Andrea Furcht

Demografia, occupazione, delinquenza, terrorismo: terzomondismo e luoghi comuni sull'immigrazione

Parte 6 di 8


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Appendice 1: i pacifismi

 

A mio parere sono individuabili almeno sei tipi principali di pacifismo:

a.       esorcistico (o "dello struzzo"): "la prospettiva di un terrorismo apocalittico è talmente brutta che non voglio neppure pensarci e/o è cosa che riguarda "altri" come Stati Uniti e Israele (sulla sottovalutazione di questi pericoli cfr. Dambruoso in Guastella 2004);

b.      free-rider (formulazione che può essere meno elegantemente tradotta con "parassitario" od "opportunistico"): "pensate voi alla mia difesa, intanto vi critico", così nel contempo mi tengo buoni anche i terroristi, cfr. nota 285;

c.       "resa totale" (è una variante del precedente): "non voglio correre alcun rischio per contrastare il terrorismo", o comunque le minacce esterne. Logica questa che avrebbe portato a non votare PCI ai tempi della "strategia della tensione", ammesso questa sia esistita realmente – così come a non votare Partito Popolare nella Spagna del 2004;

d.      "terzomondista" in buona fede: "il terrorismo è solo una risposta a provocazioni ed ingiustizie", quindi si acquieterà in assenza di risposte militari accompagnate da gesti di riparazione da parte delle vittime del terrorismo stesso;

e.       "anti-imperialistico": attivamente anti-occidentale e assai poco pacifista (se non strumentalmente), quello cui pensava Cossiga nelle dichiarazioni riportate in nota 200; quello che fa urlare "Dieci, cento, mille Nassiryia" oppure "Yankee oggi come ieri / americani a casa dentro i sacchi neri"[343]; ma, in forma attenuata, quello strabico che porta a chiudere tutti e due gli occhi su tiranni e guerrafondai, per concentrare l'ostilità sugli Stati Uniti[344];

f.       infine resta il pacifismo vero e assoluto, rifuto totale della guerra: molto meno diffuso di quanto si pensi, a scavare le motivazioni profonde, è caratterizzato da una totale adesione all'etica della convinzione rispetto a quella della responsabilità. L'importante non è salvare vite umane o risparmiare sofferenze all'umanità, ma il rifiuto vengano compiute azioni in sè malvage quali usare violenza su altri uomini. Di conseguenza, benissimo ad esempio non essere intervenuti in Ruanda nel 1994 (cfr. nota 71); ulteriori considerazioni, riguardanti anche l'impostazione etica sottesa a questo pacifismo, in nota 372.

Per tutti vale quanto annota Panebianco (2003b): "Il problema è che ci sono europei non consapevoli della posta in gioco. Se in Iraq il terrorismo islamico riuscirà a sconfiggere gli Stati Uniti gli sciocchi cominceranno a battere le mani soddisfatti ma scopriranno subito dopo che la sconfitta americana avrà fatto piombare anche l'Europa in un abisso di terrore. Chi crede di poter essere risparmiato si sbaglia"[345]. L'iracheno sunnita Latif Rasheed, ministro delle Risorse idriche nel governo transitorio, così commenta i propositi di disimpegno espressi da Zapatero all'indomani della vittoria elettorale: "Occorre che il mondo non ci abbandoni. Non bisogna lasciare che il terrorismo trionfi in Iraq. Perchè prima o poi la pagherebbe anche chi oggi fa finta di credere che la cosa non lo riguardi"[346] (Cremonesi 2004a[347]). Oppure possiamo ascoltare Lewis (intervistato da Nirenstein 2003, p.531): "E l'Europa? "No, l'Europa non è agli occhi dei musulmani capace di essere l'interlocutore-nemico. Non ce la fa neppure nel suo territorio, nel Kosovo. No, l'Europa semmai è…" Un amico? "No, ma è un mondo di cui si può supporre che, come si dice in arabo, provi shamatah, la segreta soddisfazione di vedere colpito qualcuno che non ami. Un mondo che sogna di fare da contrappeso agli Usa con il mondo islamico. Illusione ferale: l'Europa deve solo capire, dopo gli ultimi eventi, che non c'è futuro per lei se gli Usa perdono. Che sarà facilmente invasa, soggiogata. Se l'Europa vuole che gli Usa, che l'hanno già salvata, la salvino di nuovo, stavolta deve metterci del suo. Non c'è spazio per manovre bizantine" (vedi anche La Malfa 2004, Ledeen 2004b e Galli della Loggia 2004). Leggiamo poi in Nese 2004a: "E se avessero l'atomica? Il ministro della Difesa Martino ne parla evoca il grande incubo di un ordigno nucleare in mano ai terroristi: "La loro crudeltà non ha limiti". E siccome non è impossibile che si impossessino di un'arma letale, il rischio esiste, "e ci preoccupa molto". Martino ne parla alla chiusura dell'anno accademico del Casd, centro alti studi della Difesa. La sua idea è che il terrorismo ha un progetto inquietante: diventare Stato, "per gettare sulla bilancia delle relazioni internazionali il peso della forza, non esclusa quella dell'atomica". E sono in grado di influenzare le nostre elezioni politiche "perchè larghe fette di elettorato sono ingannate" da leader che invece di combattere il terrorismo cercano un "accomodamento"". Aggiunge Johan Alexander: "Oggi il cancro [del terrorismo; l'immagine è usata anche da Revel, cfr. Calcaterra 2004] è in metastasi e in gioco è la sopravvivenza stessa della civiltà. Il peggio deve ancora venire ed arriverà, sotto forma d'attacchi bio-chimici, radio-nucleari e cibernetici: inevitabili. Temo soprattutto per l'Europa" (Farkas 2004b).

Europa e Stati Uniti sono insomma legati da una condizione di simul stabunt, simul cadent (e in caso sono i secondi ad aver maggiori possibilità di resistere da soli): le nostre inclinazioni umanistiche potranno farci pensare ai Curiazi, ai capponi di Renzo, o ai dieci piccoli indiani della Christie. Aver almeno indirettamente sostenuto il terrorismo (segnatamente quello palestinese) si ritorce ora contro i paesi – come l'Italia, cfr. nota 198 – che ne hanno ricompensato di fatto le azioni con riconoscimenti politici (Dershowitz svolge questa tesi con dovizia di argomenti), per non parlare dell'atteggiamento sostanzialmente di incoraggiamento da parte dei mezzi di informazione,.

Se il pacifismo è quello mistico-espiatorio di molti cattolici (o di parte della sinistra[348]), vicino perciò alla quarta e quinta specie tra quelle individuate poco sopra, nulla da dire – anzi, rinunciare alla propria sicurezza accettando quindi di correre gravissimi pericoli in nome di ragioni di principio potrebbe venire considerato ammirevole[349].

Quello che caratterizza ancor più l'Europa pare essere tuttavia il pacifismo "esorcistico", la cui natura è ben colta da Andrè Glucksmann, vedi Munzi 2004: "Gli europei s'illudono che sia sufficiente essere degli angeli per avere tutt'intorno una terra popolata di angeli" sull'aspetto cinico di questo pacifismo europeo cfr. ancora Glucksmann in Mieli 2004a); oppure da Emma Bonino (2004a), in quella versione contaminata col pacifismo di genere attivamente anti-USA, cui si riferiva anche la Fallaci in nota 178: "Molti, in Europa, hanno continuato a pensare che il terrorismo fosse quasi esclusivamente un problema tra arabi e americani [o israeliani], i quali in qualche modo "se lo sono meritato"" (vedi anche Galli della Loggia 2003c, Quagliariello e l'Europa "codarda" della quale scrive Dussin). Sottovalutare il pericolo terroristico è pericolosissimo; con le parole di Gol: "Quando i terroristi iniziarono a dirottare gli aeroplani, nel 1968, la comunità internazionale credette che fosse un fenomeno solo anti-israeliano e il mondo non fece nulla. Oggi la pirateria aerea minaccia tutte le compagnie aeree del mondo. Quando i terroristi suicidi iniziarono a farsi esplodere sugli autobus e nei ristoranti israeliani, il mondo ci criticò perchè ci difendevamo. L'Arabia Saudita, un tempo spettatore indifferente [definizione benevola], fintanto che ad essere uccisi erano gli israeliani, è oggi il principale bersaglio del medesimo terrorismo ".

Il principio di non cedere ai ricatti dei rapitori, di cui si è discusso in nota 285, vale anche in politica internazionale: si pensi a quanto successe alle democrazie europee con l'espansionismo hitleriano negli anni '30. Ben a proposito Ostellino (2004a) ricordava la definizione che Churchill dava dei pacifisti di allora: "An appeaser is one who feeds a crocodile – hoping it will eat him last", riecheggiata poi nel deciso editoriale di Feltri scritto all'indomani della strage di Londra (cfr. anche Scroppo, sul medesimo numero di Libero).

L'Inghilterra certo paga alcune gravissime superficialità, quella di lasciar prosperare il "Londonistan"[350] senza appropriati controlli, e ancor peggio quella di ospitare e proteggere estremisti islamici di ogni risma. Ma il riscatto passa non solo attraverso le coraggiose decisioni di politica estera di Blair dall'11 settembre in poi, ma soprattutto attraverso la reazione di nobile compostezza all'indomani del massacro del 7 luglio 2005, che tanto ricorda i giorni della battaglia d'Inghilterra del 1940. Una reazione che accomuna esponenti politici, da Blair[351] e la regina per finire con quelli anche assai critici verso l'America, quali Livingstone[352] (non però il filo-islamista Galloway, che pare avviato ricoprire il ruolo di Mosley), e la quasi generalità dei semplici cittadini[353]. E proprio lo spirito churchilliano sembra distinguere l'Inghilterra da molti europei continentali, pronti a buttarsi nelle braccia di uno Zapatero pur di sfuggire il pericolo immediato.

Chiti-Batelli è autore di una coraggiosa analisi dei motivi della cedevolezza europea verso l'aggressività di regimi o organizzazioni estremiste islamiche: tra questi spicca la debolezza militare e politica che deriva dalla mancanza di unione politica. L'interpretazione di Chiti-Batelli è complementare a quella di Oriana Fallaci (2003), che mette in rilievo il ruolo della presenza di estese comunità islamiche, e sostanzialmente affine a quella di Kagan (esplicitamente citata da Viroli, che la riassume per distanziarsene, e da Ledeen, 2003, che è invece in consonanza); si vedano anche il vibrante intervento di Quagliariello e le dichiarazioni di Buttiglione. Su questo torna anche Hoge, intervistato da Riotta all'indomani della strage di Londra del 7 luglio 2005; cfr. anche De Winter, a proposito dell'Iran.

La paura di rispondere con fermezza al terrorismo rischia di essere una scelta particolarmente miope perchè proprio quest'ambiguità delle opinioni pubbliche europee può essere stimolo per il terrorismo a colpire duro chi vacilla per far tracollare la residua voglia di resistere; ce lo ricorda Silvestri (2004), che scrive in occasione del rapimento di Baldoni: "Gli europei sono oggi il bersaglio preferito dei ricatti terroristici probabilmente anche perchè essi pensano di poter in qualche modo sfruttare il pacifismo di fondo delle nostre popolazioni e le divergenze politiche che continuano a esistere su questa o quella scelta relativa all'Irak e al Medio Oriente. poichè i terroristi capiscono poco o nulla della democrazia, essi pensano che l'esistenza di diverse opinioni sia un segno di debolezza e di divisione". Così anche Panebianco, sempre a proposito dell'assassinio di Baldoni: "La seconda considerazione è che i terroristi hanno visto giusto: l'Italia resta un Paese diviso. Guardando alle nostre reazioni interne, essi hanno diritto di considerarci l'anello più debole della catena occidentale. Ma il ricordo di ciò che è accaduto alla Spagna dovrebbe suggerire a molti ben altri comportamenti " (2004e)[354]. Come annota Ledeen "Ma se ci ritiriamo dall'Iraq oggi, saremo attaccati una volta dopo l'altra, a New York o a Washington, a Londra o a Roma, a Berlino e a Parigi" (2004a). Cfr. anche Revel p.221 e Netanyahu 1986c, pp.224 e 247[355]; questa del resto la finalità degli attentati di Madrid dell'11 marzo 2004 e probabilmente anche di Londra nel luglio 2005.

L'ombrello protettivo americano ha svolto una funzione fondamentale per l'Europa (fino al 1989 quella "occidentale"), come rimarca Rosecrance, intervistato da Carella, incline a vedere in questa situazione una divisione di compiti tendenzialmente cooperativa: ""La svolta avviene nei primi anni '60, quando la cassaforte americana comincia a scricchiolare. Quell'unità fra "denaro" e "spada", che aveva caratterizzato per secoli la storia delle grandi potenze, all'improvviso viene meno. Gli Stati Uniti, da soli, non sono più in grado di tenere in piedi, contemporaneamente, economia e difesa. (…) negli ultimi quarant'anni, il forziere europeo [ha] contribuito a risolvere i guai degli Usa." (…) A questo punto la domanda è d'obbligo: all'Europa non conviene occuparsi direttamente della propria difesa militare? "La risposta alla sua domanda arriva dalla cultura politica europea degli ultimi cinquant'anni. La ricca Europa ha scelto di essere una potenza pacifica e di restare tale anche in futuro, quando diventerà una realtà geopolitica di grandi dimensioni e dovrà difendere una linea di confine che giungerà a ridosso del Medio Oriente. Va da sè, che tutto ciò non potrà essere difeso con le sole armi della diplomazia."".

Ma a questo punto l'ombrello potrebbe andarsene, cfr. ad es. Verdirame, o Ledeen 2004b: "Da parecchi decenni, gli Usa hanno sostenuto gran parte degli oneri per una valida difesa militare: non solo nostra, anche dell' Europa. Non ci sembra giusto che gli europei traggano tutti i vantaggi dal nostro sacrificio e al contempo biasimino noi e i nostri leader con gli stereotipi più oltraggiosi. Se ci trovate così antipatici, allora assumetevi le responsabilità per la vostra sicurezza. Ma non cercate di avere entrambe le cose". In questo caso, diverrà indispensabile per gli europei dedicare ingenti risorse alla difesa, sottraendole a quelle già esigue destinate al Welfare (questa contrapposizione, con la preferenza europea per le seconde è un altro pilastro della tesi di Kagan): temo che ben pochi gradirebbero questa pur fondamentale destinazione di spesa, che avrebbe inoltre senso solo in presenza di una notevole integrazione militare comunitaria. In questo senso Massimo Fini già nel 1989 in altro contesto (la crisi degli "euromissili", che furono probabilmente decisivi nel causare la caduta del regime sovietico, minato dalle eccessive spese militari), e in ottica decisamente anti-americana: "Un'Europa che volesse finalmente essere libera e indipendente dovrebbe dotarsi di un deterrente nucleare sufficiente a tenere a distanza gli appetiti delle superpotenza. Il no ai missili americani, manovrati di fatto dagli americani per interessi americani, deve quindi tramutarsi in un sì ai missili europei. (…) E se i politici europei avessero un po' di senso di se medesimi, invece di schiamazzare per la storica e comica "scadenza del 92", lavorerebbero per qualcosa di un po' più serio. lavorerebbero per un'Europa unita, neutrale, armata e nucleare" (No alla Nato, sì ai missili, in Fini 1990); in curiosa consonanza sul riarmo (senza accenni al nucleare) Diliberto.

Abbiamo parlato in questa nota della "debolezza" europea: si noti per inciso che l'interpretazione alternativa, e oggi maggioritaria, della diversità di atteggiamenti nei riguardi del terrorismo si rifà invece alla divergenza di interessi tra Europa (parte di essa, almeno) e Stati Uniti – condizionata magari da frustrazioni psicologiche (cfr. Oz in nota 208; vedi anche Novak). Si arriva persino a pulsioni europeistiche da parte di personaggi insospettabili: "definendosi un "rivoluzionario realista", il professore [Toni Negri, a proposito del referendum francese sulla ratifica] sostiene che la Costituzione europea è il percorso possibile verso un modello continentale alternativo al capitalismo conservatore e reazionario e all'ultraliberismo dell'impero americano" (Nava, 2005a). Tale interpretazione cozza naturalmente con i richiami di quanti esortano all'unità dell'occidente: per motivi di affinità ideologica (la difesa contro un nuovo totalitarismo, quello islamico; in questi termini De Michelis e Parsi 2004b) e/o per una piana questione di interesse (cfr. anche Rosecrance nell'intervista menzionata in precedenza)od infine per omogeneità antropologica-culturale (è questa la posizione di Huntington).

Il pacifismo "esorcistico", così come quello "opportunistico", è dunque un vero e proprio boomerang. Due circostanze ci fanno capire quanto essi siano illogici, perchè non vi è in sostanza possibilità di "arrendersi":

1.      La prima è questa: l'islamismo estremista ha connotati espansionistici[356] (si rifletta anche sul fatto che se intende riportare la religione alla purezza degli inizi, si torna ad una storia non di catacombe bensì di fulminea espansione militare; sappiamo quanto la prospettiva storica sia sentita in Al-Qaeda). In nota 19 abbiamo già preso in considerazione le motivazioni strutturali di tale attitudine – vale a dire, in primo luogo la sovrappopolazione rispetto alle risorse (quelle idriche, o la capacità di assorbimento del mercato del lavoro), che potrebbe indicare come soluzione, in un ambiente culturale già molto permeato da suggestioni naziste, la via della conquista di nuovo Lebensraum; come aggravante ad essa concatenata, una struttura per età estremamente giovane. Abbiamo già letto in nota 228 le dichiarazioni di Pisanu ad Allam; Nirenstein (2004a) ricorda inoltre che ancora prima dell'11 settembre Bin Laden, sempre immerso nella dimensione storico-religiosa, dichiarava che occorresse "riprenderci l'Andalusia" (vedi anche Olimpio 2004d, ove alla lista si aggiungono Italia e Austria). Panella ne ricostruisce le origini: "Al-Afghani [XIX secolo] può essere considerato il nonno del fondamentalismo islamico contemporaneo, il padre ispiratore sia di al-Banna e dei Fratelli Musulmani sia delle correnti più antieuropee del wahabismo e della shi'a, fino a giungere a bin Laden e al suo braccio destro al-Zawahiri e Al Qaida. Il suo forte contributo teorico è stato infatti determinante nel saldare in un unicum inscindibile il recupero dell'Islam delle origini e l'impegno contro l'Occidente. La dimensione anticoloniale, in al-Afghani e in tutti i suoi successori, non è contingente, mirata solo a liberare i popoli sottoposti all'imperialismo europeo, ma è proiettata ab inizio nella lotta permanente per espandere il territorio musulmano, distruggendo i valori dell'Occidente e sostituendoli con quelli dell'Islam" (2002, pp.137-8)[357]; del resto i piani per attentati catastrofici a Milano sono di ben prima dell'11 settembre, sotto un governo con una politica estera diversa da quella del centro-destra berlusconiano (cfr. Guastella e Olimpio 2004; per un sospetto di attentati sul suolo italiano pre-settembre 2001 vedi anche Caretto 2004c).

2.      Oltretutto, per tale estremismo l'esistenza dell'Occidente è un pericolo in sè, in quanto modello di vita alternativo potenzialmente di successo specie tra giovani e donne (cfr. nota 181). Lo ribadisce con chiarezza Gol: "L'Islam radicale ha un progetto fondamentalista che oltrepassa confini, nazionalità ed etnie. Esso aspira a imporre la sua religione, le sue leggi, il suo stile di vita ai paesi arabi moderati (come Marocco, Egitto[358] o Giordania) , ma anche alle democrazie occidentali (Usa, Spagna, Italia), il cui stile di vita moderno e illuminato è visto come una minaccia all'integralismo"[359]. Questo fa sì che l'Occidente sia odiato in quanto tale, e non per una sua presunta intenzionale aggressione: sul piano politico quale potenziale modello di riferimento per un Islam non radicale, su quello sociale come fonte di contagio per la corruzione dei costumi.

3.      Il fanatismo che caratterizza i gruppi islamisti più radicali (forse non egemoni, ma sicuramente i più temuti) concede poco spazio alle differenziazioni in campo occidentale[360], anche alla luce del fatto che meno si sottilizza, più l'appello ha forza presso masse poco allenate a fini distinguo (nonchè per quanto visto nel punto 2). Come Riotta ci ricorda le parole di alcuni esponenti di queste formazioni, quelle di Khalkali tragicamente simili a quelle attribuite ad Arnaud Amaury[361]: ""Non sempre i mujaheddin possono perdere tempo in battaglia. In certe occasioni, chiunque non sia dei nostri è un nemico", predicava il mufti di Al Qaeda, Abu Anas al-Shami. E la fatwa, l' editto dell' ayatollah Sadeq Khalkhali conferma: "Ci possono essere innocenti tra coloro che sequestriamo o uccidiamo. Non importa, Allah li condurrà in Paradiso. Noi facciamo il nostro lavoro, Lui il suo"". In questo senso si interpretino le dichiarazioni del numero due di Al-Qaeda, Ayman Zawahiri, imitato poi da altri esponenti del terrorismo islamico, che passa a minacciare la Francia[362], pur una colonna dell'anti-americanismo diplomatico internazionale: "La Francia è il Paese delle libertà. Libertà che permettono di mostrare il corpo e di essere immorali e depravati... Sei libero di mostrare te stesso ma non di vestire in modo casto... Questo è un nuovo segnale dell' odio crociato che gli occidentali nutrono contro i musulmani" (Olimpio 2004c; cfr. anche Olimpio e Venturini 2004a)[363]. Del pari, i mezzi di informazione lasciano trapelare di frequente progetti di attentati al Vaticano, certo non una roccaforte della resistenza anti-integralista. E secondo rivelazioni di stampa del marzo 2004, il presidente della Germania, che pure ha affiancato la linea neo-gollista avversa all'attacco all'Iraq, ha rischiato molto da vicino di restare vittima di un attentato islamico a Gibuti[364].

4.      La quarta consiste proprio dall'immigrazione musulmana. Innanzitutto questa rafforza la visibilità del modello occidentale. Ma c'è di più: la presenza di una larga minoranza islamica può far concepire l'Occidente come terra di proselitismo religioso (e questo in sè potrebbe lasciarci indifferenti) e asservimento politico. Questo vale tanto maggiormente dopo la fatwa su Rushdie, individuata da Panella (2002, pp.28-30) come un vero e proprio punto di svolta dottrinario; Panella è ancora più chiaro poco oltre: "L'Islam è una religione universalistica animata da una formidabile spinta al proselitismo La stessa definizione di umma è priva, almeno in linea di principio, di ogni connotazione nazionale ed è caratterizzata, appunto, dal rispetto della shari'a, della legge coranica e delle sue prescrizioni. Il dar-al-Islam, il territorio dell'Islam, si definisce non rispetto ai confini degli Stati che si dichiarano islamici, ma rispetto a quelli dei territori in cui è rispettata la shari'a, secondo il principio assolutistico del din-dunya-dawla, religione-mondo-Stato. Questa definizione presenta al giorno d'oggi scabrose conseguenze per gli occidentali (come dimostra la condanna a morte di Rushdie e dei suoi editori che certo non avrebbero alcun motivo per essere obbligati a rispettare la shari'a). Molti estremisti musulmani ritengono infatti che ormai la Francia, l'Inghilterra e un domani anche l'Italia[365] facciano parte a pieno diritto del territorio islamico perchè le comunità musulmane che vi abitano rispettano la legge coranica" (2002, p.37)[366]; una circostanza che ha evidentemente innescato attriti profondi, come quello relativo al velo islamico nelle scuole francesi (cfr. le dichiarazioni di Al-Zawahiri riportate al punto 3). Un'altra questione rivelatrice è stata quella delle vignette su Maometto: le reazioni a volte equilibrate non possono far dimenticare che il caso è stato montato, ricorrendo anche a travisamenti, da un imam ospitato in Danimarca. Certo, non è bello dileggiare le convinzioni religiose[367] altrui: ma ancora peggio è cedere di fronte a torme di selvaggi che fanno dell'intolleranza una bandiera, e usano pretesti per sfogare un odio pre-esistente. Questo non solo perchè così si dà un implicita luce verde agli organizzatori di queste sommosse, che possono contare su un'impunità simile a quella di Hitler con i Sudeti (e che infatti definì "vermi" gli anglo-francesi che gli avevano ceduto a Monaco), ma anche perchè consentire a ogni gruppo di porre veti, magari incoraggiandone la forma violenta, porta diritto alla fine della libertà[368].

Insomma questa presenza rende oramai impossibile chiamarsi fuori dal problema, invocando una sorta di neutralismo continentale nella faccenda. Inoltre, ovviamente, c'è il fatto già richiamato che nelle pieghe di questa presenza possono nascondersi – anzi, si nascondono – terroristi operativi[369]. Naturalmente tutto questo suona come campana a morto per certi atteggiamenti sinora molto di moda: "Lo sgozzamento di Theo Van Gogh, un atroce rituale del terrorismo islamico perpetrato da un giovane olandese di origine marocchina nel centro di Amsterdam, ha probabilmente inferto il colpo mortale all'idea e all'utopia del multiculturalismo in Europa. Anche se ha avuto meno risonanza della strage di Madrid dello scorso 11 marzo, gli effetti del barbaro assassinio di Van Gogh potrebbero rivelarsi ben più gravi ed incisivi sul futuro della convivenza tra gli autoctoni e le minoranze etnico-confessionali del Vecchio continente. (…) Non è un caso che il colpo di grazia al multiculturalismo provenga dall'estremismo e dal terrorismo islamico. Perchè l'ideale della coesistenza tra diversi non può reggere se qualcuno immagina se stesso come l'incarnazione del Bene e si auto-attribuisce il dovere etico e messianico di sconfiggere con tutti i mezzi il male. ed è appunto questo il caso degli estremisti e dei terroristi islamici che sono pregiudizialmente contrari alla coesistenza con i "miscredenti" e gli "apostati", mentre tendono a considerarsi come una "comunità di fedeli" a sè stante, uno Stato teocratico in nuce all'interno dello Stato di diritto" (Allam, 2004g; vedi anche Magni 2004).

5.      Infine, proprio la scarsa compattezza dell'opinione pubblica può essere un ulteriore motivo per colpire (cfr. Silvestri e Panebianco, citati poco sopra[370]).

In effetti appare curioso che chi vede imperialismo anche dietro l'attività economica, normalmente pacifica anche se non disinteressata, delle multinazionali non si ponga poi il problema di cosa succederà una volta che il terrorismo islamico dovesse vincere, costruendo quindi un blocco di potenza questo sì decisamente aggressivo e dedito al riarmo (innanzitutto nucleare, cfr. Huntington in nota 242). Soprattutto, sarebbe caratterizzato dall'intolleranza peggiore, quella incline allo sterminio, anche se questo aspetto non ha ancora avuto modo di mettersi pienamente in luce, se non per sintomi rivelatori quali il culto della morte e il particolare accanimento rivolto contro l'infanzia (per ambedue cfr. nota 310). Tale carattere genocida ci viene ricordato da Rampoldi: "L'islamo-nazismo di al Qaeda e il suo progetto di "pulizia etnica" [in Arabia Saudita] mediante massacro sono costruzioni politiche fondate su "verità di fede": la certezza che i non musulmani contaminino con la loro presenza la purezza della terra islamica [questo ricorda appunto da vicino il Judenrein hitleriano]" (2004)[371]. Proprio la presenza di una massiccia immigrazione musulmana, inoltre, potrebbe essere un casus belli, una sorta di Sudeti artificiosamente creati, nei confronti di un'Europa debole: è quindi illusorio pensare di poter lasciare i territori islamici agli estremisti, e potersi chiudere in uno splendido isolamento; sul fatto che un atteggiamento conciliante non possa salvarci dalla minaccia del terrore vedi anche Allam 2003i (che sostiene in particolare che il terrorismo non è reattivo ma aggressivo[372], citando l'esempio delle bombe del 1993 contro il tentativo di pace israelo-palestinese), Leeden 2003b, Olimpio 2003c.



[343] Cfr. Capuozzo (2004a), Marsiglia.

[344] Scrive Galli della Loggia, a proposito del caso libanese: "Sul giudizio negativo circa la spedizione americana in Iraq l'accordo [tra le due anime della sinistra, quella radicale e quella liberale] è stato ed è comunque generale: no alla guerra e invece sì all'Onu, sì alla propaganda, sì alla mobilitazione pacifica dell'opinione pubblica, sì alle pressioni della comunità internazionale. (…) Ciò che non mi pare che si possa proprio fare, (…) dopo aver predicato a squarciagola la necessità di prendere una tale strada, nel momento in cui in un qualunque posto del mondo essa è realmente imboccata, voltare la testa dall'altra parte e fare finta di nulla." (2005a)

[345] Così anche de Hoop Scheffer, segretario generale della Nato, intervistato da Cianfanelli: "Perchè ritiene che molti europei non abbiano capito bene la gravità della minaccia terroristica? Io dico questo. C'è un gap, una differenza di percezione della minaccia terroristica tra Stati Uniti ed Europa. Il cittadino medio americano sente il terrorismo come di gran lunga la più grave minaccia. In Europa no. Larga parte della popolazione non ha ancora compreso che tutto è cambiato. Molti europei sono ancora fermi a un concetto di sicurezza casalingo. Si sentono minacciati solo quando avviene qualcosa davanti alla loro porta di casa. Fanno fatica a capire che in una lontana regione asiatica possa accadere qualcosa che mette in pericolo la loro sicurezza personale. è una visione miope. Non saremo mai sicuri se non blocchiamo i rischi potenziali e le minacce che nascono lontano da casa nostra". Del resto dal 1995 al 2005 più di un terzo degli attentati terroristici mondiali hanno avuto luogo in Europa (Esag 2005: l'inserzione mette anche garbatamente in dubbio "la volontà politica [della UE] di attuare quanto occorre per contrastare il terrorismo"). Sulla sottovalutazione europea dei pericoli del terrorismo islamico cfr. anche Kristol.

[346] Conferma Sartori: "La soluzione zapatera di "scappare e tanti saluti" certo non è una soluzione. Promette invece di essere (per tutto l' Occidente) un suicidio. Vero, non un suicidio figurato" (2004a).

[347] Similmente Allawi nel primo anniversario della strage di Nassiryia, cfr. Cianfanelli 2004.

[348] Insisto sul fatto che la sinistra non sia affatto unanime su tale questione di fondo, come neppure la destra d'altronde: (fatto questo che dovrebbe ispirare qualche dubbio sull'utilità di questa dicotomia); si veda la n. 380.

[349] Salvo il fatto che dal punto di vista dell'etica delle conseguenza il risultato è pessimo, rifiutare la guerra unilateralmente può significare invogliare l'altra parte all'attacco, bloccando il meccanismo dell'equilibrio tra blocchi contrapposti che bene o male aveva garantito la pace nel mondo durante la guerra fredda, questo è d'altronde patrimonio del buon senso, e ha come epitome il classico Si vis pacem para bellum (tratto da Vegezio), se non anche il "I pacifisti sono i peggiori guerrafondai" di Shaw, feroce come consueto.

[350] Incredibile dictu, qui i rigorosi sono i francesi: "Stretto tra un ponte di ferro della metropolitana e l'agenzia di bookmakers William Hill, il minareto della moschea di Finsbury Park, nella periferia Nord di Londra, indica il centro della Londonistan, come l'avevano polemicamente ribattezzata i servizi di sicurezza francesi. Secondo Parigi la tolleranza britannica verso la predicazione estremista era un'innominabile merce di scambio con il terrorismo. Finanche dopo l'11 settembre. Qualcosa tipo: libertà di proselitismo a garanzia contro le bombe" (Nicastro 2005f). Una linea d'azione che ricorda, forse in peggio, l'acquiescenza italiana di cui alla nota 199.

Sulle responsabilità del lassismo britannico anche Allam 2005g.

[351] Un estratto del suo discorso in Analisi Difesa.

[352] Si vedano Scroppo, gli articoli Blitz Spirit de il Foglio e "Andrò a lavorare in metropolitana" del Corriere della Sera, Altichieri 2005b ma soprattutto Altichieri 2005a.

[353] Vedi ancora Blitz Spirit, Newbury, Ferguson 2005c, Persivale, Imarisio, Lodi.

[354] Si veda anche l'intervento in occasione dei tumulti "delle vignette", che si chiude con l'ovvia (ma non poi troppo condivisa constatazione: "Tenere la schiena dritta quando gli altri ti scatenano addosso una guerra di civiltà che non avresti mai voluto combattere è difficile. ma piegare la schiena significa la rovina sicura" (2006a); cfr. anche Pera intervistato da Conti sullo stesso numero del Corriere della Sera.

[355] Scrive il Foglio "la nuova fermezza europea [verso "l'asse Teheran-Damasco-Ramallah"], della cui durata molti hanno dubitato, sta diventando una necessità inderogabile, proprio per le intimidazioni e le aggressioni che sono state organizzate [in occasione delle sommosse per la questione delle vignette su Maometto]. Se non si vuole che anche le comunità islamiche in europa si aggreghino a questa canea, è necessario mostrare fin d'ora la più netta intransigenza, e i governi europei sembrano rendersene conto" (s.a., 8 febbraio 2006).

[356] A volte quasi caricaturali; il procuratore David Perry nel processo ad Abu Hamza parla del "manuale del terrorista" trovatogli in casa "Il suo fine, ha spiegato, era creare uno stato islamico mondiale il cui "califfo" sarebbe risieduto alla Casa Bianca" (Bottarelli 2005).

[357] Leggiamo in Fiorentini 2005, cominciando con le dichiarazioni del supposto qaedista Abu Qatada (si tratta di una predica trovata dalla Digos in un video clandestino: ""La distruzione di Roma è da farsi con le spade. Chi distruggerà Roma sta preparando le spade. Roma non sarà conquistata con le parole bensì con la forza e le armi. Roma è la croce e i romani sono i padroni della croce. Apriremo Roma (è stata utilizzata la parola apriremo Roma, parola storica che significa impadronirsene con la forza e con il sangue distruggendo e sottomettendo il popolo) se Allah vuole e vinceranno i musulmani e riconquisteranno Costantinopoli per la seconda volta. Questo è l'obiettivo dei musulmani in Occidente L'obiettivo dell'Islam è conquistare tutta la terra e Roma sarà conquistata con la forza". Temi questi ripresi pari pari anche dagli islamici che stanno comparendo davanti ai tribunali italiani. Rafik, discepolo di Abu Qatada, scrisse in una predica "Le sciabole degli islamici saranno appese agli alberi di Roma" e Trabulsi spiegò dalla gabbia che "la conquista di Roma è una profezia del profeta Maometto che si deve avverare"". Tra le varie amenità colte (fior da fiore) da Zecchinelli tra le dichiarazioni di Bakri leggiamo anche "Voglio vedere la bandiera islamica non solo sul n. 10 di Downing Street ma in tutto il mondo" (2005c).

[358] Sulla "moderazione" dell'Egitto in realtà ci sono molti dubbi. Scrive Allam: "Il risultato della politica "gollista", tendenzialmente anti-Usa e anti-Israele di Mubarak è che il clima interno in Egitto è saturo di una propaganda anti-israeliana che spesso culmina nell'aperto antisemitismo. L'ostilità a Israele è il collante ideologico che cementa il fronte interno, dall'estrema sinistra marxista all'estrema destra islamica" (2004e; vedi anche 2004f e Nuzzi); anche più duro coi media egiziani è il libanese Al-Tarabulsi.

[359] Su questo anche Allam: "… l'offensiva della rivoluzione democratica che ha investito l'Europa orientale è stata recepita come un'aggressione ad un'identità islamica in balia di teocrazie ed autocrazie traballanti" (2004g). Anche Ledeen mette l'accento sul timore del contagio democratico: "… nonostante i vari contrasti tra i regimi che a me piace chiamare i "maestri del terrore", essi sono comunque uniti dall'odio che nutrono nei nostri confronti. Nei confronti di tutti noi, indipendentemente dai disaccordi che possiamo avere tra noi. Il loro odio è riposto nella natura stessa di ciò che siamo e non in una definizione di particolare di una qualche politica. Non c'è via d'uscita da questo conflitto. Possiamo vincerlo o perderlo ma non possiamo evitarlo. E di fatto non importa quali siano le nostre politiche perchè il loro odio non si basa su ciò che facciamo bensì su ciò che siamo. è la nostra stessa esistenza che vedono come una minaccia. è il fatto che noi siamo riusciti a creare una società libera che loro percepiscono come una minaccia. Perchè se si svolge lo sguardo verso i "maestri del terrore" - l'Iran, l'Iraq, l'Afghanistan, la Siria e l'Arabia Saudita – il loro denominatore comune non è la religione; è la tirannia. è la tirannia che tutti hanno in comune. Sono tutti regimi tirannici.Alcuni hanno dittature di una sola famiglia, altri hanno dittature autonomke ma resta il fatto che sono tutti tiranni. E loro sanno che quando i loro popoli ci guardano, guardano tutti noi, la loro legittimazione viene minatae minacciata perchè i loro popoli sono pienamente d'accordo con noi sulla prospettiva di una democrazia islamica o araba" (2004a).

[360] Un tipico di errore di valutazione legato alla stereotipizzazione dei gruppi estranei, cfr. Furcht 1998, §4.

[361] Abate di Citeaux, legato pontificio alla crociata contro gli Albigesi, si dice abbia così risposto a un soldato che chiedeva come distinguere in cattolici dai catari nella conquista di Bèziers: "Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius".

[362] Possiamo aggiungere altri episodi, dal rapimento di Chesnot e Malbrunot in Iraq all'assassinio di Barbot in Arabia Saudita. Abu Hamza parla della "necessità del jihad contro "Gran Bretagna, Francia e i comunisti imperialisti che difendono Israele" (Bottarelli 2005).

[363] Minacce ripetute il 1º ottobre, cfr. Olimpio 2004l.

[364] Cartine geografiche di città tedesche, oltre che italiane, vengono trovate in possesso di terroristi di Al Qaida catturati in Pakistan nell'agosto 2005.

[365] Aggiungiamo anche l'Olanda dell'omicidio Van Gogh (vedi nota 228). In Cerretelli 2004 leggiamo, a pochi giorni dal fatto: ""Quello che sta succedendo in Olanda potrebbe succedere dovunque e per questo riguarda l'Unione intera". Insomma, volenti o nolenti, oggi in Europa siamo tutti olandesi. A lanciare l'allarme a Bruxelles non è stato un esaltato politico di estrema destra. Ci ha pensato Antonio Vitorino, il commissario Ue a Giustizia e immigrazione, un socialista portoghese che nell'ultimo quinquennio si è fatto conoscere per moderazione e senso di equilibrio".

[366] Certo la potenza dell'Occidente non sembra essere un realistico ostacolo. Leggiamo quanto Mahmud al-Zahar dichiara a Lorenzo Cremonesi – intervista non sfuggita a Luigi De Marchi, che l'ha commentata a Radio Radicale – in occasione delle bombe di londra del 7 luglio 2005. Dopo aver esordito con una frase curiosa (per non dire ipocrita) in bocca ad un leader di Hamas ("Non voglio essere frainteso. Io sono contrario agli attentati contro i civili, qualsiasi civile"), continua: "Comunque le armi americane o israeliane possono fare ben poco. Perchè alla fine l'islam trionferà. La nostra religione, la nostra cultura, sono destinate ad avere il sopravvento in pochi decenni sulla decadenza dell'Occidente. Tra al massimo mezzo secolo degli Stati Uniti resterà solo un vago ricordo". Ovviamente ce n'è anche per l'"entità sionista"; alla domanda "Significa che siete pronti alla coesistenza pacifica con Israele se si ritira sui confini precedenti la guerra del 1967?" risponde: "Assolutamente no. Questa potrebbe essere una soluzione temporanea, cinque o dieci anni al massimo. Alla fine tutta la Palestina dovrà tornare ad essere islamica. Nel lungo periodo Israele sparirà dalla faccia della Terra".

[367] Che, chissà perchè, godono di una sorta di status privilegiato: più dogmatismo ci si mette, più si ha diritto al rispetto. I valori civici invece possno tranquillamente venire irrisi, o fatti oggetto di aggressioni brutali: per esempio bruciare bandiere, nei casi tutto sommato ancora accettabili nei quali non ci va di mezzo alcun essere umano.

[368] Scrive Garton Ash: "Se gli intimidatori riescono nell'intento la lezione che ne deriva per ogni gruppo che creda fortemente in qualcosa è la seguente: grida più forte, ricorri a mezzi più estremi, minaccia violenze e arriverai dove vuoi. Le imprese, la stampa, le università spaventate cederanno al pari degli stati democratici dal ventre molle, in cui i politici annaspano per mantenere i voti di un elettorato eterogeneo. Ma nel nostro mondo sempre più misto, multiculturale, sono così numerosi i gruppi impegnati a favore di tante cause diverse dai fruttariani agli antiaboristi ai testimoni di geova ai nazionalisti curdi. Mettiamo insieme tutti i loro tabù e avremo una vasta mandria di vacche sacrte. Lasciamo che lo stato assistenziale, spaventato, inserisca tutti questi tabù in nuove leggi o divieti burocratici e avremo una drastica perdita di libertà" (2006).

[369] Come annota Negri, osservatore pur tutt'altro che eurocentrico od anti-islamico, "la crisi di civiltà del mondo arabo e musulmano (…) passa dall'Asia centrale fino al far east coinvolgendo l'Africa settentrionale del Maghreb, penetrando nel cuore dell'Europa con le ondate migratorie e la globalizzazione di un Islam integralista e radicale " (2003a); Ferguson ribadisce: "Con la crescita delle enclave musulmane in Europa, l'infiltrazione degli estremisti islamici nel territorio del'Ue potrebbe diventare un fenomeno irreversibile" (2004). Quagliariello: "Ma soprattutto [con il massacro dell'11 marzo a Madrid] si è manifestata una ulteriore dimensione della nuova guerra: il pericolo interno. Con l'attentato, e nei giorni successivi, è venuta alla luce la realtà di comunità musulmane che vivono sotto la pressione, e in qualche caso l'incubo, dell'elemento fondamentalista. (…) Si tratta di fabbriche di terroristi, pronti a spendersi nei confini del paese che li ospita o fuori da quei confini, a secondo di quanto programmato da un'intelligenza esterna. Questa intelligenza, fino ad oggi, ha ritenuto che il momento dell'Europa non fosse ancora giunto".

In quanto alla situazione italiana, si veda anzitutto la seconda dichiarazione di Pisanu, stavolta a Fubini, in nota 228.Leggiamo poi in Olimpio 2003c: "A Milano e a Torino ne arrivano tanti (…) Un amico tunisino ci dice: "Il numero esponenziale di attentatori suicidi è una conseguenza delle decine di attentati kamikaze prodotto dall'intifada palestinese. In tanti pensano sia la cosa giusta"". In questo senso anche Negri 2004c (" … gli integralisti possono contare su un bacino di adepti immenso, costituito dai musulmani in Occidente. Un aspetto evidente emerge dalle indagini sugli attentati di Madrid: siamo ormai alla "terza generazione Bin Laden", quella degli emigrati. All'espansione dell'Impero americano ha corrisposto quello di un nuovo islam globale che ha messo radici anche in Europa") e l'audizione del direttore del Sismi di fronte al Comitato di controllo sui servizi segreti, riassunta da Sarzanini: "Ma è sull'Italia che si concentra l'attenzione. "I gruppi terroristici marocchini e algerini – ha spiegato Pollari – sono quelli che maggiormente suscitano preoccupazione: sono i più attivi e ramificati, grazie ad una massiccia immigrazione, in tutti i paesi europei " (2004a); si vedano anche gli articoli di Guastella-Olimpio.

[370] Leggiamo anche, in Bianconi 2005a: "L'Italia, dunque. Chiamata in causa anche in un proclama intercetato e trasmesso dal Sismi ai Servizi collegati nell'autunno 2003, considerato una sorta di documento programmatico del terrorismo islamico. S'intitolava "La Jihad in Iraq, speranze e pericoli", e c'era scritto che bisognava sfruttare la scadenza elettorale spagnoladella primavera 2004: "Noi riteniamo che il governo spagnolo non sopporterà che due o tre attacchi al massimo per essere costretto a ritirarsi immediatamente, a causa delle pressioni popolari"". Così in Chiocci, che riferisce le parole di un alto funzionario dei servizi segreti: "È probabile che punteranno a Berlusconi, perchè agli occhi del mondo l'immagine dell'Italia è quella di una realtà divisa, con una forte opposizione interna che spinge per un ritiro delle truppe dall'Irak, e che spingerebbe ancora di più – sull'esempio vincente di Zapatero – all'indomani di un attacco efferato nella Capitale, magari in prossimità delle elezioni della primavera del 2006".

[371] Non solo Al-Qaeda, comunque. Perlomeno contro gli ebrei, è frequente la tolleranza (se non di più) nei confronti dell'infanticidio.

[372] Convinzione ribadita all'indomani del massacro di Londra: "Eppure sono ancora troppi coloro che in Occidente continuano a non voler vedere la realtà aggressiva di questa offensiva planetaria del terrore, immaginando che si tratti di un fenomeno reattivo, giustificato se non addirittura legittimo. E che quindi anche in presenza di un efferato eccidio tendono ad attribuirne la colpa all'Occidente, a Israele o ai paesi musulmani" (Allam 2005g).




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