Li useranno. Se un episodio non è più forte del precedente, la gente non guarda più. Hanno imparato la regola. Bisogna saperli anticipare. Non occorrono profeti per divinare il futuro. Bastano uomini intelligenti. Nel suo libro "L'Arabia Saudita e il dissenso" Mamoun Fandy, docente a Georgetown, scriveva: "Se Bin Laden ucciderà, non lo farà nè per l'Islam nè per la jihad, ma per conquistare spazio in tutte le televisioni del mondo [Quagliariello usa pertinentemente l'espressione "andare in onda" a proposito dell'11 settembre, cfr. nota 242]. Lo scriveva nel 1999, le Torri Gemelle erano ancora in piedi"". Vedi anche Olimpio 2004g.

[252] Invocata per es. da Cardini: "Chi dice che è in atto uno "scontro di civiltà" oggi è ancora un bugiardo: ma sta lavorando perchè la sua bugia diventi, domani, una verità. Non permettiamogli di attuare il suo piano criminoso [questo passaggio è interpretato da Informazione corretta come diretto contro la guerra al terrorismo, si veda il riferimento web; io spero non sia così]. (…) La "coalizione" armata – oggetto di una guerra complessa, in cui si agitano più componenti - e che è anche una guerra civile tra irakeni – non è granchè nemica dei terroristi. In fondo, finchè c'è guerra essi hanno la speranza di attrarre tutti nel loro gioco mortale: dimostrare che la pace è impossibile e che siamo destinati allo scontro.
Ma chi vuole davvero la pace, chi lavora rischiando la vita per dimostrare che essa è possibile, chi cerca davvero l'incontro, il dialogo, la collaborazione, è lui che colpisce al cuore il disegno terrorista. Ed è lui il nemico che questi assassini vogliono distruggere senza pietà. Non assecondiamo il loro gioco. (…) Questi delinquenti
[i terroristi, questa volta] colpiranno ancora. Nuovi innocenti. Alzeranno il tiro perchè si sentono alle corde: si rendono conto che il loro gioco è stato scoperto, che la loro strategia non passerà. Vogliono obbligarci a commettere gesti inconsulti: hanno bisogno di una nostra risposta violenta, che presso i popoli cui si rivolgono darebbe l'impressione che il loro teorema è giusto, che l'Occidente è in blocco il loro nemico. Non debbono avere quello che vogliono.
E' il momento di colpirli. Non solo intensificando la vigilanza contro il pericolo terrorista che (ormai, dopo l'Afghanistan e l'Iraq, lo abbiamo capito) non si batte con i bombardamenti che anzi lo fanno crescere e lo fortificano. Lo si batte proseguendo il cammino della pace: tutti insieme. Cristiani, musulmani, ebrei, atei. Per accelerare il processo di normalizzazione e il ritorno della legalità in Iraq. Per eliminare tutte quelle situazioni di ingiustizia e sofferenza che – dall'Iraq alla Palestina alla Cecenia – inducono tanti disgraziati a simpatizzare con il terrorismo. Per proseguire il cammino dell'intesa tra i popoli
" (2004).

[253] Facciamoci ancora guidare da Machiavelli: "E molti si sono immaginati republiche e principati, che non si sono mai conosciuti essere in vero; perchè elli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perchè uno uomo, che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni" (p.87; si pensi agli europei "angeli" di Andrè Glucksmann, Appendice 1).

Questo principio può passare anche il vaglio dell'etica della conseguenza, dato che le conseguenze negative le pagano poi i cittadini: "Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome di crudele, lasciò destruggere Pistoia" (p.93). Dal che si ricava anche una lezione sullo spessore etico del porciguancismo, che è sì nobile, ma solo quando mette a repentaglio esclusivamente la propria personale sicurezza; il rifiuto della difesa - che comporta di norma maggiori pericoli - merita invece tutt'altra considerazione quando si tratta di quella altrui (i propri concittadini, per esempio).

[254] La cui retorica è immortalata in Don Camillo e l'onorevole Peppone.

[255] "Non pensa che siano anche i movimenti pacifisti ad alimentare passivamente il terrorismo? Certamente, perchè volontariamente o involontariamente lo alimentano non resistendo all'aggressione di certe entità. Si tratta di posizioni che non pagano e l'esempio negativo è la politica di distensione attuata con l'ex unione Sovietica che ha permesso a Mosca di aumentare negli anni 70 la sua forza nucleare, di invadere parte dell'Africa e successivamente l'Afghanistan. Errori che paghiamo ancora oggi" (dall'intervista di Michele Calcaterra a Jean-François Revel). Sartori riassume queste vicende, dal punto di vista post-11 settembre: "Agnoletto risponde (non risponde) con lo stesso argomento (…) Lo cito: "Gran parte della popolazione italiana ha sempre contestato la partecipazione all' occupazione dell' Iraq. Ovviamente si può non concordare... e argomentare in modo differente le proprie ragioni, ammesso che se ne abbiano. E non sembra averne Sartori...". Mi illudevo di avere esposto "ragioni" per due colonne di stampa. Continuerò a illudermi e a provare. Ma intanto è Agnoletto che non si deve illudere se tenta di spaventarmi con l' argomento dei "milioni di persone". Taine (Taine chi?) scriveva che "dieci milioni di ignoranze non fanno un sapere". Del pari - è lo stesso concetto - un miliardo di micro-cervelli non fanno un cervello. Mi sembra Lapalissiano. Comunque sia, i milioni di persone evocati da Agnoletto esistevano anche nel 1938 e indussero Chamberlain alla "resa di Monaco", che a sua volta indusse Hitler a scatenare l' anno dopo la Seconda Guerra mondiale. I loro figli o nipotini, e cioè altri milioni e milioni di pacifisti, li abbiamo sentiti cantare nei decenni della guerra fredda better red than dead, meglio rossi che morti. Invece siamo vivi ed è l' impero Sovietico che è morto; ma non certo per merito loro. Il momento culminante della guerra fredda fu l' installazione dei missili Nato a Comiso (governo Cossiga) in risposta alla installazione di due anni prima dei micidiali missili nucleari sovietici SS20: missili che minacciavano di radere al suolo l' Europa (…) Invece, grazie a Comiso, la guerra fredda finì senza nessuna Hiroshima" (2004b).

[256] Per restare in Iraq, l'opera più efficace di disarmo nucleare è stata intrapresa dall'azione dell'aviazione israeliana il 7 giugno 1981, con la distruzione del reattore di Osirak (se ne trova un breve resoconto in Medio Oriente, e in Panella 2003a, che definisce l'operazione "l'ennesimo regalo all'Occidente" da parte di Israele – p.75; cfr. anche Dershowitz p.116 e Dussin, che si augura di vedere ancora gli anticorpi "volare"). Annota Sofri (2002a), pur pensosamente contrario all'intervento USA in Iraq: "Fui tra quanti si sentirono sollevati dal bombardamento israeliano del 1981 che distrusse il reattore di Osirak alla vigilia di una fornitura massiccia di uranio arricchito. Non ho cambiato idea, ora che Saddam denuncia all'Onu la "congiura guidata dagli americani per imporre il dominio sionista sul mondo"".

[257] Mi riferivo nelle prime stesure ai fatti del 1986. Da ultimo, le promesse di disarmo libico nel 2003 – cfr. D.Frattini 2003, Caretto 2003 e Ferrari 2003; Negri (2003c) scrive al proposito: "Cosa sta succedendo in Medio Oriente e nel mondo musulmano? In una settimana c'è stata un'accelerazione impressionante. Gli iraniani hanno firmato il protocollo aggiuntivo del trattato di non proliferazione nucleare: in pratica si sottomettono alle ispezioni a sorpresa sui loro arsenali atomici. Poi è arrivata la svolta clamorosa del colonnello Gheddafi, risultato di un negoziato durato mesi e annunciato, non per una semplice coincidenza, proprio dopo l'arresto di Saddam nel sottosuolo di Tikrit. Quel mondo arabo che secondo alcune previsioni avrebbe dovuto esplodere per l'attacco americano all'Irak sta in realtà prendendo atto dei nuovi rapporti di forza in Medio Oriente ". In questo senso anche Riotta 2004a: "La rinuncia all' arsenale atomico del colonnello Gheddafi, e il sì alle ispezioni del regime iraniano, dimostrano che la lezione irachena può pagare". Novak aggiunge che "Ma la conseguenza strategica di più vasta portata [della liberazione dell'Iraq] è stata l'agghiacciante paura che ha suscitato nel cuore delle vicine dittature per la facilità con cui potrebbero perdere il loro potere, nel caso che ciò si renda necessario per il loro appoggio al terrorismo e per il loro incitamento al disordine internazionale". Cfr. anche Blair intervistato da Remnick.

[258] Spaventose, su questo piano, sarebbero le conseguenze di un ritiro dall'Iraq. Si veda anche il commento da Bagdad di Toni Capuozzo (2004a), denso di tensione etica ma scevro di retorica. Su questo si erano soffermati nella stessa settimana Viola (23 settembre 2004, articolo non presente in bibliografia) e Panebianco, che ne approfondisce le argomentazioni con un appello: "Non possiamo dare per perduta la partita, non possiamo permettere che questa diventi una profezia che si auto-adempie. E che si verifichi in Iraq la sconfitta, non della sola America, ma di tutto l' Occidente. Dobbiamo fare l' impossibile per portare quel Paese alle elezioni e impedire che cada in mano ai terroristi. Nei confronti dei quali abbiamo una sola opzione, come dice giustamente il candidato democratico Kerry: fare di tutto per "distruggerli"" (2004f).

[259] Scrive ad es., alle pp.28-9: "Il ritornello che attualmente si sente ripetere dalle persone contrarie ad una risposta militare al terrorismo consiste nell'appello a cercare di comprendere ed eliminare le cause prima del terrorismo. Le ragioni per le quali proprio questa è la tattica sbagliata nei confronti del terrorismo sono svariate. La ragione per cui il terrorismo funziona – e continuerà ad esistere a meno che non intervengano cambiamenti significativi nel modo di rispondere ad esso – risiede precisamente nel fatto che gli esecutori degli attentati credono che, assassinando civili innocenti, riusciranno ad attirare l'attenzione del mondo intero sul loro malcontento, sui torti che ritengono di subire e sulle loro richieste affinchè il mondo "li comprenda" ed elimini "le cause prime dei loro atti" [cfr. ad es. la nota 260]. Cedere a questa richiesta equivale a inviare a tutti coloro che ritengono di essere vittime di un'ingiustizia un messaggio controproducente come il seguente: se farete ricorso al terrorismo, ci sforzeremo maggiormente di comprendere il vostro malcontento e dare ad esso una risposta più di quanto avremmo fatto se aveste impiegato metodi meno violenti". Quest'impostazione era già comune alla grande maggioranza degli interventi contenuti in Netanyahu 1986; la stessa posizione in Nirenstein 2003.

[260] L'"abbandono" cui si riferisce il titolo è in primo luogo quello europeo (il Sole-24 Ore del 7 gennaio '04 parla di "oscena tentazione, talvolta avvertibile in cancellerie europee, che i risultati politici ed economici ricavabili dai rapporti con l'Islam valgano forse una qualche distrazione sul problema dell'esistenza di Israele") nonostante la pagina di coraggio morale scritta da Fischer nel 2001 (cfr. pp. 472-4); e non si tratta solo di Israele, ma anche della sostanziale freddezza verso la lotta che gli Usa conducono al terrorismo (si può andare anche indietro con la memoria, pensando ad esempio a Sigonella), cui si è affiancata nel settembre 2004 l'atteggiamento blame the victim della richiesta di spiegazioni alla Russia per la strage di Beslan, atteggiamento che Buttiglione definisce da "sciacalli" (Fregonara 2004; cfr. anche Caizzi).

Sulla politica estera europea, oltre agli spunti ricavabili dall'articolo di Negri sul medesimo numero del Sole, segnalo un editoriale di Panebianco (2004a), che nell'azione dei governi europei individua "una coerente strategia: quella di vezzeggiare le tirannie mediorentali", ricordandoci tra l'altro che Chirac addirittura si rifiutò di ricevere Massud, che pochi mesi prima di morire cercava appoggi nella sua lotta contro i Talebani. Si vedano anche Pappadà, Schlosser, Granzotto/Nabissi, le dichiarazioni di Powell (s.a. 21 gen. 2004) , quelle di Fini dell'aprile 2005 che pongono dei distinguo tra gli approcci europei alla questione ("Tra i 25 paesi dell'Ue, l'Italia è schierata a sostegno della tesi di coloro che dicono che tutta Hezbollah è un'organizzazione terroristica e non c'è alcuna distinzione tra la cosiddetta ala militare e l'ala politica [sottolinenando poi come] l'Italia agisca, in ambito Ue, con la forte determinazionendi chi sa che per battere il terrorismo bisogna garantire che nessuno Stato aiuti i terroristi", s.a., Corriere della Sera), Gaiani 2004, De Marchi 2005a e quasi tutti i contributi in AA.VV.2003.

Responsabili di tale atteggiamento molti paesi (tra i quali, fino a un recente passato, l'Italia: vedi nota 198). Ma è soprattutto la Francia ad avere un atteggiamento quasi di supporto all'estremismo islamico; questo non solo per la linea seguita dalla stampa e persino dai libri di scuola (cfr. Nava 2005c, recensione del testo Allievi sotto influenza di Barbara Lefebvre, già autrice di un'inchiestasulla banalizzazione dell'antisemitismo) non solo per aver guidato l'opposizione all'intervento in Iraq, ma anche per avere la copertura data a:

·         l'OLP, anche se questo a partire almeno da una certa data fu atteggiamento comune a praticamente tutto l'occidente (anzi, tutto il mondo). Ciò non toglie che sia stato eloquente il ruolo svolto nei giorni della dipartita di Arafat, tanto che in Nava (2004b) leggiamo: "Il più critico è il quotidiano Le Figaro, di solito vicino a Chirac: "Questo ricovero può nutrire i sospetti sulla Francia negli Stati Uniti e in Israele. Alla vigilia delle elezioni, Washington può concludere davvero che la Francia non è più un alleato sicuro. Difficile non ricavare l' impressione che Parigi sia più preoccupata dell' esistenza dello Stato palestinese che dell' avvenire d' Israele". "Nulla da ridire sulle ragioni umanitarie - aggiunge il quotidiano - ma le indicazioni sono politiche e senza riserve sul personaggio"". Ugualmente indicativo quanto troviamo in Nava 2004c, in occasione del trapasso: "Davanti all'ospedale si erano radunate centinaia di palestinesi (…). "La Palestina vivrà", "Palestina nostra terra, Arafat nostro padre" e "Grazie Francia", gli slogan più ritmati, con ammirazione per il Paese europeo e occidentale considerato più di ogni altro vicino alla causa palestinese"; si veda anche questo passo della cronaca del funerale a Ramallah: "L'avvio è placido, con i venditori di palloncini "souvenir Arafat" a un euro, i manifesti "merci France" e i cartelli "fuck Bush" sulla stradina che, per antica gratitudine, ribattezzarono via Chirac" (Battistini e Gergolet).

·         Hezbollah – cfr. Analisi Difesa del marzo 2004, che riprende il servizio da il Velino del 21, o le dichiarazioni di Sharon riportate su il Corriere della seradel 24 febbraio 2005: "I francesi sono pro-arabi. Una delle cose più strane è che la Francia si ostina a non voler definire Hezbollah un gruppo terrorista, benchè sia uno dei più pericolosi" (s.a.) – vedi anche De Marchi 2005a e più sotto in questa nota la ricostruzione dei rapporti dei gollisti con l'Iran, grande protettore di Hezbollah;

·         in certa misura, Hamas (cfr. per es. Ferrara 2004b e D.Frattini 2005b); si pensi anche all'atteggiamento dell'organizzazione durante il rapimento Chesnot-Malbrunot (il secondo in particolare è autore del libro "Des pierres aux fusils: les secrets de l'Intifada", che evidentemente non dev'essere dispiaciuto molto; Cremonesi, 2004c, ricorda come il francese fosse sostanzialmente allineato alle posizioni dello sceicco Yassin, dell'ala più stragista del terrorismo palestinese);

·         il regime sudanese impegnato nei massacri del Darfur (vedi Foa 2004b).

Sulla Francia cfr. inoltre Nava 2003, Tramballi 2003, Taubmann, Dussin e Folli, che ci ricorda anche l'atteggiamento di parte dell'opinione pubblica (e soprattutto del mondo politico) italiani: "Ma quando il presidente Allawi chiede agli europei e soprattutto alla Francia, a pochi mesi dalle auspicate elezioni, di "non essere neutrali", gli viene dato (qui in Italia) del "lacchè degli americani""; e non riesco a immaginare a quale altro governo potesse riferirsi condannando con le parole: "L' importante è che siano accantonate le ipocrisie. Come quelle di quei governi che parlano il linguaggio della politica, ma hanno finanziato fino a ieri le organizzazioni terroristiche palestinesi che fanno esplodere gli autobus in Israele". Ancora Nirenstein (2003) ricorda un episodio sul quale torna A.Glucksmann: "Si ricorderà la battuta di un ambasciatore di Francia a Londra su questo shitty little country... Why should the world be in danger of World War III because of those people ("piccolo Paese di m... Perchè mai il mondo dovrebbe rischiare la Terza guerra mondiale per questa gente", ndr). Ex portavoce ufficiale di un ministro degli Esteri del presidente Mitterrand, l' ambasciatore fu preso di mira dalla stampa inglese, ma non presentò nessuna scusa. Le sue parole sul "piccolo Stato di m." non furono giudicate "inammissibili" come quelle pronunciate oggi da Sharon. Ed egli finì la sua carriera come ambasciatore in Algeria, una sede invidiata e decisiva"; sull'atteggiamento giustificazionista – o peggio – dell'intellighenzia francese riguardo al terrorismo (bin Laden, ma anche Battisti, per tacere di Sartre e altri di fronte ai crimini di Mao) si veda Introvigne 2005b.

Interessante, specie per quanto riguarda Chirac la ricostruzione di un pezzo della storia franco-iraniana ad opera di Pucci Poppi; siamo tra 1984 e 1986, e vi è un contenzioso incentrato soprattutto sul nucleare. Alla messa in atto di metodi dei classici metodi terroristici da una delle parti (indovinare quale), ovvero attentati e rapimenti (con l'assassinio di uno degli ostaggi, il giornalista Michel Seurat) seguono trattative segrete col governo Mitterand. A questo punto pare che i gollisti si intromettano, facendole fallire. Leggiamo testualmente: "I gollisti hanno sempre negato queste trattative parallele, ma le testimonianze sono autorevoli (…) Inoltre, l'Iran dichiara di preferire apertamente i gollisti antiamericani e antiisraeliani ai socialisti, più atlantisti e più equidistanti [nonchè filoiracheni] in Medio Oriente" (Pucci Poppi 2005).

Veemente, come sempre, Cossiga, che parla della "Francia del gollista Chirac, anti-israeliano e anti-ebreo, che marcia sulla scia della Francia fascista di Vichy" (in Nese 2004b) Sull'atteggiamento europeo, e in particolare francese, anche Panebianco 2004d; si veda anche la nota 259.

[261] In Zizola 2003b leggiamo una presa di posizione papale, espressa nel messaggio alla Giornata della pace del 1º gennaio 2004, pur non così avversa alla difesa attiva verso il terrorismo : "[I]l "pur necessario ricorso alla forza" nella lotta contro il terrorismo, la quale – secondo il Papa - "non può esaurirsi soltanto in operazioni repressive e punitive", ma richiede "una coraggiosa e lucida analisi delle motivazioni soggiacenti agli attacchi terroristici". Di qui l'insistenza del testo sulla risposta politica e pedagogica al terrorismo: ciò comporta "rimuovere le cause che stanno all'origine delle situazioni di ingiustizia, dalle quali scaturiscono sovente le spinte agli atti più disperati e sanguinosi"".

[262] Oriana Fallaci (2002), sempre piuttosto diretta, menziona: "Il bieco fascismo che si nasconde dietro il falso pacifismo dei nostri presunti rivoluzionari. (Gente cui manca soltanto il randello e la camicia nera)". Si vedano anche gli altri articoli della Fallaci, Sofri 2002a e 2002b. Con espliciti riferimenti a Gino Strada, esponente di punta della posizione anti-interventista vedi ancora: Sartori 2002b, Ostellino 2002a (cfr. nota 263), Teodori 2002 e Merlo 2003.

[263] Che ribadirà più volte il suo convincimento, ad esempio nell'intervista concessa a Pierluigi Battista o nell'intervento a Radio Radicale dell'agosto 2003.

[264] Cosa che poco tempo dopo la marcia di Assisi Agnoletto, Casarini e Caruso avrebbero puntualmente fatto. E l'articolo di Ostellino (2002a) richiama senza mezzi termini il precedente evocato da Pannella: "Gino Strada si chiede se valeva proprio la pena di morire per combattere Hitler, rivelando non tanto di essere un pacifista moralmente rispettabile, quanto di essere politicamente un cretino. E ciò nel silenzio complice degli antiamericani in servizio permanente effettivo".

[265] Sull'atmosfera che regnava in Francia nella primavera del 1940 può leggersi Cartier: "Gli ostacoli che egli [Raoul Dutry, ministro dell'Armamento] incontra nell'esercizio delle sue funzioni vanno dal comico al tragico. Nella polveriera di Angoulême, 4000 specialisti, sottratti ai rischi dei combattimenti, rifiutano di produrre la melinite, in quanto, a loro parere, essa può provocare la calvizie. Nell'arsenale di Montluçon un sabotaggio provoca la modificazione di 120 pezzi anticarro. Il partito comunista, che è stato messo fuorilegge e si è rifugiato nella clandestinità, si schiera ora a fianco di Hitler, denuncia la guerra imperialista e porta ad esempio l'Unione Sovietica che ha concluso una pace fraterna col Terzo Reich. Travolte dalla grande ondata totalitaria o sedotte dal socialismo delle dittature, buona parte delle forze di destra e importanti frazioni della sinistra sono filo-hitleriane; l'opinione pubblica d'altro canto, è pencolante, grazie anche a una propaganda quale peggio non potrebbe immaginarsi". Del resto "In Inghilterra le cose non vanno molto meglio. La legge di coscrizione è stata approvata tardivamente e si applica soltanto ai giovani celibi, mentre l'elenco degli esoneri per causa di pubblica utilità si estende fino a coloro che sono incaricati di togliere i bruchi dalle siepi. (…) Nelle classi dirigenti le infiltrazioni naziste e la mancanza di patriottismo sono allarmanti quanto in Francia. La Cliveden Set di lady Astor è pacifista per ideologia di sinistra, ma il "Daily Mail" di lord Rothermere ha scritto non molto tempo prima "il vigore della gioventù nazista della Germania è il nostro bastione contro il comunismo". Siccome in seguito l'Inghilterra si è ripresa sotto l'incalzare delle bombe, si ha oggi la sensazione che siano stati i francesi [tale era anche Cartier, va osservato] ad avere il monopolio del disfattismo. Per rispetto alla oggettività della storia bisogna dire che non fu così" (pp.86-7, vol.I); sui socialisti pacifisti francesi cfr. anche Berman, intervistato da Carioti. L'atteggiamento quasi filo-nazista dei comunisti, sancito dal patto Molotov-Rippentrob, fu poi rovesciato nel giugno 1941 dall'attacco tedesco (che lascia Stalin incredulo e ammutolito per ben 10 giorni, cfr. Cartier 365-6). Questo avvenne con una subitaneità che ebbe risvolti talora grotteschi, da guareschiano "Contrordine, compagni"; un caso ce lo descrive ancora Cartier: "A Harlem i Fighters for Freedom avevano denunciato gli interventisti come zimbelli dell'imperialismo britannico e servi di Wall Street. Ma nel bel mezzo della riunione, giunge la notizia dell'aggressione alla Russia: in America, come altrove, il partito comunista passa in un batter d'occhio dalla lotta contro la guerra alla più radicale opposizione alla Germania" (p.357, vol.I); si veda anche Panella 2003a, p.26 (stavolta si tratta del PC iraqeno).

[266] Cfr. ad esempio fin dai titoli Panebianco 2004b, che si riferisce alla fuga spagnola dall'Iraq, e il convegno Il nuovo spirito di Monaco in Europa, organizzato da Fondazione Magna Carta e il Riformista. In questo senso anche Putin, cfr. Dragosei 2004; vedi anche Pera in Conti 2006a.

[267] "Non vuole fare paragoni interessati con gli anni '30, però suggerisce che, nonostante le ovvie differenze, vi siano anche alcune somiglianze. "Una maggioranza di persone degne e benintenzionate sosteneva che non ci fosse bisogno di scontrarsi con Hitler, e che quelli che lo volevano erano guerrafondai. Quando la gente decise di non combattere il fascismo, stava facendo la cosa popolare, la stava facendo per buoni motivi, e si trattava di brave persone... ma presero la decisione sbagliata". Come i pacifisti di oggi dicevano: "E' assurdo, sta lontanissimo da noi, perchè mai dovremmo farci coinvolgere?"". Anche in questo caso, Blair è convinto che la storia gli darà ragione "come in circostanze più recenti": "Sono orgoglioso della parte che abbiamo avuto nel cambiamento di regime in Kosovo, in Afghanistan e, in maniera diversa, col sostegno del regime in Sierra Leone. Se ne riparlassimo adesso, malgrado tutti i problemi che ci sono stati, e mi si domandasse se abbiamo fatto la cosa giusta, sono convinto che l'abbiamo fatta. Ad avvantaggiarsi di più sono stati i popoli di quei Paesi. Se dovessimo farlo in Iraq, il popolo iracheno ne sarebbe il maggiore beneficiario"".

[268] "I Paesi dell'Europa centrale e dei Balcani non possono dimenticare che a partire dal 1939 persero l'indipendenza anche perchè furono abbandonati alle politiche imperiali di due regimi totalitari", dice al Corriere Bronislaw Geremek, ministro degli Esteri polacco dal 1997 al 2000, uno degli ospiti stranieri dell'Aspen. Si riferisce, chiaramente, alla Germania nazista e all'Unione sovietica di Stalin".
"A Monaco la maggioranza dei Paesi europei preferì il compromesso con Hitler alla guerra. Ma poi la guerra ci fu lo stesso, perchè fu Hitler a scatenarla".

Con Geremek va ricordato anche Michnik: "Non ho scordato i movimenti pacifisti ai tempi della guerra fredda, nè le marce in cui si bruciavano i fantocci dei presidenti americani e si facevano riverenze davanti ai ritratti di Stalin. Non posso appoggiare il ripetersi di quelle azioni ridicole". Curioso rilevare come Michnik esponga la sua pacata difesa delle ragioni dell'intervento in Iraq, motivate da un liberalismo temprato dall'esperienza polacca di opposti totalitarismi, proprio a fianco dell'intervento di Persichetti commentato in nota 330, una sorta di manifesto dei valori del tribalismo grondante passione antimoderna.

[269] Annota Jean (2001a, pp.42-3): "Insomma, occorre non sbagliarsi nè di nemico nè di obiettivo. è quanto è chiesto dalla stessa opinione pubblica americana, almeno facendo fede ai sondaggi di opinione. è quanto è però anche chiesto da coloro che invitano alla cautela e alla prudenza, nella speranza che gli Stati Uniti non facciano nulla, come in occasione di troppi degli attentati degli ultimi anni, anche perchè, più o meno consapevolmente, simpatizzano con i loro autori, a cui li accomuna almeno l'antiamericanismo, l'anticapitalismo e l'antiglobalizzazione liberista. Lo spettacolo di ipocrisia nelle espressioni di dolore e di cordoglio fatte agli americani dopo la strage ha pochi equivalenti nella storia".

[270] Questo non vale naturalmente per tutti. Anche De Marchi, che certo non è un sostenitore neppure velato del fanatismo radicale islamista, ha molte riserve (cfr. per esempio I metodi per sconfiggere il fanatismo e il terrorismo islamico).

[271] Gli interventi in difesa delle Nazioni Unite e contro un (supposto dannoso) unilateralismo americano sono stati molti, diffusi particolarmente in quella parte d'Europa incentrata sull'asse "carolingio" e confortata dall'azione politica vaticana, oltre che da un certo appoggio delle potenze ex-comuniste, interessate a controbilanciare la potenza statunitense. Tra questi segnalo quello di uno studioso autorevole come Padoa Schioppa (2004) che ha il torto – a mio modo di vedere – di non cogliere il nesso tra esportazione della democrazia anche con la guerra e tentativo di autodifesa dei paesi mortalmente minacciati dal terrorismo. Eppure gli interessi di Europa e Stati Uniti, sul medio-lungo periodo, convergono (cfr. Parsi 2004a): gli USA hanno bisogno dell'Europa per spartire il fardello di questa autodifesa, e gli europei condividono la necessità di far sopravvivere il sistema socioeconomico di tipo occidentale.

[272] ""Non ho fiducia in queste Nazioni Unite". Lo ha detto l'ex presidente della repubblica France sco Cossiga al Corriere della Sera (3.12.03). E ha spiegato: "Al loro interno ci sono sostenitori del terrorismo islamico, Kofi Annan compreso. Annan è stato pavido e modesto nei confronti del terrorismo. Io non dimentico le parole sprezzanti che l'attuale segretario generale dell'Onu disse contro le truppe italiane in Somalia"" (s.a., dic.2003).

[273] Sul ruolo dell'ONU – soprattutto alla luce della conferenza di Durban – si vedano i contributi di Bono e Chiti-Batelli, pp.17-9 e, diffusamente, Nirenstein 2003; cfr. anche Panebianco, 2002b, e nel 2003 Mieli (a), Ostellino 2003, Rampoldi 2003, Romano 2003, Scott, Ronchey 2003a, O' Sullivan 2003, Bayefsky, Foa, Maglie, Holmes, Castronovo (2004a), Riotta 2004c (questi ultimi due tra i meno critici) e 2004e, Granzotto/Lo Giudice, l'articolo a firma C.Laz. (sulla vicenda dell'impegno radicale a favore dei Montagnards), Novak, Sartori 2004c (in particolare sul voto per Stati) e infine Forsyth. Quest'ultimo è particolarmente sferzante: "Oggi non solo i vari Saddam, Gheddafi, Castro e Mugabe della Terra possono presiedere il Sottocomitato per i Diritti Civili ma, dalla piena decolonizzazione in poi, sconosciuti atolli corallini e enclave della giungla possono in seno al Consiglio diventare arbitri della guerra o della pace. Così, per la questione irachena, i grandi governi correvano qua e là per acquistare (letteralmente) i voti di Camerun, Angola e Guinea. non sarebbe comunque servito ad autorizzare l'incursione in Iraq perchè lo stregone personale del presidente della Guinea aveva ordinato al suo paziente di dire di no. (Questo episodio supera la fantasia di un romanziere, ma è la verità)". Piuttosto franco del resto anche Kohlhammer (vedi anche quanto scrive in nota 116), che riportando il passo ""Che tutti i governi(dei Pvs) rappresentino la maggioranza della popolazione e che provvedano a essa è una sciocchezza palese. Molti governi provvedono soprattutto all'arricchimento di coloro che li mantengono al potere"" aggiunge la nota: "Questo è quanto afferma Susan George; aveva scritto il suo articolo su incarico dell'Onu; è stato rifiutato con la motivazione di essere "troppo polemico e politico", nonostante la George avesse acconsentito a non menzionare esplicitamente nessun paese. L'Onu presentata come sottosistema dei sistemi cleptocratici di distribuzione del Terzo Mondo – ciò meriterebbe un'analisi più approfondita!".

Sulle possibilità di azione delle Nazioni Unite in una guerra asimmetrica, cfr. Quagliariello in nota 242. Si veda d'altro canto in nota 372 qualche considerazione sull'Onu dal punto di vista operativo; un ulteriore esempio di titubanza è stato fornito dal rifiuto di tornare in Iraq nel 2004, perchè mancavano le condizioni di sicurezza. Di evidente logica la risposta del vicepresidente Jafaari a Cremonesi (2004b): "Ma Kofi Annan proprio tre giorni fa ha detto che mancano le condizioni di sicurezza per inviare personale in Iraq. Lo considera un tradimento? "L' Onu è stato ideato per intervenire nelle condizioni di emergenza. Proprio la situazione in cui versa oggi l' Iraq. Se non vengono ora, a che cosa servono?"". Per questo, e per lo scandalo "oil for food" Ledeen può scrivere: "Molti di coloro che criticano l' America per il presunto unilateralismo si appellano all' Onu come esempio di cooperazione internazionale. Ma l' Onu è attualmente sotto accusa per aver rubato cibo e denaro agli iracheni affamati durante la tirannia di Saddam, sotto l' egida del programma Onu "petrolio per cibo". Tra gli accusati c' è il figlio di Kofi Annan [cfr. anche Taino 2005a e 2005b], insieme al commissario Onu incaricato del programma. E in Iraq le Nazioni Unite sono arrivate poco dopo la liberazione, su invito della Coalizione, per fuggire dal Paese dopo essere state attaccate da terroristi suicidi. Così gli iracheni e con loro gli americani vedono l' Onu come un manipolo di ladri codardi" (2004b). Uno scandalo riguardante le connessioni con l'estremismo arabo colpisce l'Onu dopo Oil for Food (che in Italia pare coinvolgere personaggi di punta nello schieramento, anche cattolico, aperto al "dialogo" con Saddam: vedi F.Gatti 2004b), e cioè le connessioni tra dipendenti UNRWA e terrorismo. "Più gravi dell'episodio dell'ambulanza [sospettata di trasportare un missile] sembrano tuttavia le dichiarazioni di Peter Hansen, capo dell'Unrwa, che lunedì aveva detto di non vedere come un crimine la possibilità che membri di Hamas siano nel libro paga di Palazzo di Vetro a Gaza e in Cisgiordania" (s.a., il Sole-24 Ore, 6 ottobre 2004).

[274] Scalpelli,che riprende le argomentazioni di Pera (2003), pensa che le democrazie europee non avrebbero resistito senza significative involuzioni ad un'ondata di terrorismo pari a quella che ha investito Israele – la cui Corte suprema, si osservi, ha al pari o anche più di quella statunitense assunto invece posizioni di nobile garantismo in opposizione non solo al potere esecutivo (cfr. Stella 2004 – anche in nota 246), ma anche alle esigenze di sicurezza.

[275] E magari anche quello secondario di perpetuarsi come sistema: certo il sistema liberale prefascista e soprattutto la repubblica di Weimar non hanno granchè contribuito al prestigio delle democrazia.

[276] Di una più generale crearsi di condizioni sociali nelle società avanzate per il rinforzarsi dell'estremismo, se non proprio per il tramonto della democrazia, scrive Castronovo; questo passo tratta del crescente disagio della piccola e media borghesia, che rende possibile: "… un'ondata generalizzata di sfiducia e di sconforto. Se ciò avvenisse, verrebbe a crearsi un terreno quanto mai fertile per il proselitismo tanto dell'estrema destra che dell'estrema sinistra. Non senza una deriva pericolosa per la stabilità delle istituzioni. L'ultradestra dei giorni nostri, non più oligarchìca e autoritaria ma populista e identitaria, è infatti in grado di captare e di volgere a suo vantaggio le rimostranze e le apprensioni di vari strati della classe media che rischiano di scivolare verso il basso e sono perciò in balìa di un pessimismo strisciante, oltre che impauriti o insofferenti di fronte all'immigrazione extracomunitaria" (2004b). L'intero articolo articolo presenta un'analisi acuta, sebbene a mio parere gli oggettivi elementi di pericolo derivanti dal terrorismo vengano sottovalutati.

[277] Un timore condiviso da molti; possiamo anzitutto citare in questo senso Annan (2005). Leggiamo poi quanto sostiene Ainis, autore di Le libertà negate (http://www.rizzoli.rcslibri.it/rizzoli/popup/maggio04/1700141.htm), riportato da Riotta (2004h): ""C' è dunque in agguato un nuovo totalitarismo nelle ricche società dell' Occidente?", si chiede, ampliando il sottotitolo del volume "come gli italiani stanno perdendo i loro diritti": a rischiare è il mondo intero. Le patologie denunciate con energia da Ainis sono preoccupanti, il terrorismo può davvero aizzare "le pulsioni autoritarie della modernità" e appare eticamente vile accettare gli emigranti come forza lavoro che sostiene le economie, ma non garantire loro alcun diritto politico di cittadinanza (peggio fanno i tedeschi, che contano gli stranieri come cittadini per avere più peso nelle decisioni dell' Unione Europea, negando loro però poi ogni rappresentanza effettiva)".

Nel difficile equilibrio tra le contrapposte esigenze di mantenere più garanzie possibile e quella di difendere la collettività dal terrorismo esistono in realtà possibili ragionevoli mediazioni: lo sforzo di Dershowitz è appunto quello di cercarle. La ricerca dell'equilibrio tra istanze contrapposte è evidente in Riotta, osservatore sempre equilibrato sebbene appassionato: "Chi si attarda ancora nel dibattito, stantio e impotente, "si batte il terrore con la sola risposta militare o invece con l'azione politico-diplomatica?", dovrebbe essere condannato a rivedere il video dell'Ossezia a oltranza. La soluzione al dilemma è semplice e terribile. Occorre un'azione militare ferma e coordinata, capace di annientare l'offensiva fondamentalista. Al tempo stesso, come in tutte le guerre capaci di germinare pace duratura, va isolata la rivolta di Al Qaeda nelle comunità musulmane dove si incista, integrando gli emigranti, accettando scambi culturali e rimuovendo le ipocrisie, politiche ed economiche, che alimentano la propaganda nelle madrasse del Medio Oriente. La volontà militare del nemico va spezzata con risolutezza sul campo, senza indugi, ma con il resto della enorme comunità islamica, la humma, va condiviso un modello magnanimo di tolleranza" (2004d). Su questo anche Zanon: "Al secondo interrogativo (quanta libertà ai nemici della libertà) merita forse dare una risposta meno scontata. Qui non si tratta affatto di accettare limiti alla libertà di tutti, per tutelare la sicurezza di ognuno. Si tratta invece di decidere se la democrazia e la libertà debbano essere tolleranti anche con coloro che le disprezzano, e usano delle garanzie e dei diritti che esse prevedono per combatterle. (...) Di fronte ai fondamentalismi che minacciano la società libera che ci è costato tanta fatica costruire, c'è da chiedersi, con pacatezza ma anche con fermezza, se la strada della tolleranza sia davvero quella giusta".

Certo non mancano precedenti, nella tradizione democratica, che si avvicinino alla strada proposta da Zanon: egli ricorda le costituzioni di nazioni quali la Germania (e ricorda che in generale "la tutela della sicurezza pubblica è un bene di valore costituzionale"); posso aggiungere l'esempio statunitense di oggi col Patriot Act (o nel campo della politica internazionale il luminoso precedente storico dell'attiva resistenza al nazismo instancabilmente promossa da Churchill), cui si aggiunge la reazione olandese all'assassinio di Van Gogh (cfr. nota 228); ma anche in Italia esiste una tradizione in questo senso: quella dell'azionismo, perlomeno in alcune sue coniugazioni – quella alla La Malfa-Valiani, per intenderci. Un eccesso di garantismo quando la democrazia è sotto grave attacco, così come il rifiuto dell'autodifesa anche fuori dai confini nazionali (com'è il caso se i santuari del terrorismo sono all'estero) può dimostrarsi un incoraggiamento per il totalitarismo, oltre che per l'assassinio di massa. In questi casi si rivela saggio il detto – menzionato anche da Dershowitz e analizzato criticamente da Fletcher – "la costituzione non può essere un patto suicida".

[278] Il termine viene comunemente usato con due significati distinti: anzitutto quello di principio di maggioranza; e poi l'altro, vitale nelle liberaldemocrazie, di standard minimo di difesa dei diritti personali e delle minoranze. è chiaro che la discussione riguarda quest'ultima accezione.

[279] Sulla decisa repressione cinese del separatismo islamico figuro, cfr. Panella 2002, pp.75 e 200-1. Le questioni cecena e del Kashmir sono troppo note perchè occorra uno specifico accenno.

[280] India di cui abbiamo già parlato in queste pagine, e che con tutte le sue contraddizioni è pure una democrazia, come la Russia del resto.

[281] In questo senso, oltre ai comportamenti sul campo con le rispettive organizzazioni armate islamiche, la lapidaria dichiarazione di Putin del 6 febbraio 2004 in seguito all'attentato alla metropolitana di Mosca: "La Russia non tratta coi terroristi, li elimina". Del resto celebre l'esternazione di Putin del 1999, la promessa di inseguire i terroristi "fin nel cesso".

[282] Scambiando ad esempio la questione dell'attacco dell'11 settembre per un fatto di polizia giudiziaria nel quale sia solo necessario arrestare i colpevoli (cfr. Andreotti e Maraini in Teodori, pp.21 e 34; questa anche la posizione di Cotta-Ramusino e Martellini, cfr. p.52; così pure la posizione di Occhetto, che invoca che la guerra contemporanea sia considerata "tabù assoluto" e il terrorismo combattuto con strumenti di polizia internazionale); per poi magari affidarli – coerentemente con l'ortodossia – ai servizi sociali in vista del reinserimento nella società. Su questo Teodori, pp.33-4, e Jean, 2001b: "Sicuramente, una cosa è combattere le reti terroristiche; tutt'altra è attaccare gli Stati che ospitano le basi dei terroristi, li proteggono e li sostengono. Mentre la vittoria sulle prime può consistere solo nella loro distruzione – con qualsiasi mezzo, anche se qualche spiritoso politico nostrano vorrebbe che si inviasse loro un semplice avviso di garanzia! – la vittoria sui secondi consiste nel creare un sufficiente livello di dissuasione, per evitare che il loro sostegno renda possibile ai terroristi attacchi di grandi dimensioni, non fronteggiabili con le normali tecniche di polizia" (p.21); in questo senso anche l'accusa di Bush a Kerry (probabilmente inesatta, cfr. nota 240) di avere logiche antiterrorismo da anni Novanta (limitarsi a perseguire i responsabili diretti), in Fubini 2004b. Quando l'attacco è di grandi proporzioni mi pare solida la logica di Netanyahu (1986c), che nega appunto che la logica di contrasto debba essere quella dell'appurare le responsabilità individuali anzichè combattere l'organizzazione in quanto tale, e a maggior ragione gli stati che l'appoggiano e utilizzano: "Quando uno Stato impiega deliberatamente dei terroristi, la distinzione tra il combattere i terroristi stessi o il governo che dà loro rifugio è una considerazione di ordine pratico non di principio. (…) In guerra, limitare un'azione di contrattacco soltanto a quei soldati che hanno sparato sarebbe l'apice della follia. (…) Nessun comandante militare potrebbe accettare l'idea di non poter reagire a meno che non si possa localizzare esattamente la batteria di artiglieria o la base di comando da cui è stato lanciato l'attacco. L'aggressore continuerebbe così a restare impunito. Questa è proprio la ragione per cui i governi che appoggiano il terrorismo cercano di introdurlo, non senza successo, in Occidente" (pp.245-6; simile argomentazione in Dershowitz pp.174-5). Sugli aspetti strettamente giudiziari, segnatamente l'insufficienza di strumenti pensati per altri tipi di reato, si sofferma largamente Dershowitz. Si pensi ai provvedimenti rispettivamente di scarcerazione e mancata incarcerazione in Germania (si vedano i giornali del 5 settembre 2003) e a Torino (Marrone sul Corriere del 16 novembre), cui si aggiunge una mancata estradizione verso il Marocco (Ferrarella e Guastella), vedi anche Biondani e Olimpio 2004; ancora, si pensi al caso di Ali Misbah, trovato in possesso di un arsenale e condannato solo per detenzione di passaporto falso (Biondani e Olimpio 2006). L'espulsione poi del pittoresco Imam di Carmagnola e di altri sospetti all'indomani della strage di Nassiriya, ad alcuni parsa liberticida, può d'altra parte sembrare un provvedimento scarsamente incisivo in un momento di tale minaccia terroristica. Un ulteriore provvedimento del Gip di Napoli dà a due figure-simbolo della resistenza civile al terrorismo internazionale nel nostro paese l'occasione di mettere in rilievo l'inefficacia della nostra legislazione e chiedere una maggiore incisività (Allam 2004b e 2004c, ambedue le volte in colloquio con Dambruoso, e Dambruoso stesso, 2004a, 2004b e 2004c; cfr. anche Olimpio 2004e e Guastella 2005a). Su questo torna Macry (2004a): "Soltanto nella Napoli meridiana può capitare un gip rimetta in libertà ventotto sospetti terroristi islamici (facendo infuriare il sottosegretario Mantovano), dopo aver ragionato in modo sottile sul significato culturale e non guerresco della loro voglia di jihad "; abbiamo del resto già incontrato altri esempi di simile giurisprudenza allegra (nota 155). Del resto non era vero che certe cose capitano solo a Napoli: a Milano una sentenza assolve cinque islamici dal reato di terrorismo internazionale; un giudizio che stride apertamente col termine "mercenario" affibbiato in un'estrosa sentenza pugliese ai quattro italiani rapiti in Iraq (uno assassinato). Leggiamo infatti nell'articolo (s.a., Corriere.it del 24 gennaio 2005): "Al termine del suo processo, il giudice Forleo [sulla quale vedi l'articolo de il Tempo del 6 febbraio 2005; oppure, dopo l'episodio dell'intervento ai danni della pattuglia di polizia che stava fermando un clandestino, Berticelli e Guastella; cfr. l'articolo s.a. del Corriere della Sera del 3 agosto 2005] riconosce che gli imputati "avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell'Iraq". E anche che, a tal scopo "erano organizzati sia la raccolta e l'invio di somme di denaro, sia l'arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista". Ma "non risulta invece provato - aggiunge il giudice - che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell'ambito delle attività di tipo terroristico". Non solo. Il giudice Forleo ricorda il senso di alcuni articoli, e nel caso specifico l'art.18/2, della Convenzione Globale dell'Onu sul Terrorismo, laddove prevede un'esimente in ordine alle sanzioni in essa previste per le forze e i gruppi armati o movimenti diversi dalle forze armate di uno Stato, nella misura in cui si attengono alle norme del diritto internazionale umanitario. Si tratta di una norma in base alla quale, in sostanza, si riconosce che in guerriglia le attivitá violente sono lecite, purchè non siano dirette a seminare terrore indiscriminato verso i civili. Per Caterina Forleo, la cellula non era nemmeno legata all'organizzazione Al Tawid creata da Al Zarqawi. E neppure "risultano legami penalmente rilevanti di tali gruppi con quelli, pur della stessa matrice ideologica, responsabili di attacchi di pacifica natura terroristica""; in merito alle difficoltà probatorie in questi processi (e anche in merito a successive assoluzioni di fondamentalisti da parte della corte d'appello)" cfr. anche Biondani e Marsiglia 2005. Quasi eufemistico Castelli, ministro della Giustizia, nel commento ad un altro provvedimento, il rifiuto dell'arresto di sospetti terroristi da parte del gip di Brescia (mentre quello di Napoli confermava): "La magistratura è troppo garantista nei confronti della minaccia terroristica e non riconosce la validità delle intenzioni, vuole i fatti compiuti. ma intervenire dopo che la bomba è scoppiata e ci sono stati i morti non è rendere un buon servizio alla cittadinanza" (Della Casa 2005; sulla vicenda cfr. anche Corvi 2005 e Sarzanini 2005).

Certo una magistratura così indulgente e/o un impianto giudiziario così garantista (che riesce a santificare come guerriglieri i terroristi, a dare del mercenario ai rapiti, e magari assassinati, in Iraq e infine a emettere mandati di cattura contro agenti segreti americani impegnati in extraordinary renditions) sono un argomento definitivo per convincere della fallacia delle proprie ricette chi invoca in buona fede la strada dell'azione di polizia e dell'intelligence quale alternativa alla guerra aperta nella lotta al terrorismo; questa anche l'opinione di Battista (2005d), che scrive a proposito del caso Daki – cfr. anche Pera intervistato da Sechi, e Cofrancesco; si veda ancora berlusconi, che dichiara, con molto buon senso a mio parere, "Quando centinaia o migliaia di viote umane sono a rischio, gli Stati devono usare metodi segreti e qualsiasi arma abbiano a disposizione per difendere tutte queste vite. Non si combatte il terrorismo con il codice in mano" (s.a., la Repubblica, 21 dicembre 2005).

Se si vuole battere quella strada, la si percorra con la decisione necessaria (come inzia a fare timidamente la Gran Bretagna), ricordando che dall'esito di queste operazioni può dipendere la vita di migliaia, se non di milioni (vedi nota 238) di persone nei nostri paesi. Nelle conclusioni della Forleo leggiamo infatti: "Se si vuole realisticamente [sic] combattere il fenomeno terroristico, l'ordinamento deve sforzarsi di raggiungere un giusto equilibrio tra il mantenimento della "sicurezza" e la difesa della "libertà" e punire solo con decisioni giudizialmente certe, che vadano oltre "il ragionevole dubbio" (P.Col., 2005; così le dichiarazioni di Luigi Domenico Cerqua, responsabile di una sentenza analoga, in Biondani 2005a - vedi anche Martirano 2005b; e così Spataro, cfr. ancora la Repubblica del 21 dicembre 2005): difficilmente senza poter andare oltre il "ragionevole dubbio" è possibile fermare chi progetta stragi facendo leva non solo sul fanatismo dei propri accoliti, ma soprattutto sulle debolezze della vittima. Non stupiscono quindi le parole di Cossiga, intervistato da Aldo Cazzullo: "Gli americani non si fidano? "Non si fidano. E forse non si sbagliano. Tra tutte queste inchieste, alcune cominciate due anni fa, nessuno ha pensato ad arrestare l'imam; e ora siamo di fronte alla ridicola farsa dell'ordine di custodia cautelare, per interrogare l'egiziano non sulle sue eventuali responsabilità, ma sul suo rapimento. Altra fregnaccia. Unita all'arresto dei falsi gladiatori, comunica la sensazione che ci occupiamo più di controllare chi, sia pure in modo maldestro o illegale, vorrebbe combattere i terroristi, che non dei terroristi stessi". Quindi ha ragione il governo degli Stati Uniti? "Non dico nè ho mai detto questo. Il problema resta quello che denunziai a suo tempo: gli agenti Cia che hanno rapito Abu Omar erano protetti dalle leggi americane".

Resta il fatto che gli Stati Uniti non hanno avvertito l'Italia. "Conoscendo il mio Paese, meglio così. Si rende conto che l'ordinanza di custodia cautelare per l'imam non era conosciuta nè dal Sismi, nè dal Sisde, nè dai carabinieri? In Italia il segreto istruttorio prevale sulla difesa dal terrorismo. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se il mite Letta, il mite Pollari e il meno mite ma mio amico Mori fossero stati informati dell'azione della Cia?". Che cosa sarebbe accaduto?
"Il rapimento dell'imam sarebbe diventato il punto centrale della campagna elettorale. Si conferma l'insegnamento del caso Calipari: gli americani si considerano in guerra; noi no. Noi armiamo le truppe di cacciavite e le incarichiamo di ricostruire acquedotti. Gli Usa non ci capiscono, e si regolano di conseguenza. Con queste regole di ingaggio meglio sarebbe stato restare a casa e non andare nè a Kabul, nè a Nassiriya". Sta dicendo che il prezzo di sangue è stato pagato inutilmente? "Purtroppo è così. Prendiamo atto che la guerra non è cosa per noi. Non siamo abbastanza coraggiosi e siamo troppo furbi. Ad esempio, quelli che si lamentano per l'azione della Cia dovrebbero sapere che noi abbiamo fatto lo stesso"" (2005).

[283] Vale in ogni caso qualcosa di analogo a quanto si è scritto per la criminalità comune: tanto più ci si dota di strumenti efficaci di indagine e repressione, quanto meno rischiosa si rivela la presenza di nuclei di popolazione straniera proveniente da aree potenzialmente ostili. In mancanza di tali strumenti (potrebbe essere questo il caso europeo), resta aperta la via ingiusta e meno efficace di ridurre drasticamente tale presenza.

[284] Il caso forse più clamoroso è "l'assassinio di Van Gogh [che] "è stato dettato dalla stessa forza malefica che sta dietro gli attentati di New York e Madrid. Smettiamola di chiacchierare e rimbocchiamoci le maniche" ha detto ieri Rita Verdonk, il ministro olandese dell'Immigrazione. "Non permetteremo che la comunità musulmana sia esclusa e messa in stato d'accusa, ma l'Europa non deve diventare il brodo di coltura del terrorismo islamico". E ancora: "L'integrazione non è un problema esclusivamente olandese perchè in tutta europa i giovani si stanno radicalizzando. Però noi olandesi dobbiamo chiederci se negli ultimi anni non siamo stati troppo ingenui accettando per troppo tempo chiunque si presentasse alle frontiere"" (Cerretelli 2004).

Del resto anche l'ondata di attentati antisemiti in Francia e Belgio viene del resto ricondotta a musulmani ivi residenti, magari con cittadinanza (anche se a onor del vero non è mancato per contro qualche incoraggiante segnale di dialogo, anche perchè la destra più estrema tende ad essere avversa ad ambedue le comunità, cfr. il Giornale dell'11 agosto '04): si vedano, oltre al precedente menzionato in nota 175, Nava 2003, Reibman (intervistato da Magni) e soprattutto la polemica Chirac/Sharon del luglio 2004, che aveva esortato gli ebrei francesi ad immigrare in Israele, giacchè nel paese "esiste un antisemitismo sfrenato, dovuto anche al fatto che il 10 per cento della popolazione è musulmano" (A.Glucksmann 2004, che annota: "Il 10 per cento di francesi con genitori o antenati musulmani non significa il 10 per cento di integralisti islamici desiderosi ardentemente di battersi, solidali con le bombe umane del gruppo Hamas. I predicatori e i mascalzoni che pretendono di importare l' intifada sono ultraminoritari in questo famoso 10 per cento, il che è rassicurante; ma essi si alleano con altre correnti antisemite, e ciò è inquietante". Sulla Francia cfr. ad es. gli articoli senza firma il Sole-24 Ore del 7 gennaio e del 13 luglio '04 , e sul Corriere della Sera del 14 giugno 2004; vedi anche l'intervista a Sarkozy di Barbier e Conan, Nese 2004b, citato anche in nota 259, Gergolet, Montefiori, l'articolo a firma R.ES. de il Sole-24 Ore e, in merito al caso (raccapricciante per crudeltà) del febbraio 2006, Nava 2006a. In prospettiva europea cfr. anche Magli 2003 e – sull'Olanda – Offeddu 2004. In quanto al Belgio, vedi il tentato omicidio di un sedicenne ebreo all'uscita da scuola, cfr. la notizia del Corriere della Sera del 26 giugno 2004, s.a., e l'articolo di Sarcina del giorno successivo; e un omicidio riuscito, cinque mesi più tardi (s.a. del 19 novembre).

Facile rilevare come la violenza antiebraica scatenata da frange musulmane residenti in Europa riproponga sotto diversa luce il binomio immigrazione/razzismo, demagogicamente sventolato in particolare tra anni '80 e ‘90 dai sostenitori di entrate sostanzialmente incontrollate.

[285] Scrive ad esempio Chiti-Batelli p.13: "Detta immigrazione musulmana può facilmente celare e nascondere nel suo seno (...) centrali terroristiche, anche se la maggioranza non partecipa attivamente (e, in ipotesi improbabile, neppure con simpatia) a tali attività"; segnala poi in nota gli articoli apparsi nell'ottobre 2001 su il Giornale (13), Corriere della Sera (14) e la Stampa (15); segue il passo riportato in nota 245. Del pari, il Control Risk Group avverte che "l'impegno del primo ministro Tony Blair a fianco degli Stati Uniti durante la guerra in Iraq e la numerosa comunità musulmana residente in Gran Bretagna fanno sì ormai che esista una "seria possibilità" di un attentato suicida a Londra" (notizia Ansa, da la Stampa del 13 novembre 2003); del resto Olimpio (2004a) riferisce che "di personaggi come Bayat [fermato dagli inglesi prima che si trasformasse in kamikaze] ce ne sono a decine in Europa. Pur di origine araba o asiatica, sono nati e cresciuti in occidente, hanno "scoperto" solo in un secondo momento una vocazione radicale. Una condizione ideale per essere reclutati. I nuovi adepti vogliono dimostrare di essere capaci di tutto. Inoltre hanno documenti comunitari che permettono facili spostamenti all'interno del quadrilatero europeo, ma anche verso gli Usa, dove posso entrare senza visto". Vedi inoltre gli articoli citati in nota 227 e Huntington, pp.377, 386 e 454; su questo ancora Pomarici, intervistato da Guastella, e la relazione di Dambruoso, cui si aggiunge l'intervento a Terra! del marzo 2004 (ambedue accennano tuttavia anche al pericolo opposto, quello di accomunare sotto l'etichetta di "potenziali terroristi" individui del tutto estranei alle attività eversive, solo perchè extracomunitari).

[286] La logica è insomma quella di chi continua a pagare il ricattatore, rimanendo poi vittima di una spirale perversa di richieste sempre più elevate: questo principio lo possiamo applicare ai singoli ricatti terroristici, così come la "linea dura" di fronte ai comuni rapimenti di malavita contribuisce ad evitare sequestri futuri. Pensiamo, per restare in argomento, al sequestro Pari-Torretta – il cui esito apparentemente felice veniva commentato con un richiamo alla realtà da Galli della Loggia "Non erano proprio delle brave persone i rapitori di Simona Torretta e Simona Pari. E nonostante quel che ora a molti piace pensare (e dire) non hanno affatto "liberato la pace", rilasciandole: hanno semplicemente concluso un affare per la non indifferente cifra di un milione di dollari che ci hanno estorto - anche se, com' è giusto, il ministro degli Esteri italiano lo nega - per ridarci indietro sane e salve le nostre due connazionali. è necessario ribadire tali ovvietà perchè molti indizi della scena italiana di queste ore fanno pensare che, di questo passo, tra poco ci toccherà di assistere ad uno straordinario e zuccheroso rifacimento della realtà.(…) La sobrietà non è il nostro forte, lo sappiamo. Ma non si tratta solo di questo. Se non mi inganno, infatti, sotto i nostri occhi si sta tentando un singolare travisamento di ciò che è accaduto l' altro ieri in Iraq. Il rilascio delle due ragazze italiane sta diventando una "vittoria della pace" o addirittura, come titola l' Unità, "una vittoria dei pacifisti"…" (2004b); cfr. anche il vibrante Terra! del 3 ottobre 2004.

Riotta, pur favorevole come quasi tutti – ricordo gli interventi di Vaime, D'Avanzo (2004b) e Valli (quest'ultimo sì un po' zuccheroso) – al pagamento del riscatto delle due Simone, riporta una seconda ovvia obiezione: "Il quotidiano popolare americano New York Post, della scuderia del magnate conservatore Rupert Murdoch, parla di "vergogna" per il pagamento di un milione di dollari (830.000 euro), in riscatto per le ragazze italiane. Il Post illustra la pagina con la lista della spesa, con quei soldi i terroristi possono comprare 83.330 mitra Ak 47, 60 milioni di pallottole, 16.660 lanciarazzi, 1.000 mortai, 250.000 chili di esplosivo. Oppure pagare il salario ai guerriglieri in 33.330 agguati "contro le forze americane"", 2004g).

In breve, con le parole di Ariel Merari, Professore all' università di Tel Aviv, esperto di terrorismo (in Olimpio 2004i): "Il mio consiglio è non cedere ai ricatti. Se lo fai una volta invogli i terroristi ad alzare il prezzo"; scrive Allam, in occasione del rapimento Cantoni: "Purtroppo l'Italia in Iraq si è fatta la cattiva fama di chi è pronto a pagare cifre esorbitanti pur di riavere indetro i propri connazionali sequestrati. In dieci mesi l'entità dei riscatti versati è raddoppiata" (2005f). La cedevolezza induce comunque a coltivare illusioni pericolose, come gli ebrei romani con i cinquanta chili di oro dati a Kappler.



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